Perché i bambini palestinesi vengono uccisi?

Perché i bambini palestinesi vengono uccisi?

Gaza
La bambina Hadil, approfittando delle tre ore della cosiddetta tregua “umanitaria”, è uscita dalla scuola dove si è rifugiata insieme agli altri quattro membri della sua famiglia, per cercare quanto è rimasto dei loro vestiti e dei suoi giocattoli tra le macerie della sua casa, bombardata come dagli aeri da guerra israeliani.
Hadil, seduta sulle macerie della sua casa, con gli occhi lacrimanti con la speranza di trovare un suo giocattolo oppure vestito polito, non sporcato dalla polvere della distruzione della casa, la mamma poco prima della fine della tregua “umanitaria” ha chiamato la figlia Hadil per andare di nuovo a rifugiarsi nella scuola.
La storia di Hadil non è la prima, ce ne sono centinaia di storie di bambini che non hanno i loro vestiti, giocattoli, e altro, sparite sotto le macerie delle loro case distrutte, se sono cosi fortunati di rimanerci vivi per testimoniare sul crimine israeliano contro i bambini, chi di noi non ha visto il bambino Luai Subh, questo bambino palestinese che abita a nord della Striscia di Gaza, i suoi occhi si sono sciolti, con il fuoco degli armi proibiti a livello internazionale ma permesse dagli israeliani, quando hanno bombardato la settimana scorsa la casa della sua famiglia condannandolo a diventare per sempre cieco.

Crimini israeliani contro l’umanità
Chi in questo mondo non ha visto in televisione la bambina palestinese Jamila al-Hayash rimasta senza gambe a seguito della caduta di una bomba israeliana su di lei e sui suoi cugini mentre stavano giocando sulla terrazza della sua casa, la mano israeliana assassina ha voluto uccidere la speranza nei bambini di Gaza, nello stesso bombardamento è stata uccisa sua sorella Jalila di 11 anni, sua cugina Israa di 13 anni, anche suo cugino Mohammad ha perso la gamba sinistra.

I bambini di Gaza, che rappresentano il 56% di un milione e mezzo che è la popolazione che vive nella Striscia, lottano per sopravvivere all’aggressione israeliana partita il 27 dicembre 2008.

L’associazione per la difesa dei diritti del bambino palestinese ha detto che fino al momento (14/1/2009), dall’aggressione israeliana contro la Striscia di Gaza, sono stati uccisi più di 300 bambini.
L’associazione nel suo appello rivolto alla comunità internazionale, ha accusato Israele di aggredire i diritti dell’uomo e i diritti dei bambini nella Striscia di Gaza, i bambini sono un loro obbiettivo fermo da colpire durante questa barbarica aggressione.
L’associazione per i diritti del bambino guardano con molta pericolosità il proseguimento dell’escalation israeliana contro la Striscia di Gaza che soffre da una forte crisi in tutti i lati della vita, privati dal cibo, dal carburante, dall’acqua, dalla luce, e altro, questo priva i bambini e le loro famiglie dal minimo dei loro diritti alla vita.
L’associazione ha invitato a costringere il governo israeliano di rispettare gli accordi e le convenzioni internazionali che proteggono il bambino in tempi di guerra.
Iyad al-Sarraj, direttore del programma della sanità mentale a Gaza, ha detto che “i bambini di Gaza sono sotto shock e sono molto disturbati per causa del continuo bombardamento”, e ha aggiunto che “soffrono d’ansia e d’odio, fare la pipi addosso è diventato normale tra i bambini”.
Al-Sarraj ha chiarito che i bambini sono esposti al danno psicologico per lungo tempo, ha detto “i bambini hanno perso l’immagine del padre come loro protettore, perciò per sostituirlo tentano di riunirsi ai gruppi armati”.

Sono 322 i bambini morti a Gaza: ”Ragazzi terrorizzati, sappiatelo: questa guerra produce pazzi”

Le cifre dell’Unicef. Parla Hussam Hamdouna, direttore di una Ong che lavora nella Striscia.

Serena Fiorletta

Sono 322, fino a questo momento, secondo l’Unicef, i bambini morti a Gaza. “È una guerra totale questa”, mentre i numeri dei morti si succedono freddamente per ragguagliarci sulla situazione nella stirscia di Gaza, queste sono le prime parole che ci raggiungono al telefono con Hussam Hamdouna, direttamente dall’inferno palestinese. Hussam è il direttore di una di quelle realtà che non dovrebbero rientrare tra i cosiddetti obiettivi militari, il Rec (Remedial Educational Center), una Ong palestinese che opera nel settore educativo, con sede a Jabalia.

 

La città degli scontri più violenti

Jabalia è la città dove, in questi ultimi giorni, si stanno svolgendo gli scontri più violenti e dove, secondo la tv araba Al Jazira, l’esercito israeliano avrebbe bombardato i centri abitati. Le parole della nota emittente sono confermate dalla viva voce di Hussam che ha lasciato la sua abitazione due giorni fa dopo un bombardamento. La sua casa è seriamente danneggiata per rimanerci a vivere ma sopratutto la  zona è diventata troppo calda sotto la diretta occupazione militare israeliana.
Le parole che arrivano nitide alla nostra cornetta sono colme di dolore e proccupazione, “troppe persone sono morte, non è solo Hamas il problema, qui vogliono ucciderci, è una vera guerra contro gente inerme”.
La popolazione nella striscia di Gaza supera il milione e mezzo e circa la metà ha meno di quindici anni. I disagi vissuti da questi bambini sono dovuti alle condizioni di vita causate dall’ annoso conflitto israelo-palestinese.

 

Bambini: il Rec fatica a conteggiare i danni

Il Rec lavora in differenti punti dell’angusto territorio di Gaza ma ad oggi non sanno quali reali danni abbiano subito le loro sedi, i bambini che seguono sono salvi ma anche di questo non si ha la certezza, le condizioni scatenate dall’attacco non permettono di comunicare facilmente, né di aiutare le famiglie da loro seguite, oggi bisognose di cibo, acqua, riparo e conforto.

 

Danni alla psiche difficili da gestire

Quello che invece Hamdouna può dirci con certezza è che i bambini palestinesi con cui lavorano da anni sono già vittime di traumi da guerra, che questo nuovo orrore non può che rafforzare. “Sarò franco e diretto, la violenza porta violenza, danni alla psiche difficili da gestire, tutte le persone qui hanno traumi dovuti ai conflitti vissuti, ai bombardamenti, alla paura; parlo di bambini che seguiteranno a bagnare il letto per anni, che non riescono più a dormire da soli, che saranno pieni di odio e violenza, che non riescono ad andare bene a scuola.”

 

Parlare di pace dopo le bombe

La domanda che angoscia Hussam, anche ora, mentre le bombe continuano a cadere, è come lavorare, quando tutto sarà finito, con questi bambini terrorizzati. Ci spiega come il compito arduo dell’educatore sia rimanere fuori dalla politica che impregna costantemente le loro vite, così come non ha senso parlare di pace il giorno dopo un bombardamento in cui si è rimasti abbracciati ad un genitore morente. Ma come tutto dovrà essere incentrato sull’educazione in senso lato come unica arma per uscire da  questa situazione chiamata “questione palestinese”.

“E’ davvero difficile, i paesi arabi ci hanno lasciati soli, la comunità internazionale anche, abbiamo bisogno di essere supportati dalle altre società civili in un lavoro di ricostruzione” ci spiega con calore il direttore del Rec. Nonostante alcune voci in questi giorni abbiano parlato di due Palestine, una di Gaza retta da Hamas ed una nella West Bank sotto l’Anp, Hussam sottolinea come invece i palestinesi di Gaza si sentano un’unica cosa con chi risiede in Cisgiordania, soli di fronte ad un vasto mondo.

 

 

Coltivo un’assurda speranza

“Non riesco ad immaginare un futuro che non sia nero ma la vita deve andare avanti, spero ormai nella fortuna, cioè nel coltivare la speranza che questa assurda guerra finisca, che smettano di uccidere”. Anche “perchè abbiamo bisogno di riorganizzare ancora un’altra volta la nostra vita, l’ennesima volta, senza essere lasciati soli”. Ci chiede di augurargli buona fortuna e che la notte che sta arrivando sia  leggermente meglio di quelle appena trascorse, ma non sappiamo se ciò che accadrà, quale notte seguirà una volta chiusa la comunicazione.

 

Il Rec lavora con una onlus italiana

Il REC lavora da anni con l’onlus italiana EducAid in progetti volti al supporto psicologico e materiale alla popolazione, al supporto socio educativo e psicosociale dei bambini vittime del conflitto, attraverso attività come l’introduzione dei clown nelle corsie degli ospedali o il ludobus che attraversa la striscia di dolore portando educatori e risate.

E’attraverso questi progetti di vera e propria cooperazione che il fratello di Hussam ed educatore del Rec, Yusef, arriva in Italia un anno fa per uno stage al CEIS (Centro Educativo Itao Svizzero). Le parole di questo giovane pieno di energia ed oggi di tristezza ricalcano inconsapevolemente ma non casulamente quelle del fratello, con una angoscia paradossalmente maggiore, dovuta alla distanza dal conflitto e quindi dalla sofferenza della sua famiglia e della sua gente.

“Noi crediamo che l’unica soluzione per sviluppare le nostre città e la pace stessa sia l’educazione dei giovani” ma, ci spiega in un italiano fluente, come sia dura ora parlare di pace a chi ha perso i propri cari in questo crudele scontro.

 

Mia madre scappava con il telefono in mano

 “Mia madre mi ha raccontato mentre scappava con il telefono in mano di come tutto ciò le ricordava la fuga del ’48, con la differenza che ora sente come invece di cacciarci vogliono ucciderci tutti”. Questa percezione è la stessa nei bambini e questo secondo Yusef distrugge tutto il loro lungo lavoro, “ma noi rinizieremo, un’altra volta, sarà dura ma lo faremo”. Lavorano gli educatori del Rec, anche mentre li bombardano pensano a cosa diranno domani ai loro bambini. Bambini che hanno lasciato frammenti di infanzia tra le macerie grigie di casa, “che ora pensano che il nemico non è solo l’israeliano, ma l’ “altro” in generale, perchè tutto il mondo è restato a guardare”esclama l’educatore.

Questo è il dolore di Yusef, che ritiene che con questa guerra assurda Israele stia creando la “fabbrica dei pazzi”, perchè questo fa la guerra se non uccide, fa impazzire di dolore.

 

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