Prigionieri politici palestinesi, Israele respinge il 95% dei ricorsi

Ramallah – Infopal. Secondo un rapporto pubblicato dal ministero per i Prigionieri dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) di Ramallah, il 95% dei ricorsi avanzati dai detenuti nelle prigioni dell’occupante israeliano viene normalmente respinto. In aggiunta, un prigioniero che si arrischia a presentare le proprie rimostranze viene punito o con il trasferimento in un’altra struttura, o con l’isolamento. 

Tra i casi citati dal rapporto vi è quello di Shadi ash-Sharfa, originario di al-Bira, condannato a vent’anni di reclusione e attualmente nella prigione di Ashkelon. La maggior parte delle proteste presentate da ash-Sharfa incontra infatti il rifiuto del giudice Baytan al-Yahu, che lavora al tribunale di Bi’r as-Sab’ (Beer Sheba). 

Altro caso è quello di Sabhi Jadallah, della Striscia di Gaza, condannato a quattro anni e inoltre gettato in cella d’isolamento per 21 giorni e multato di 381 shekel [quasi 80 €, ndr] per aver chiesto di poter telefonare alla sua famiglia (ai detenuti provenienti da Gaza vengono vietate le visite dei parenti da più di tre anni). 

Il prigioniero Mahmud Abu Wahdan, del campo profughi di Balata, condannato a tre ergastoli e trent’anni di reclusione, riferisce invece di essere stato trasferito in modo arbitrario dalla prigione di Jalbu’ a quella di Nafha: aveva accusato la direzione del carcere di costringere i detenuti ad acquistare con il loro conto in banca piatti, cucchiai e sedie, a mangiare cibo di pessima qualità e a scrivere le loro proteste in ebraico anziché in arabo.

Abu Wahdan ha quindi invitato a creare istituzioni che contribuiscano a dare seguito ai ricorsi dei carcerati, soprattutto per quanto riguarda le questioni di vitale importanza come il divieto alle visite e le altre misure citate: esempi di simili istituzioni, suggeriti da Abu Wahdan, potrebbero essere una commissione legale all’interno del ministero dei Prigionieri, o un Circolo dei detenuti.

Elisa Gennaro

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