Ramadan, scuola, assistenza sociale…Le caritas palestinesi.

Ramadan, scuola, assistenza sociale e sanitaria.
La funzione sociale della solidarietà. Le associazioni caritatevoli.
Molte carenze e difficoltà che attraversa la società palestinese vengono supplite dalla rete di organizzazioni associative e caritatevoli in Palestina e nel mondo. Grazie al vasto network della solidarietà locale e internazionale, la società palestinese è ancora viva e attiva. Le numerose crisi economiche e politiche l’avrebbero altrimenti già annientata.
Per questa ragione, Israele attacca e sguinzaglia i suoi mastini anche all’estero contro associazioni che lavorano per portare un po’ di sollievo alla società palestinese.
In Italia esistono numerose organizzazioni, ma anche enti pubblici, attivi nei progetti di solidarietà verso i territori palestinesi – West Bank e Striscia di Gaza – grazie ai quali intere famiglie e villaggi possono arrivare a fine mese, comprare materiali scolastici per i figli, curarsi, ecc.
Una delle associazioni presenti nella società palestinese è la tanto mediaticamente vituperata Abspp – onlus (Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese).
L’associazione si occupa di finanziare l’acquisto di cartelle e materiale scolastico a orfani e poveri della Palestina occupata e sotto embargo, di offrire pasti e parti di montone durante il mese di Ramadan, e di adottare bambini rimasti senza genitori o in situazione di indigenza.
Queste attività vengono assimilate al "terrorismo", in Israele. Almeno, così si legge in alcuni articoli pubblicati in questi anni da giornalisti italiani, che ricevono, evidentemente, le "veline" del mestiere dall’estero.

 

L’Abspp è nata a Genova, dove ha sede, nel 1994.

I consistenti fondi raccolti – dai 400 ai 600 mila euro all’anno – vengono inviati alle associazioni caritative palestinesi che si occupano del sostentamento di orfani e di indigenti.

“Da anni – racconta l’architetto Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Benefica – raccogliamo offerte da mandare ai bambini rimasti senza genitori: servono per comprare loro materiali scolastici, abbigliamento, prodotti alimentari. Nel 2005 ne sono stati “adottati a distanza” 730 attraverso donazioni e contribuzioni di singoli o gruppi residenti in Italia. Ogni anno inviamo circa 450 mila euro che vengono distribuiti a 23 organizzazioni benefiche nei Territori, tutte riconosciute da Israele e dall’Autorità nazionale palestinese. I soldi arrivano in Palestina attraverso banche italiane. E’ tutto regolare e documentato dai nostri registri contabili. Le accuse di cui siamo oggetto da anni sono di natura politica non giuridica: sostenere concretamente la popolazione palestinese ridotta alla miseria non è un’attività ben vista dal governo israeliano. Ma ci chiediamo, cosa è meglio, lasciare i ragazzini diseredati al loro destino, senza futuro, e permettere che diventino emarginati e potenziali criminali, o dare loro un po’ di speranza?”.

 
(Per ulteriori informazioni: http://www.abspp.org/) 
 
Volontariato e filantropia nell’islam.

“Un musulmano dovrebbe prendersi cura degli altri, del loro benessere spirituale, della loro condizione materiale, dei bisogni individuali e del loro bene collettivo o sociale. Infatti, aiutare il prossimo rappresenta una regola basilare di condotta nel modo di vita islamico.

(…) Il volontariato islamico, sia in teoria sia in pratica, svolge un ruolo importante nelle società islamiche. L’islam, in quanto religione, sottolinea il bisogno di atti volontari nel modello di vita che predica ed elenca i princìpi generali che governano tali azioni volontarie. Le istituzioni di zakât, fitra, sadaqa e waqf hanno contribuito in maniera significativa alla conservazione della religione islamica e del benessere economico della umma.

Il sistema economico islamico ha un carattere chiaramente ugualitario, nel senso che il possidente è spinto a condividere la sua ricchezza con chi è povero. La funzione primaria del volontariato islamico consiste quindi nel realizzare un’equa distribuzione delle entrate e della ricchezza. Tale compito può essere svolto in diversi modi: può essere compiuto attraverso un trasferimento unilaterale dal ricco al povero; può assumere la forma di progetti di assistenza e di programmi per lo sviluppo della comunità a vantaggio di tutti, specialmente dei poveri; oppure può avvenire in forma di aiuti che consentano al povero di rendersi più autonomo dal punto di vista economico.

(…) La zakât è una tassa obbligatoria che deve essere vesata dai musulmani che abbiano oltrepassato il nisâb (la soglia imponibile: la linea di demarcazione, basata sul concetto di bisogni essenziali, tra coloro che sono in stato di bisogno e coloro che non lo sono). Il significato religioso non può essere negato, in quanto la zakât è posta allo stesso livello della salât (preghiera rituale). La maggior parte dei musulmani è consapevole di questo obbligo e paga annualmente la sua quota di zakât.

(…) La fitra è il testatico che ogni buon musulmano (eccezion fatta per coloro che sono assolutamente indigenti)  è obbligato a pagare nel mese di Ramadân prima della celebrazione della ‘îd. La fitra – che viene chiamata anche zakât al-fitr oppure sadaqat al-fitr – è destinata ai poveri.

(…) La sadaqa è un pagamento non obbligatorio, a completa discrezione dei musulmani. Essa è dunque un’attività caritativa non soggetta aalle regole che governano la zakât.

(…) La sadaqa rappresenta una fonte importante di finanziamento a disposizione del volontariato poiché l’islam esorta i suoi aderenti a versare la sadaqa secondo le possibilità di ciascuno.

(…) Il waqf rappresenta un importante istituto islamico per gestire proprietà e beni immobili lasciati

in eredità da filantropi musulmani affinché i loro cespiti vadano a beneficio della comunità. Il waqf agisce come una fondazione al servizio della comunità e l’essenza di tale istituto consiste nel fatto che per la realizzazione dei suoi scopi assistenziali si impiega solo il reddito, senza intaccare il patrimonio”. 

 Da “Tasse religiose e filantropia nell’islam del Sud-est Asiatico” a cura della Fondazione Giovanni Agnelli, Torino 1996, pagg.1, 23-35.

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