Rassegna stampa.

Rassegna stampa a cura di Chiara Purgato. 

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Non c’è pace senza i profughi

«Filistin arabiye, Filistin arabiye… forza, ripetiamo tutti insieme…Filistin arabiye». Nuha è solo un’adolescente eppure già insegna la politica a tante bambine del suo campo, Ein al Hilwe (Sidone), nel sud del Libano. Sorridente e
instancabile, esorta le sue piccole allieve a memorizzare slogan e canti tradizionali palestinesi. «Brava Reema, stai imparando in fretta» dice Nuha rivolgendosi a una bimba ben disposta verso una lezione davvero particolare.
La sua coetanea Amal, a distanza di qualche metro, tiene un corso di «pronto intervento medico», mostrando a una dozzina di ragazzini come rianimare una persona svenuta o in stato di shock. Nel frattempo riecheggiano, da un megafono tenuto a volume altissimo, i discorsi di attivisti e leader politici «sul futuro della Palestina». È il 62esimo anniversario della Nakba, la «catastrofe» nazionale palestinese. A Ein al Hilwe, come in tutti i campi in Libano, andranno avanti per due giorni le commemorazioni per la perdita della terra che, per ogni
profugo, coincide con la fondazione dello Stato di Israele e il contemporaneo
esilio per quasi 800mila palestinesi, fuggiti o espulsi durante la guerra del 1948 (ora i profughi sono oltre quattro milioni).
Nello stadio di Beirut, oggi migliaia di persone comporranno con 6.500 kufieh 
(il fazzoletto a scacchi bianchi e neri, simbolo della lotta palestinese) un gigantesco numero 194, in riferimento alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che sancisce il diritto dei palestinesi a far ritorno nella loro terra d’origine. Diritto che lo Stato d’Israele respinge con forza sostenendo di voler conservare il suo «carattere ebraico».
«Per noi questo giorno non è e non sarà mai come gli altri» dice il dottor Samir, 33 anni, con una laurea in medicina conseguita in Russia. «Tutti noi siamo cresciuti nel rispetto della memoria storica che ci è stata tramandata dai genitori e dai nonni. E altrettanto faremo con i nostri figli» spiega il medico indicandoci un gruppetto di bambini e bambine, con la maglietta nera e la kufieh al collo, che davanti a noi già muovono con perfezione i passi della dakbe
, la danza tradizionale palestinese, al ritmo di un motivo nazionalistico.
Per i 70mila profughi di Ein al Hilwe e gli oltre 300mila negli altri campi, commemorare nel miglior modo possibile la Nakba non è un semplice rito, ma il momento culminante della conservazione e protezione dell’identità nazionale palestinese. Un giorno in cui le divisioni, le spaccature laceranti che oggi dividono i palestinesi scompaiono e un popolo intero, in esilio in Libano o in altri paesi o residente nei Territori occupati, ritrova la sua piena unità nazionale. Un giorno in cui il movimento islamico Hamas e il partito Fatah non sono in lotta per il potere ma uniti, per una volta, sotto i colori della bandiera palestinese.
Nell’anniversario della Nakba non c’è spazio per la corruzione che dilaga nell’Anp a Ramallah o per i propositi di islamizzazione di Gaza che mostra Hamas. Fadil Abu Khias, insegnante in una delle dieci scuole di Ein al Hilwe, prova a spiegarci cosa vuol dire per un palestinese in esilio la memoria della «catastrofe». «Un volta – ricorda Fadil – (la scomparsa premier israeliana) Golda Meir, parlando della Nakba, rassicurò la sua gente affermando che un giorno i palestinesi più anziani sarebbero morti e quelli giovani avrebbero dimenticato. Ma commise un grande errore perché la Nakba è nel nostro dna, come  l’Olocausto per loro (gli ebrei)».
Da Ramallah arrivano notizie poco tranquillizzanti per le aspirazioni al ritorno
dei profughi palestinesi in Libano. Sebbene circondate da un profondo scetticismo, le trattative indirette, partite da qualche giorno, tra il governo
israeliano e l’Anp potrebbero sfociare – specie se ad imporlo sarà  l’Amministrazione Obama – in un primo accordo tra le due parti. Ed è noto che
il governo di Benyamin Netanyahu, come ogni altro esecutivo israeliano, non accetterà mai la nascita di uno Stato palestinese senza aver prima ottenuto
la rinuncia da parte dell’Anp al diritto al ritorno dei profughi. «Abu Mazen ha sbagliato a cedere alle pressioni di Obama e ad andare alla trattativa con i peggiori sionisti – commenta il dottor Samir –ma noi profughi in Libano vediamo le cose anche dalla nostra prospettiva. Abu Mazen è libero di firmare ciò che vuole, ma noi siamo ugualmente liberi di respingere un accordo che non preveda il diritto al ritorno. E senza l'approvazione dei profughi, il presidente (dell’Anp) ha le mani legate. Abu Ammar (lo scomparso presidente Yasser Arafat, ndr
) lo sapeva e non abbandonò il consenso nazionale palestinese. Abu
Mazen lo capirà anche lui, presto o tardi».
Il suono delle cornamuse degli scout indica che ha avuto inizio la marcia nelle vie di Ein al Hilwe, salutata dall’applauso delle donne alle finestre, di commercianti e passanti, e accompagnata da decine di militanti armati delle principali fazioni palestinesi. Assenti i miliziani di Jund a Sham e Osbat al Ansar, i gruppi qaedisti divenuti una spina nel fianco dell’Olp proprio a Ein al Hilwe e che offrono con le loro azioni il pretesto alle autorità libanesi per mettere in discussione l’accordo che lascia ai palestinesi il mantenimento della sicurezza all’interno dei campi profughi.
Il ritorno nella terra di Palestina non è l’unico diritto per il quale si battono i profughi in Libano. Le restrizioni fortissime ai diritti civili dei rifugiati sono insopportabili. Il Paese dei cedri nel 1948 collaborò alla stesura della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo ma la condizione dei profughi è terribile e si aggrava con il passare degli anni, a causa delle perenni tensioni demografiche che lacerano il Libano e del rifiuto totale, imbevuto di razzismo, di una parte delle forze politiche verso i palestinesi giunti nel paese 62 anni fa.
A turno i vari partiti (ad eccezione di quelli della destra cristiana) affermano di voler contribuire a risolvere il problema ma sul terreno non cambia nulla. Un palestinese oltre a non poter svolgere decine di lavori, non può avviare alcuna attività o acquistare una proprietà senza ricorrere ad un prestanome libanese. Inoltre ha una limitata possibilità di movimento e nessuna assistenza sociale e sanitaria pubblica.
Il 30 maggio saranno in 5mila a partecipare alla «Marcia per i diritti dei palestinesi». Partiranno da ogni città del paese e si raduneranno sotto il Parlamento a Beirut per esortare i deputati a dare seguito alle promesse che hanno fatto tante volte e che mai hanno rispettato. «Vogliamo i diritti civili per vivere una esistenza dignitosa, da esseri umani – spiega Fadel Abu Khias – ma i libanesi devono stare tranquilli, non cerchiamo la naturalizzazione, in questo paese ci consideriamo ospiti, la nostra terra è la Palestina ed è lì che ritorneremo».

 

 

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Salam Fayyad: fatti i palestinesi, farà la Palestina

È stato definito il Ben Gurion della Palestina perfino da Shimon Peres, che con il padre di Israele ha lavorato a stretto contatto. Una definitiva consacrazione per Salam Fayyad, primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) che come Gurion sta creando dal nulla uno stato. «Se non lo costruiamo noi, chi lo farà?» ha detto nel 2009 varando un piano di due anni che punta a fare funzionare ministeri, polizia e sistema fiscale, costruire strade, scuole e fognature. Fayyad giura che ad agosto del 2011 nessuno dell’Anp dichiarerà l’indipendenza della Palestina. «Non abbandoniamo i negoziati di pace come metodo per far nascere lo stato». Ma aggiunge che se quella strada non dovesse funzionare «ci stiamo preparando per la seconda possibilità», ovvero mettere il mondo davanti al fatto o meglio allo stato compiuto.

«Fayyad sta lavorando sul rispetto della legge, le infrastrutture, l’economia» riassume a Panorama Christian Berger, rappresentante dell’Ue per la Cisgiordania e Gaza. «Solo 4 anni fa sulle strade imperversavano gang armate e milizie. Ora la polizia è in grado di garantire maggiore sicurezza, ai palestinesi ma anche agli israeliani». Un controllo esercitato con metodi che molti ritengono eccessivi, tanto che il presidente dell’Università Al-Quds si è spinto a dichiarare che sarebbe auspicabile l’annessione a Israele, così ai palestinesi verrebbero garantiti i diritti civili.

«I palestinesi hanno cominciato a osservare il codice della strada, si mettono perfino le cinture di sicurezza in macchina» sottolinea Luisa Morgantini, ex vicepresidente del Parlamento europeo, che conosce molto bene la realtà dei Territori. «È la mentalità della gente che sta cambiando».

L’Ue, principale finanziatore dell’Anp con circa mezzo miliardo di euro all’anno (altrettanti arrivano dagli stati membri e dalle agenzie europee per lo sviluppo), sostiene senza indugi il piano di Fayyad, così come gli Stati Uniti. Bruxelles e Washington si fidano pressoché ciecamente di un uomo mai sfiorato dagli scandali sulla corruzione, che negli anni hanno indebolito Al-Fatah e consegnato la Striscia di Gaza a Hamas. Questo entusiasmo dei governi occidentali ha attirato critiche e sospetti sul primo ministro palestinese. Gli eredi di Yasser Arafat non lo hanno mai amato molto, ma per ironia della sorte fu il defunto leader dell’Olp a volerlo come ministro delle Finanze nel 2002.

Fayyad, 58 anni, non è mai stato nella resistenza: mentre i suoi coetanei pianificavano attentati lui studiava in Texas; e quando a Oslo venivano firmati gli storici accordi lui lavorava alla Banca mondiale.

Oggi Fayyad «è un forte sostenitore della resistenza non violenta alla barriera eretta da Israele e all’occupazione» puntualizza Morgantini. Un patriota ottimista che, però, più volte è stato sul punto di gettare la spugna.

Il presidente Abu Mazen, tuttavia, sa che senza di lui non può farcela, non foss’altro per quella minaccia di Hillary Clinton: «Se decidono di rinunciare a lui, dovranno rinunciare anche ai nostri soldi. Soldi dei quali Fayyad si è impegnato a rendere conto in modo trasparente, mentre lavora all’indipendenza economica del suo governo. Entro quest’anno vuole che metà del budget dell’Anp, circa 3 miliardi di dollari, venga coperta dalle tasse. Il pil palestinese corre (+7 per cento), per farlo galoppare affermando una precisa posizione politica Fayyad ha lanciato un severo boicottaggio delle merci prodotte nelle colonie israeliane, il prossimo passo sarà convincere (anche con le multe) 25 mila palestinesi a lasciare il posto di lavoro negli insediamenti.

«Anche i tribunali lavorano meglio e gli investitori sanno che possono fare rispettare i contratti» conclude Berger. Il sogno di Fayyad prende forma.

 

Esteri | 18/05/2010 | ore 12.49 »

Gerusalemme 18 mag. – (Adnkronos) -Noam Chomsky, il celebre linguista americano pacifista aggirera' il divieto di ingresso nei Territori palestinesi grazie a una videoconferenza da Amman. Lo riferisce il quotidiano israeliano Haaretz. Chomsky potra' dunque, sia pure in questo modo 'virtuale', tenere la previista conferenza all'universita' di Bir Zeit. Chomsky ha parlato ieri al telefono con il primo ministro palestinese Salam Fayyad, che avrebbe dovuto incontrare a Ramallah. Dopo aver discusso della situazione palestinese Fayyad ha duramente criticato la decisione di Israele di vietare l'ingresso in Palestina al professore Usa.

La notizia ha avuto larga eco nei media e la Bbc ha riferito che Chomsky e' stato trattato bene dagli ufficiali israeliani che non l' hanno lasciato entrare perche' “al governo israeliano non piacciono le cose che dico, e perche' avrei dovuto parlare all' Universita' di Birzeit e non anche in una universita' israeliana”.

In un'intervista ad Al Jazeera Chomsky ha detto che a nessuno piacciono le cose che dice, e Israele e' in questo uguale a tutti gli altri governi del mondo. “Ho chiesto loro (agli israeliani, ndr) – ha ironizzato – di trovarmi un governo a cui piacciono le cose che dico”. Pronta la replica sul New York Times del primo ministro israeliano attraverso il suo portavoce Mark Regev: dire che Israele neghi l' ingresso a voci critiche nel Paese, ha affermato, e' “ridicolo” e “non si sta verificando”.

 

 

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The road to Palestina

MARTEDÌ 18 MAGGIO 2010 07:48

Il villaggio palestinese di Tuba si trova in Cisgiordania, a sud di Hebron. Qui gli abitanti vivono ancora nelle grotte e sopravvivono grazie alla pastorizia. Ma la vita in Cisgiordania, dopo l'occupazione del 67, non puo' essere normale.

Dall'inizio del 2005, i bambini del villaggio devono aspettare la scorta dell'esercito per potersi recare nella vicina scuola elementare di At Tuwani. E quando non arriva ci sono due possibilità: non andare a scuola oppure farlo esponendosi ai possibili attacchi da parte dei coloni dell'insediamento di Ma'on e dell'avamposto illegale di Havat Ma'on. Così è successo dieci giorni fa, quando i bambini hanno aspettato per due ore l'arrivo dei soldati salvo poi incamminarsi da soli lungo il tragitto. In quell'occasione due coloni a cavallo, uno dei quali mascherato, hanno rincorso i bambini mettendoli in fuga. nella stessa giornata, anche al ritorno la scorta dopo essere arrivata con 50 minuti di ritardo ha lasciato i bambini soli nell'ultimo tratto di strada dove sono stati attaccati nuovamente dai coloni. Una situazione che purtroppo si verifica sempre più spesso negli ultimi anni. Secondo Operazione Colomba, che insieme a Christian pacemaker Team è presente nella zona dal 2004, nel primo semestre dell'anno scolastico 2009-2010 i bambini sono stati attaccati altre 4 volte, hanno atteso l'arrivo della scorta per 24 ore e hanno perso 16 ore di scuola.

Nonostante i continui attacchi da parte dei coloni, i pastori e gli abitanti di questa comunità hanno da sempre scelto di rispondere con modalità di lotta non violenta. Principi condivisi anche dagli attivisti dell'Operazione Colomba che dal 2004 sostengono fisicamente e attivamente la resistenza degli abitanti di At-Tuwani agendo da veri e propri scudi umani per proteggere i bambini e i pastori dalle violenze dei coloni e dalle inadempienze dell'esercito.

Così fra qualche giorno, Acmos (wwww.acmos.net), progetto Salvagente (www.salvagente.acmos.net) insieme a Nuovasocietà (www.nuovasocieta.it)saranno proprio a Tuba per conoscere quell'esperienza e per raccontarla in Italia. Non resta che seguire gli aggiornamenti sul web.

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