Rassegna stampa ‘cultura e attualità’.

Rassegna stampa “cultura e attualità”.

A cura di Chiara Purgato.

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Pacifisti verso Gaza, la ''Rachel Corrie'' scalda i motori

Gerusalemme – Contro l'assedio di Gaza e in sostegno della lotta popolare in Cisgiordania. L'attivismo palestinese, israeliano e internazionale contro l'occupazione cresce con il trascorrere dei mesi. Ieri nel ricordo di Basem Abu Rahma, il pacifista ucciso un anno fa dall'esercito israeliano, si è aperta nel villaggio cisgiordano di Bilin la quinta conferenza sulla resistenza popolare all'occupazione militare. L'appuntamento quest'anno vede la presenza anche del premier dell’Anp Salam Fayyad e dei leader di diversi partiti che hanno dovuto prendere atto del successo politico e d'immagine ottenuto dalla lotta della popolazione di Bilin. La conferenza si chiuderà domani con la lettura di una dichiarazione finale. Ma in questi giorni altri attivisti, quelli del Free Gaza Movement, sono impegnati a completare i preparativi per la partenza di una piccola flotta di imbarcazioni pacifiste che a fine maggio si dirigeranno verso il porto di Gaza city con l'intento di rompere il blocco navale israeliano, come già avvenuto in diverse occasioni tra l'estate e l'autunno del 2008.

A guidare la “spedizione navale” sarà la MV Rachel Corrie, la nave cargo da 1200 tonnellate che il Free Gaza Movement ha acquistato ad un'asta per 70mila euro e che invierà carica di cemento, carta e materiale sanitario, merci che Israele fa entrare con il contagocce nella Striscia di Gaza sotto assedio. La nave era stata abbandonata nel 2009 e languiva nel porto irlandese di Dundalk dove gli abitanti ora la stanno riparando e dipingendo. L'imbarcazione è stata rinominata MV Rachel Corrie, in memoria della giovane attivista dell'International Solidarity Movement (Ism) uccisa da una ruspa israeliana nel 2003, mentre cercava di impedire la distruzione di una casa palestinese a Rafah. 

“Stiamo facendo tutto questo per mostrare alla gente di Gaza che non sono soli. Niente riesce ad entrare a Gaza, nessun tipo di aiuto. Noi siamo pronti per provare a forzare l'assedio e portare dentro gli aiuti. L'abbiamo già fatto. Dei nostri tentativi precedenti, cinque hanno avuto successo”, spiega Derek Graham, uno degli organizzatori della flotta.

Partner del Free Gaza Movement sono l'organizzazione umanitaria turca “Ihh”, la “European campaign to end the siege of Gaza” e la “Greek and Swedish Boat to Gaza” che salperanno con otto imbarcazioni cariche di materiale per la ricostruzione, insieme a 600 passeggeri e giornalisti. Nel weekend del primo maggio, una carovana di autoveicoli, provenienti da otto differenti città in Irlanda e Inghilterra, porterà alla MV Rachel Corrie generi di prima necessità per Gaza. Dalla Norvegia arriveranno più di 6 tonnellate di carta e materiale per le scuole palestinesi. Gli organizzatori si dicono fiduciosi nonostante la Marina militare israeliana abbia bloccato le ultime spedizioni del Free Gaza Movement alla fine del 2008.

 

 

 

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Non lasciamo sole le donne palestinesi mentre ricamano il loro sogno di un futuro libero

Il ricamo come forma di resistenza

Fra gli infiniti modi di resistere mi viene in mente il ricamo come momento privilegiato di resistenza attiva. Attraverso piccoli punti a croce che riproducono disegni antichi da corredi nuziali, abiti da sposa o che si ispirano alla natura, alla terra ed ai prodotti della Palestina, la donna palestinese contribuisce alla conservazione di una identità minacciata da decenni di occupazione devastante.

“Poiché gli Israeliani ci vogliono cacciare dalla nostra terra – ci ha detto il sociologo Nassar Ibrahim dell’Alternative Information Center – noi palestinesi resistiamo solo vivendo qui, mantenendo gli ospedali, le scuole, danzando, facendo musica, facendo sesso…”

Fra gli infiniti modi di resistere mi viene in mente il ricamo come momento privilegiato di resistenza attiva. Attraverso piccoli punti a croce che riproducono disegni antichi da corredi nuziali, abiti da sposa o che si ispirano alla natura, alla terra ed ai prodotti della Palestina, integrando talvolta anche elementi dell’arte bizantina e crociata, la donna palestinese contribuisce al recupero dell’eredità culturale del suo popolo ed alla conservazione di una identità minacciata da decenni di occupazione devastante.

E’ così che le donne ricamatrici che abbiamo potuto incontrare a Jenin, a Twani e nei due centri di Ramallah, attraverso la lavorazione del filo e l’armonizzazione dei colori, cercano di mantenere vive le loro tradizioni contribuendo, nello stesso tempo, al sostentamento della famiglia nella quale riescono a ritagliarsi un ruolo autonomo, così come nella società, con la loro produzione, i loro guadagni e le relazioni che intrecciano.

A Jenin, toccante è stata l’accoglienza riservataci da Um Imad, madre del giovane Imad Abu Zahra – ucciso da un soldato israeliano mentre compiva il suo dovere di giornalista. – e da alcune delle sue collaboratrici. _ Attorno ad una tavola ricoperta di cibi semplici e squisiti come da tradizione, Um Imad ci ha presentato la Women Cultural Society, come realizzazione del sogno di suo figlio martire, che in vita non cessava di raccomandarle di mettere a servizio delle giovani donne di Jenin l’arte delle sue mani, a salvaguardia e protezione dell’eredità popolare palestinese.

L’associazione, fondata nel 2004, ha scelto come sede, nella città vecchia di Jenin, una casa semidistrutta che la stessa associazione si è presa cura di restaurare e pagarne l’affitto, oggi di 130 JD (Dinari giordani) mensili, circa 150 euro, oltre alle bollette di luce, acqua e telefono.

Tra una portata e l’altra e l’assaggio di dolci tipici di loro produzione, Um Imad ci parla delle attività dei membri dell’associazione, oggi in numero di 140, ognuna con le proprie esperienze e competenze da condividere con le altre, tutte orientate verso un comune obiettivo: il recupero dell’eredità culturale palestinese.

Obiettivo che viene realizzato attraverso lo studio e la divulgazione anche mediante radio, TV e stampa, organizzando corsi di ricamo e di artigianato di vario tipo, quali i prodotti fatti a mano come la conservazione di cibi e la cucina popolare, la pittura su seta e vetro, la lavorazione in ceramica e legno.

A fine pasto abbiamo potuto visitare un’esposizione di ricami e altri oggetti del loro artigianato. Fra le borse, i borselli, i cuscini e gli arazzi, particolarmente suggestivo mi è sembrato il ciondolo col ricamo di Handala di Naji al Ali, omino visto sempre di spalle, con le mani intrecciate dietro la schiena e lo sguardo rivolto ai villaggi che è costretto ad abbandonare; egli mostrerà il suo volto solo quando potrà tornare a casa nella sua Palestina libera. Quanto lunga sarà l’attesa?

In aggiunta all’esposizione permanente in sede, la Women Cultural Society organizza, in collaborazione con altre associazioni, esposizioni al Comune di Jenin, al Villaggio globale in Giordania, al Centro Baladna di Ramallah, a Sabastia di Nablus ecc. 
Fra le loro attività anche la creazione di una libreria, l’accoglienza di delegazioni e gruppi per uno scambio di esperienze e l’organizzazione di corsi di alfabetizzazione, patrocinati dal Ministero dell’Istruzione.

L’incontro con gruppi come il nostro, oltre al piacere di tessere nuove relazioni, farci conoscere la loro cultura, la difficile realtà che vivono e le loro modalità di resistenza, dà loro anche economicamente una boccata d’ossigeno.

Al ricamo di Jenin fa eco quello di al Twani, villaggio abitato da pastori nelle colline a Sud di Hebron, territorio dichiarato zona militare da Israele, lasciato senza servizi, soggetto ad espropri ed espulsioni. 
Alla violenza dei coloni contro anziani e bambini, gli uni aggrediti mentre portano gli animali al pascolo e gli altri mentre vanno a scuola, le donne del villaggio rispondono col volersi unire in associazione per discutere dei loro problemi personali e familiari, ci dice Kifah nel suo racconto in arabo.

Avendo ìl 50% degli uomini del villaggio osteggiato l’iniziativa le donne, determinate a conquistarsi un ruolo in famiglia e nella società, hanno intrapreso insieme attività di ricamo e tessitura. 
Invitati, dopo aver condiviso un pasto frugale: una ciottola di minestra con legumi e del buon pane appena sfornato, a vedere i loro lavori, siamo entrati in una stanzina semibuia, dove borse, abiti, tappeti ecc. erano appesi al muro o posati a terra. Un fragile lume ci guidava nella scelta dei capi d’acquistare, mentre la dolce ed energica Kifah (in arabo “lotta”), calcolava il cambio della valuta e incassava.

Anche lei, come le donne di Jenin, è riuscita a trasmetterci delle forti emozioni e a farci capire come la donna palestinese, armata solo di buona volontà e forza morale, riesca a condurre egregiamente la sua duplice resistenza: per affrancarsi da un marito autoritario e per difendere se stessa e i propri figli dalla violenza dei coloni.

Alla nostra ammirazione per le ricamatrici di Jenin e di al Twani, si aggiunge il nostro apprezzamento per le amiche incontrate a Ramallah. L’attività di ricamo delle donne lavoratrici del “Palestinian Working Women Society” (PWWS), fa da corollario alla loro azione politica femminile e femminista, sempre condotta sui due fronti, quello interno per scardinare il sistema patriarcale anche con interventi legislativi e quello esterno per neutralizzare la politica coloniale israeliana.

Il Centro Pastorale Melkita, dove confluiscono oltre trecento donne, provenienti dai villaggi attorno a Ramallah, cerca di rispondere – con corsi preparatori e affidamento del lavoro di ricamo e cucito, ad ognuna di loro – alla necessità di dover provvedere ai bisogni della famiglia, spesso privata dal sostegno dell’uomo, perché disoccupato, invalido o detenuto nelle carceri israeliane.

Credo di interpretare bene i sentimenti di ognuno/a nell’affermare che tutte queste donne, ci hanno trasmesso delle bellissime emozioni, attraverso il loro impegno e le relazioni che riescono a costruire. 
I loro racconti ce le fanno sentire in grado di ridare alla famiglia quel senso di normalità, facendo di tutto per assicurare ai propri figli cibo, istruzione, cure mediche e una crescita serena, malgrado i limiti e le vessazioni cui sono quotidianamente sottoposti.

Questo loro modo di resistere all’occupazione militare israeliana che dura ormai da oltre 40 anni, senza riuscire, malgrado le sue tecniche brutali, a spegnere nel popolo palestinese la voglia di vivere, ci fa guardare al futuro con ottimismo. 
Non lasciamole sole mentre ricamano il loro sogno di un futuro libero!

 

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Israele, cosa pensano i coloni

Il 60 per cento degli israeliani favorevole allo smantellamento degli insediamenti

La maggioranza degli israeliani sarebbe a favore dell'evacuazione degli insediamenti in Cisgiordania. E' quanto emerge da un'indagine condotta dall'istituto Harry S. Truman for the Advaced of Peace dell'Università ebraica di Gerusalemme.

A cinque anni dal disimpegno israeliano dalla Striscia di Gaza, l'istituto israeliano si interroga sulle posizioni dei coloni della Cisgiordania e dell'opinione pubblica più in generale riguardo a una possibile evacuazione degli insediamenti. 
I risultati della ricerca assumono un'importanza particolare non solo per la posizione chiave che i coloni giocano all'interno della scacchiera politica israeliana, ma soprattutto alla luce dei rapporti tra Israele e Stati Uniti d'America. Rapporti che, negli ultimi mesi, si sono incrinati proprio a causa del rifiuto da parte dello stato ebraico di interrompere la costruzione delle colonie a Gerusalemme Est. Il dibattito rimane aperto anche in Israele dove, alla fine del 2008, erano quasi 500mila I coloni che vivevano in Cisgiordania. Dal 1967 al 2007, lo stato ebraico ha costruito 121 insediamenti nei territori palestinesi, riconosciuti dal ministero dell'Interno come “comunità”. Dodici colonie si trovano invece nell'area di Gerusalemme.
La questione degli insediamenti rimane un punto centrale nella soluzione del conflitto tra israeliani e palestinesi. Considerati illegali dal diritto internazionale, la posizione geografica di questi insediamenti rende di fatto fisicamente impossibile la costruzione di uno stato palestinese.

Oltre al dato secondo cui il 60 per cento degli israeliani sarebbe favorevole ad un'evacuazione degli insediamenti in quanto parte di un accordo di pace con i palestinesi, dato di per sé sorprendente, stupisce anche che né i coloni né l'opinione pubblica sembrino esserne consapevoli. Il 44 per cento dell'opinione pubblica è infatti convinta che la maggioranza dei concittadini sia contraria all'evacuazione degli insediamenti dalla Cisgiordania. La percentuale sale tra i coloni: per il 57 per cento gli israeliani sarebbero contrari ad un'azione simile. 
Lo studio compiuto dall'Istituto Truman mette inoltre in luce come sempre meno coloni riconoscano al governo israeliano e al parlmento la legittimità di poter decidere sull'evacuazione degli insediamenti. Il dato è in calo rispetto al 2005, quando un'analisi simile era stata condotta alla vigilia del ritiro forzato dalla Striscia di Gaza voluto da Sharon. Il 60 per cento dei coloni accetterebbe oggi solo un referendum e nemmeno un'autorità religiosa avrebbe la legittimità di poter decidere su questo argomento. Il resto dell'opinione pubblica israeliana, il 72 per cento, continua invece a ritenere le autorità del governo o del parlamento le uniche a poter decidere su questa spinosa questione.

Interrogati invece sulla reazione ad una eventuale evacuazione degli insediamenti in Cisgiordania, solo il 20 per cento dei coloni ritiene che si dovrebbe obbedire alla decisione presa, mentre la maggioranza ritiene che si dovrebbe resistere attraverso vie legali. Cresce, rispetto al 2005, il numero di chi si opporrebbe all'evacuazione in ogni modo ( passando dal 15 al 21 per cento). Tra la comunità dei coloni inoltre, il 43 per cento si aspetta che la maggioranza degli abitanti degli insediamenti resisterà ad un'evacuazione attraverso vie legali, mentre il 40 per cento crede che la maggioranza vi si opporrà in ogni modo.
Altro dato interessante che emerge dalla ricerca israeliana riguarda le motivazioni che spingono cittadini israeliani a trasferirsi nei territori palestinesi. Nonostante sia la maggioranza dei coloni che la maggioranza dell'opinione pubblica imputi una scelta simile soprattutto a motivazioni religiose o nazionalistiche, in realtà il 46 per cento dei coloni (in aumento rispetto al 2005) dice di avere deciso di vivere negli insediamenti per la qualità della vita e solo il 31 per cento lo farebbe per una “missione religiosa”.

 

http://www.net1news.org/

 

Gerusalemme Est, graffiti contro l'occupazione

ISRAELE – Artisti provenienti da Palestina, Israele e Gran Bretagna per rispondere all'occupazione israeliana di Gerusalemme est a suon di graffiti. Iwriters hanno utilizzato il muro esterno della casa della famiglia al-Kurd per disegnare una grande immagine della moschea di Al-Aqsa. Con loro attivisti israeliani e internazionali, ma anchegli abitanti del quartiere, sradicati dalla loro casa lo scorso agosto. Alcuni di loro vivono lì da oltre  cinquant’anni, ma quest'inverno l'hanno trascorso accampati in una tenda sul marciapiede.

 

 

http://www.oecumene.radiovaticana.org/it1/index.asp

Il patriarca Twal: la pace in Terra Santa sarà per tutti o per nessuno
La pace in Terra Santa è difficile ma possibile, non bisogna perdere la speranza: è questo in sintesi quanto ha detto ieri a Roma il patriarca latino di Gerusalemme Fouad Twal, che oggi in Vaticano partecipa alla terza riunione preparatoria del Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente che si svolgerà dal 10 al 24 ottobre sul tema “La Chiesa Cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza”. Il servizio di Sergio Centofanti.   

Il patriarca di Gerusalemme sottolinea con dolore la situazione di conflittualità permanente in Terra Santa. E ricorda il ruolo particolare dei cristiani. Ascoltiamolo al microfono di Tracey McLure:

 
“Un’intera generazione di palestinesi e d’israeliani è nata e cresciuta con questa mentalità di conflitto e di guerra. E’ diventato sempre più difficile immaginare un futuro di convivenza. E’ più facile demonizzare gli altri; più difficile è perdonare. Il nostro linguaggio di cristiani è invece questo: perdonare e ricominciare da zero. Altri, però, non vogliono saperne nulla di perdonare. E anche se siamo considerati ‘imbecilli’ questo resterà il nostro linguaggio, perdonare: così noi siamo ‘pazzi’ e continuiamo ad essere ‘pazzi’ e continuiamo a perdonare”.

 
Nonostante tutto il patriarca di Gerusalemme esprime una convinzione:

 
“Una convinzione interna … che un giorno arriverà la pace per tutti e con tutti si intendono ebrei, musulmani e cristiani, perché credo che nessuno possa godere di questa pace da solo: mai!”.
 
Il patriarca ha infine parlato delle responsabilità della pace e di cosa si può e si deve fare per porre fine alle violenze:

 
“E’ vero che i due popoli sono colpevoli in prima linea – sia il popolo palestinese che quello israeliano – ma io do un po’ di colpa anche alla Comunità internazionale, che dovrebbe intervenire e fare qualcosa. Poi, se Israele vuole la pace, francamente, deve pagare il prezzo e, quindi, ritirarsi dai Territori occupati lasciando vivere i palestinesi, accettando la soluzione di due Stati, di cui tutti parlano. Ma pare che adesso Israele abbia più paura della pace che non della guerra. Perché pace significherebbe chiudere la questione di Gerusalemme, pace significherebbe risolvere la questione di tre milioni di rifugiati; pace significherebbe fissare delle frontiere per Israele. E Israele è l’unico Paese del mondo che attualmente non ha frontiere. Non sappiamo fin dove arriva, non lo sappiamo: possono entrare ed uscire con le jeep e con i militari dove vogliono. Gli ebrei hanno il diritto di ritornare in patria e tutti quanti sono i benvenuti, ma i palestinesi non hanno nessun diritto di ritornare. E poi, se ci fosse anche per i palestinesi il diritto di tornare, io credo che ritornerebbe il 5-10 per cento, al massimo. Io non credo che un palestinese che si sia ben sistemato in Canada lascerà tutto per ritornare: forse alcuni dei campi rifugiati torneranno. Per questo non dobbiamo aver paura se il diritto al ritorno fosse esteso anche ai palestinesi”.

 

 

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