Rassegna stampa ‘cultura e attualità’.

Rassegna stampa “cultura e attualità”.

A cura di Chiara Purgato.

http://www.osservatorioiraq.it/index.php

Palestina, parla il Custode di Terra Santa: “L’occupazione è un ostacolo alla pace”
Padre Pierbattista Pizzaballa, francescano, è dal 2004 il Custode di Terra Santa ed è responsabile di 74 luoghi santi in Israele, Territori palestinesi occupati, Egitto, Libano e Giordania, tra cui il Santo Sepolcro a Gerusalemme e la Basilica della Natività a Betlemme.

 

In questa intervista, rilasciata all’Osservatorioiraq.it, Pizzaballa testimonia la difficile vita dei palestinesi nei Territori occupati ma anche “i piccoli gesti quotidiani di rispetto e di amicizia reciproca” tra i due popoli che spesso non vengono raccontati.

 

 

Nelle ultime settimane c’è stata molta tensione nei rapporti tra israeliani e palestinesi. In questo clima difficile come avete vissuto le celebrazioni della Pasqua?

 

Il clima di tensione ha creato l’occasione per rendere particolarmente difficile raggiungere la Basilica del Santo Sepolcro all’interno della Città Vecchia di Gerusalemme. Qui la Veglia Pasquale viene celebrata, da noi cattolici di rito latino la mattina del Sabato Santo. Il calendario di quest’anno fissava la celebrazione della Pasqua nello stesso giorno, per i diversi riti e le diverse confessioni cristiane: quindi c’è stato un susseguirsi di celebrazioni in Basilica. Il clima della giornata, le difficoltà, e la gioia di questa Pasqua-insieme sono resi con vivacità dalla cronaca che si trova sul nostro sito Internet (www.custodia.org). 

 

Ha potuto parlare di recente con rappresentanti dell'Anp di una ipotesi di ripresa del dialogo? 

 

La Custodia di Terra Santa non ha voce né presso il governo israeliano né l’Autorità Palestinese. Tuttavia, come responsabili per i luoghi santi di questi Paesi e come cristiani, cioè minoranza fra le due grandi religioni di questa Terra, la situazione presente e futura di Gerusalemme ci sta a cuore e ci preoccupa. L’occupazione e la frammentazione del territorio palestinese non può che aggravare una situazione che risente di sessant’anni di conflitto. E tutto questo certo non favorisce non dico la pace, ma almeno la ripresa della trattativa necessaria a giungere a un progetto di pace condiviso. 

 

Come vive la popolazione palestinese della Cisgiordania la costruzione di questi insediamenti?

 

Come si vive quando si abita in una zona dalla quale non si può entrare e uscire a seconda del bisogno, dove viene negato un secolare accesso alla fonte d’acqua, indispensabile alla vita delle famiglie del clan, o del villaggio. Dove i bambini per raggiungere la scuola devono essere scortati dai volontari internazionali, per essere protetti in qualche modo dai coloni. Dove per andare a coltivare il campo e il frutteto si deve attraversare un muro, o un posto di blocco, o tutti e due… L’occupazione è fatta di tante, piccole, costanti umiliazioni, quotidiane. Così vive, qui, la popolazione palestinese nei territori occupati da Israele nella Cisgiordania. 

 

Può spiegare anche a chi non ha mai visitato Gerusalemme qual è l'impatto della costruzione di questi insediamenti sulla Città Santa e in Cisgiordania? Perché sono considerati un ostacolo per il processo di pace?

 

Chi va, ora, da Gerusalemme a Gerico, per la strada che attraversa il deserto loda la comodità della strada, e rimane comunque affascinato dal deserto. Vent’anni fa la strada era stretta, in alcuni punti i pullman dovevano rallentare e accostare per lasciar passare chi proveniva dal senso opposto. Il deserto era deserto, cioè un panorama di collina desertiche senza tralicci, senza insediamenti, senza postazioni militari: un deserto come uno se l’immagina, non come lo vede ora. Gerusalemme senza insediamenti? La zona araba della città ora presenta zone di nuova costruzione, sul Monte degli Ulivi sventola una grande bandiera israeliana. Attraversando la zona si notano, ai bordi delle strade, alcune tende: ci vivono le famiglie la cui casa è stata demolita dalle ruspe. Non so quanto i pellegrini si rendono conto di questo: bisogna venire già informati per riuscire a cogliere, nel breve tempo di un pellegrinaggio, anche questa Via Crucis sociale che segna la Città, le strade, il paesaggio. Informarsi e quindi saper guardare ciò che si vede anche solo dal finestrino di un autobus, aiuta allora a capire come l’occupazione della propria terra, della terra che appartiene da generazioni e generazioni a un popolo, non può essere un affare indolore, e costituisce un ostacolo serio e incontestabile alla pace. 

 

A far crescere la tensione in Terra Santa è stata anche la recente decisione di Israele di inserire nella lista del patrimonio nazionale ebraico la Tomba dei patriarchi di Hebron e la Tomba di Rachele a Betlemme. Esiste il rischio che questi luoghi sacri vengano interdetti ai palestinesi?

 

Questi luoghi sono già, in tutto o in parte, interdetti ai palestinesi. Un palestinese non può  avvicinarsi alla cosiddetta tomba di Rachele, che è chiusa in un enclave apposita del Muro che chiude la città di Betlemme. Le tombe dei Patriarchi a Hebron sono all’interno della possente e imponente moschea di Hebron. Questo spazio di preghiera è stato sagomato in modo che da una parte vi accedono i palestinesi, e dall’altra gli ebrei. Molte case, abitazioni e negozi nei dintorni della moschea sono abbattuti o mantenuti vuoti, e quindi la moschea si erge isolata dall’abitato e divisa in due; solo i turisti possono accedere alle due parti, passando, attraverso un posto di blocco, da una all’altra. 

 

Cosa ha potuto fare la Custodia francescana in Terra Santa per aiutare la popolazione della Cisgiordania e di Gaza? 

 

La Custodia di Terra Santa agisce sul territorio attraverso le parrocchie, per quanto riguarda il culto, e le opere sociali – specialmente le scuole e il sostegno a molte iniziative diverse in aiuto alla popolazione. A Gaza la Custodia non è presente. Le conseguenza della guerra a Gaza sono tuttavia affrontate insieme alla Chiesa di Gerusalemme e alle altre chiese. C’è una collaborazione concreta e unanime nei confronti della popolazione di Gaza che vive una situazione di emergenza umanitaria. 

 

 

Qual è la situazione delle comunità cristiane in Terra Santa?

 

La comunità cristiana di Terra Santa vive frammentata e unita in diverse denominazioni di chiese, di riti, gli stessi problemi della popolazione musulmana. Una piccolissima comunità di cattolici di espressione ebraica tiene viva la presenza importante e preziosa degli antichi ebrei che riconobbero Gesù come Figlio di Dio. Ma quando si parla di “cristiani di Terra Santa” si intende, generalmente, quel poco meno di 2% di presenza cristiana in una Terra abitata da ebrei e musulmani. Comunità cristiana che vive quindi i problemi derivanti dall’essere una minoranza davvero piccola e insignificante sul piano socio-politico. Fra loro vi sono i cattolici latini. Una piccola porzione che è tentata fortemente dall’esodo perché tanti di loro ne hanno la possibilità: parenti già all’estero, alta scolarità, conoscenza delle lingue, una buona predisposizione all’incontro con gli altri… Tante nostre famiglie cattoliche hanno metà dei familiari all’estero, hanno figli che hanno studiato all’estero, dove trovano la possibilità di manifestare la propria professionalità che qui è loro praticamente negata. Sono forti elementi che inducono molti ad andarsene.

 

Padre, la Terra Santa è conosciuta come un luogo di perenne conflitto. E’ davvero così  o la popolazione riesce in realtà  a dialogare più di quanto facciano i suoi governanti? 

 

La Terra Santa solo luogo di conflitto? No certamente! Ci sono persone – ebrei, cristiani, musulmani – che lavorano per la pace, che soffrono per giustizia, che continuano a sperare concretamente, con piccoli quotidiani gesti di rispetto e di amicizia reciproca, proponendo e tenendo viva la pace nei loro cuori, che certo ha in sé la forza della testimonianza, la forza mite e luminosa della verità. Perché vivere in pace è vivere nella libertà e nella verità. Non fanno rumore perché la loro voce non viene ascoltata, non riescono a farsi sentire attraverso i grandi canali dell’informazione, ma ci sono, e sono la forza e l’avvenire di questa Terra. Dare voce alla loro testimonianza, sostenerli con il nostro aiuto, propagandare ciò che fanno, è quello che possiamo fare per fa si che la loro voce risuoni più alta, le loro gesta vengano rese ufficiali fino ad acquistare quella visibilità che possa scuotere la coscienza di un mondo addormentato, che non sa più ascoltare il grido di chi soffre, che non sa più sognare un mondo dove si possa vivere da uomini liberi.

 

 

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“Gerusalemme, Ultimo Viaggio”: sette diari per raccontare la Terra Santa

LUCCA, 26 aprile – E' stato presentato all'auditorium dell'Agorà il libro “Gerusalemme. Ultimo viaggio”: una raccolta di sette diari sulle attuali situazioni in Terra Santa. La presentazione è stata organizzata dalLimesclub Lucca.

Non è mai facile raccontare la Palestina e soprattutto farlo in un modo che risulti chiaro ed esaustivo. Saranno le differenze culturali, il radicamento religioso, l’insorgere di dinamiche conflittuali che all’Occidente “progredito” appaiono insignificanti, ma rimane il fatto che la situazione israelo-palestinese è foriera di dubbi e confusioni.

Il libro edito da ETS non cerca di fugare le ultime perplessità e di chiarire una volte per tutte per chi parteggiare: semplicemente offre una visione scarna di quella che è la vita in una terra di nessuno che troppi vogliono.

I sette diari vergati da altrettanti esperti del settore e giornalisti italiani sono una finestra aperta sulla Terra Santa, a partire dalla guerra tra Israele ed Hezbollah del 2006, fino a Gaza e ai giorni nostri.

Il Medio Oriente non viene dipinto attraverso battaglie sanguinose ed incomprensibili resoconti politici: gli autori raccontano ciò che vedono sottoforma di diario, il momento più intimo per chi scrive, durante il quale realtà e percezioni si mescolano.

Lo abbiamo intitolato ‘Ultimo viaggio’– spiega Alfredo Di Girolamo, presidente Cispel Toscana e curatore del libro- perché ogni volta che si lascia Gerusalemme si sente la necessità di scriverne le memorie: ogni volta, infatti, potrebbe essere l’ultima possibilità di vedere la città come l’abbiamo lasciata”.

È questo in sintesi lo scenario che emerge: una realtà in mutamento, una superficie mobile che non lascia scampo, con le religioni come solo punto di riferimento.

La religione – dice Don Luca Bassetti, direttore del Centro Biblico Diocesano – ha una realtà ambivalente: se da una parte può essere una forte via di coesione, dall’altra potrebbe concretizzarsi come limite insormontabile. La religione, comunque, non si pone come verità- continua il religioso, sovvertendo gli insegnamenti di sempre-: è l’esperienza che si pone come verità”.

Per chi non ha vissuto a Gerusalemme – conclude Enrico Catassi, esperto di cooperazione decentrata e curatore del libro- è difficile comprendere le ragioni del conflitto. Io stesso ho abitato lì dal 2002 al 2007 e ho visto via via tramontare l’idea che ha dato origine agli scontri, cioè la nascita di uno stato palestinese da un lato e l’espansione israeliana dall’altra”.

Nemmeno parlarne, del conflitto, è semplice: ci sono troppi elementi, troppe variabili impazziti, spaccature profonde e abissi incolmabili tra “noi” e “loro”.

 “Prendiamo ad esempio la costruzione del muro- dice Catassi-: è impossibile pensare ad armonizzare i rapporti in Terra Santa, scindendoli dall’economia. Lo stesso muro che divide i tuoi territori è stato iniziato nel 2004 ed è stato eretto da manodopera palestinese che, quotidianamente, si reca in Israele. Il muro, nato dall’idea di separare pacificamente i due paesi, si è trasformato in una prigione”.

In conclusione, all’interno del libro non si trovano risposte. Non si arriva a capire se è giusto o meno portare la kefiah, ed, eventualmente, di quale colore (anche se, ormai, pure quella ha perso di significato). Semplicemente, si vede la Terra Santa come non l’avevamo mai vista: senza pudori, senza giochi di potere. Così com’è. Vissuta e sofferta da individui che non intendono trascinare i lettori verso nessuno schieramento politico.

 

http://www.regione.sardegna.it/index.html

Proposte per il sostegno alla popolazione di Gaza, esito selezione

La Presidenza ha pubblicato l’esito della selezione delle proposte progettuali finalizzate al sostegno umanitario alla popolazione civile di Gaza, vittima dell’ultimo conflitto bellico. 

Il contributo di 100mila euro è stato assegnato all’associazione Amicizia Sardegna- Palestina per il progetto “Promozione della salute psicosociale e dell’istruzione dei bambini vittime della violenza politica e sociale”. 

 

 

 

 

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