Rassegna stampa ‘cultura e società’.

 

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Israele e Palestina: Nuove parole per dirlo

Ilan Pappé è uno storico israeliano, uno degli esponenti di punta dei “nuovi storici”, studiosi che hanno ribaltato i miti legati alla nascita dello Stato ebraico, come quello che definiva la Palestina “terra senza un popolo”, o secondo cui i palestinesi fuggirono spontaneamente dai propri villaggi. 

I suoi studi gli hanno attirato tantissime critiche e un certo ostracismo, anche in Italia. Solo due dei suoi numerosi saggi sono stati tradotti in italiano, e anche quelli hanno avuto un percorso sofferto e un’accoglienza “fredda”. Perciò non stupisce che l’arrivo in Italia dello storico israeliano – giovedì 8 aprile a Ravenna – non abbia avuto la rilevanza mediatica che meritava.

Colonialismo

Pappé vuole ridefinire il linguaggio stesso con cui è descritto il conflitto mediorientale. A tale scopo sta lavorando con il noto linguista e politologo Noam Chomsky a un libro sulla questione israelo-palestinese che uscirà la prossima estate. 
La prima parola da fare entrare nel vocabolario del conflitto è “colonialismo”: “Il sionismo – dice – è un movimento di ebrei tornati in Palestina dopo duemila anni di esilio alla ricerca di un rifugio dall’antisemitismo europeo. Ma al sionismo bisogna aggiungere la parola ‘colonialismo’, basta guardare il dizionario per capire che è quello che sta succedendo in Israele e Palestina”. 

Per spiegarsi Pappé distingue tra due tipi di colonialismo: “Uno di sfruttamento, in cui i coloni sfruttano le risorse delle nuove terre per il beneficio dell’impero da cui provengono, e un altro come quello che si è visto in Australia, Nord America e Sudafrica dove i coloni si separano dalla madre patria e vogliono vivere per conto proprio nelle nuove terre, liberandosi della popolazione nativa”. E questo è quello che secondo Pappé si avvicina di più a quello ebraico.

Un “colonialismo unico”, certamente, ma di cui una componente è il processo di giudaizzazione. “Tutti i governi ebraici, anche di sinistra, si sono sempre impegnati molto nella giudaizzazione, soprattutto della Galilea. E nessun giornalista ne parla, perché non suona come un processo ‘criminale’. Ma da una prospettiva colonialista è un aspetto fondamentale, che porta all’alienazione dei palestinesi, finché  non diventano stranieri nel loro stesso paese”.

Secondo lo storico israeliano per capire la situazione mediorientale bisogna avere uno sguardo più complesso, che non si fossilizzi sulle colpe israeliane, ma che consideri quello che paradossalmente c’è di buono. “La colonizzazione può creare anche belle cose. La rinascita della lingua ebraica, città come Tel Aviv, esperimenti di socialismo come i kibbutz sono stati possibili perché gli ebrei erano liberi in una società nuova, sganciata dalle tradizioni europee. C’è qualcosa di eccitante di fianco a uno dei peggiori crimini. È una sorta di doppio spazio, e se si ignora uno dei due non si dipinge la situazione per come realmente è. Se si considera Israele soltanto come una presenza malvagia non si risolve il problema. Bisogna capire entrambi gli spazi per impegnarsi in modo più consapevole”.

Ritorno

Un’altra parola da eliminare – secondo Pappé – è “occupazione”, in quanto “sottintende una situazione temporanea, come parte di un conflitto. Quella che dura dal 1967 potrebbe essere un’occupazione se Israele volesse davvero andarsene o restasse nei Territori palestinesi solo per difendersi, ma questa è mitologia”. 

Pappé è arrivato a questa conclusione consultando gli archivi dello stato israeliano, studiando i quali ha scritto La pulizia etnica della Palestina (Fazi). “La Cisgiordania doveva far parte dello Stato ebraico già dai primi programmi del 1948, quando per creare Israele servivano più terre palestinesi possibili, con il minor numero di palestinesi possibile. Quando nella guerra per la fondazione dello stato, Israele ha conquistato l’80 per cento della Palestina cacciando quasi un milione di palestinesi, bisogna chiedersi perché non abbia conquistato il 100 per cento. E la risposta è: per motivi politici. C’era un accordo con la Giordania. Poi nel ‘63, quando Israele avrebbe potuto conquistare la Cisgiordania e Gaza, erano gli Stati Uniti a essere contrari”. 

La parola che lo storico propone al posto di occupazione è quindi “ritorno”: “Ritorno a una terra che gli ebrei sionisti considerano propria. Che spiega perché nel 2000 durante il summit di Camp David per [l'allora primo ministro israeliano Ehud] Barak l’offerta di restituire ai palestinesi l’85 per cento della Cisgiordania fosse ’un’offerta generosa’”. Ma se per gran parte della leadership israeliana la Cisgiordania appartiene a Israele, come sarà possibile la costruzione di uno stato palestinese in quella terra? Secondo Pappé l’unica cosa che gli israeliani potranno sopportare è “una ‘presenza’ palestinese sotto controllo israeliano. Un reale stato palestinese è impossibile per Israele”.

Processo senza pace

Altro termine da eliminare dal vocabolario del conflitto è “processo di pace”, perché “come ha detto Chomsky la parte importante di questa locuzione non è “pace” ma “processo”. Che può andare avanti all’infinito. Israele ha imposto alla politica internazionale l’idea che ci siano tanti altri conflitti più importanti di quello israelo-palestinese, e può anche essere vero. Ma così porta avanti una sorta di “soluzione n+1”, offrendo ai palestinesi ogni volta un pochino di più, e allo stesso tempo dettandone la politica: con quali leader parlare, quale partito deve essere eletto, e quale processo di pace può essere scritto”. 

Pappé racconta un aneddoto che esemplifica il diktat israeliano: “Negli accordi di Oslo, così come per l’appuntamento di Camp David, gli israeliani avevano scritto ogni dettaglio, da quali insediamenti scambiare fino a quale capitale dare ai palestinesi. Dieci giorni prima di Camp David, uno dei leader palestinesi mi chiamò per chiedermi quale programma avrebbero dovuto portare all’incontro con Barak e [il presidente Usa] Clinton. Era una cosa assurda, cosa avevano fatto in tutti quegli anni? Ma dimostra come non ci fosse bisogno dei palestinesi, Israele portava gli input e Stati Uniti e Unione Europea dovevano imporre quello che Israele aveva deciso. Non stupisce la sollevazione popolare che ne è seguita”, vale a dire la Seconda Intifada.

Cambio di regime

Il quarto punto a cui Ilan Pappé tiene molto riguarda un vocabolo che dipinge il futuro. Bisogna smettere, secondo lo storico, di parlare di “soluzione”, in quanto “presuppone un accordo tra due parti, mentre qui c’è una parte che si impone sull’altra. Israele ha un atteggiamento molto didascalico verso i palestinesi, del tipo ‘Se non accettate ora, la prossima proposta sarà peggio’. Non c’è possibilità di una soluzione”.

Questo non significa che il conflitto andrà avanti in eterno. A suo modo Pappé è quasi ottimista. “C’è bisogno di un cambio di regime, come quello in Iraq o in Afghanistan. Ma non con la forza, non con le bombe o l’intervento della Nato. Non c’era ragione di accettare quello che succedeva in Sudafrica, così non c’è ragione di accettare quello che succede in Israele. Non sono uguali, ma uguale è il trattamento riservato al popolo indigeno”. 

Ilan Pappé è stato il primo ebreo israeliano a proporre quella che è vista da molti come una soluzione utopica e insensata: lo Stato unico. “La soluzione a due Stati non farebbe che peggiorare le ideologie di entrambi. E Israele non permetterebbe alla Palestina di avere un proprio esercito, una propria economia e sovranità. E se anche ci fossero due Stati, cosa succederebbe ai palestinesi cittadini di Israele? Adesso sono il 20 per cento, ma poi? Quando saranno il 35 o il 40 per cento? Per continuare ad avere una maggioranza ebraica, Israele continuerà a dividersi all’infinito?”. 

La soluzione a un unico Stato è per Pappé “più etica e pratica. Bisogna liberarsi dall’ideologia. Io ho molto più in comune con un amico palestinese che con un ebreo di Brooklyn, che però avrebbe il diritto di ‘tornare’. Israele dovrebbe trattare ebrei e palestinesi allo stesso modo, solo a partire da questo è possibile il cambio di regime”. 

Il cambiamento di prospettiva della società ebraica non è l’unico mezzo per arrivare alla soluzione. “La campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (Bds) è uno strumento molto importante adesso, perché a volte c’è bisogno di una ‘botta in testa’ dall’esterno per vedere come stanno realmente le cose”.

Per arrivare ad assumere posizioni così critiche verso lo Stato ebraico, e per superare “l’indottrinamento in cui cresci, inculcato soprattutto dall’esercito”, Ilan Pappé non ha ricevuto un’unica “botta in testa”, ma tanti piccoli colpi. E “il prezzo è molto alto. Smetti di parlare con tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli, con te stesso persino”. O perdi il posto di lavoro. All’università di Haifa dove era professore, le sue posizioni anti-sioniste gli hanno valso il vuoto intorno fino a un’espulsione de facto. Ora insegna all’università di Exeter, in Gran Bretagna. Ma rimane fermo nelle sue posizioni e sicuro che l’unica vera soluzione è la “desegregazione. È ridicolo che ebrei e palestinesi non possano condividere la vita”.

 

 

 

 

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Israele, attenti al mito

 

L'etnocentrismo che è servito a creare lo Stato in futuro rischia di contribuire alla sua distruzione

Ai loro primi passi quasi tutte le nazioni sono state guidate dal sogno di impersonare l’autocoscienza e la memoria «etnica» di un popolo. Le varie modalità di definizione dei gruppi nazionali hanno dato la stura a conflitti a partire dal XIX secolo, alcuni dei quali perdurano tutt’oggi. Ma, nella maggior parte degli Stati-nazione liberali e democratici, alla fine si è imposta una concezione civile e politica della nazionalità, mentre negli altri resta dominante una concezione etnocentrica di appartenenza. Il sionismo, nato nell’Europa orientale, ha senza dubbio caratteri prevalenti etno-biologici ed etno-religiosi. I contorni della nazione non vengono individuati nella lingua, nella cultura secolare corrente, nella presenza sul territorio e nel desiderio di integrazione nella collettività. Invece l’origine biologica e frammenti di «nazionalismo» religioso costituiscono il criterio di inclusione nel «popolo ebraico». Sarebbe impossibile a chiunque integrarsi in questa nazione sulla base di un’appartenenza volontaria secolare, così come è impossibile smettere di appartenere al «popolo ebraico». Questi elementi originari sono tuttora basilari in Israele, e ciò costituisce la vera fonte del problema.

La colonizzazione sionista ha rafforzato questo tipo di nazionalismo. Ai primi stadi si è manifestato, in realtà, qualche dubbio sui confini della nazione ebraica. Si è ipotizzato di includervi gli arabi presenti in Palestina; ma dal momento che costoro si sono opposti con vigore alla colonizzazione, la nazione si è definita una volta per tutte secondo linee etniche e religiose. L’etnocentrismo ebraico non ha fatto che rafforzarsi negli anni recenti; il risultato delle ultime elezioni legislative ne è una chiara testimonianza, mentre nel mondo occidentale si è assistito a un relativo ritiro della concezione tradizionale della nazionalità e alla nascita di forme più inclusive di spirito comunitario, legate alla globalizzazione culturale e all’immigrazione di massa. Che sia religiosa o secolare, l’identità ebraica in quanto tale non può essere soggetta a discussione, e dopo Hitler e il nazismo sarebbe folle e sospetto contrapporvisi. Ma se questo contribuisce all’isolamento degli ebrei dai loro vicini e all’identificazione con il militarismo israeliano e con una politica di dominazione di un altro popolo tramite la forza, c’è di che preoccuparsi.

Israele nei primi anni del XXI secolo si definisce come Stato degli ebrei e proprietà del popolo ebraico, cioè anche degli ebrei che vivono nelle altre parti del mondo, e non come Stato dell’insieme dei cittadini d’Israele che risiedono sul suo suolo. Per questo motivo è più appropriato definire Israele come un’etnocrazia che come una democrazia.

I lavoratori stranieri e le loro famiglie non hanno alcuna possibilità di essere integrati nel corpo sociale, anche se vivono in Israele da decenni. Quanto a quella quota di popolazione identificata dal ministero dell’Interno come «non ebraica», pur avendo la cittadinanza non può identificare in Israele il «suo» Stato. È difficile valutare quanto a lungo gli arabi israeliani (il 20% degli abitanti del Paese) continueranno ad accettare di vivere da stranieri nella loro stessa patria. Lo Stato si fa sempre più ebraico e sempre meno israeliano, nello stesso tempo in cui i cittadini arabi si israelizzano nella lingua e nella cultura, ma diventano sempre più anti-israeliani nelle loro posizioni politiche. È una serie di fatti paradossali. Non sarà forse lecito temere che una futura Intifada possa scoppiare non nel territorio occupato della Cisgiordania, soggetto a un regime in stile apartheid, ma invece nel cuore stesso dell’etnocrazia segregazionista, cioè dentro le frontiere dell’Israele del 1967? È ancora possibile chiudere gli occhi per evitare di vedere la verità. Continuare a sostenere che il popolo ebraico sia esistito per quattromila anni come «Eretz Israel». Ma se i miti storici sono stati capaci, con una buona dose di immaginazione, di creare la società israeliana, in futuro rischiano di contribuire alla sua distruzione.

 

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La politica di Euromed naufraga sull'acqua

FIRENZE. Senza la definizione di accordi sulla base di un governo autorevole dell'acqua che preveda una gestione sostenibile della risorsa e una sua equa distribuzione, andremo poco lontano. La strada pare tutta in salita sia a livello globale dove l'Onu non riesce ad essere il riferimento su questo tema “strangolato” dagli interessi delle lobby internazionali, sia a livello Europeo e Mediterraneo considerato che proprio ieri è fallito il tentativo di arrivare ad una strategia comune sull'acqua.

Le 43 delegazioni dell'Unione per il Mediterraneo (UpM), riunite a Barcellona, non sono giunte al traguardo che si erano prefisse: un risparmio del 25% dell'acqua (rispetto ai consumi del 2005) da raggiungere nel 2025, un accordo che doveva rappresentare la base di partenza per una condivisone su tutte le politiche euromediterranee.

A far saltare l'intesa i veti imposti dalla delegazione israeliana che si è opposta ad un riferimento anche ai Territori occupati in relazione agli impegni previsti dal documento: fra questi la preservazione delle risorse idriche, il miglioramento della loro gestione, la salvaguardia della salute pubblica, lo sradicamento della povertà e delle cause di esclusione nella regione. Le “divergenze” sulla questione idrica tra Israele e Palestina, da molti ritenute la vera causa degli scontri decennali tra i due paesi, sono ora palesemente anche un impedimento per il buon fine di accordi internazionali.

Ma a Barcellona non è stato possibile superare nemmeno le riserve della Turchia ad approvare una convenzione dell'Onu del 1997, che regola le relazioni fra i paesi che condividono lo stesso corso fluviale. Noto ai lettori di greenreport il progetto turco Gap (Progetto per l'Anatolia sudorientale) e la politica “aggressiva” di Ankara con le sue megadighe sui fiumi Tigri e Eufrate che limitano le risorse idriche di Siria e Iraq.

Forte delusione per il fallimento della IV Conferenza Euromed è stata espressa dal segretario generale della UpM, il giordano Ahmad Masadeh, anche perché il documento analitico preliminare presentato nella città catalana, conferma tutta le criticità: oltre 290 milioni di persone nel Mediterraneo avranno problemi di approvvigionamento d'acqua nel 2025, a causa dell'espansione demografica e degli effetti di siccità acuite dai cambiamenti climatici.

Già oggi oltre 180 milioni di persone nel Mediterraneo soffrono di scarsità di acqua, soprattutto al sud e all'est della regione e dispongono di meno di 1.000 metri cubi di acqua pro capite l'anno, mentre aumentano le richieste di acqua per tutti i settori di consumo. «La tensione sociale per le risorse idriche nel Mediterraneo si aggraverà anche per l'aumento dell'attività turistica- ha sottolineato il segretario per gli affari europei della Francia, Pierre Lollueche- inoltre 47 milioni di persone nel Mediterraneo non hanno accesso ad acqua depurata e un terzo delle città non dispongono di impianti».

Questi numeri saranno ancora più allarmanti al prossimo vertice, vedremo se nel frattempo la politica metterà in cima alla lista delle urgenze la questione acqua e saranno superati i veti incrociati, perché i dati necessari ad innescare una pianificazione condivisa su ampia scala, sono più che sufficienti.

 

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Una banca belga finanzia gli insediamenti illegali
BRUXELLES, 14 aprile 2010 (IPS) – Il gruppo bancario franco-belga Dexia continuerebbe a finanziare le autorità israeliane nei territori palestinesi occupati, un anno dopo aver dichiarato che non avrebbe più concesso prestiti destinati alla costruzione di insediamenti illegali. 

 

 

Lo scorso maggio, la banca Dexia assicurò che avrebbe negato nuovi prestiti ai Consigli dei coloni israeliani in Cisgiordania. 

Pur considerandola una vittoria in seguito alla loro campagna di sensibilizzazione contro l’istituto di credito, i movimenti di solidarietà con i popoli palestinesi si sono detti delusi per la sospensione di ogni transazione con le colonie. 

Intal, un’associazione per i diritti umani con sede a Bruxelles, ha annunciato che il mese prossimo protesterà pubblicamente durante la conferenza annuale degli azionisti Dexia perché molti dei prestiti che la banca aveva promesso ai coloni israeliani fino al 2017 verranno comunque erogati, nonostante l’annuncio dello scorso anno.

“Chiediamo alla società di chiudere ogni conto in sospeso con l’occupazione (della Palestina)”, ha detto il portavoce di Intal, Mario Franssen, a IPS. “Sta a loro decidere in che modo. Non stiamo chiedendo alla Dexia di boicottare Israele, ma devono ritirarsi, è l’unica soluzione”.

Il coinvolgimento della banca nell’erogazione del credito a Israele cominciò a venire alla luce nell’ottobre del 2008, proprio nel periodo in cui i governi di Belgio, Francia e Lussemburgo stavano elaborando un piano di salvataggio multimiliardario per evitarle la bancarotta. 

Nelle dichiarazioni che Dexia fece al Parlamento israeliano (il Knesset), la banca confermava gli accordi sul finanziamento di sette insediamenti e di tre organismi locali controllati da Israele in Cisgiordania, tra il 2003 e il 2007. 

I sostenitori di Intal sono furibondi anche per le dichiarazioni che l’ex primo ministro belga Jean-Luc Dehaene, ora presidente del Consiglio di amministrazione della Dexia, fece nel 2009: da un lato Dehaene sostenne che i prestiti finalizzati all’occupazione della Cisgiordania consistevano in 5 milioni di euro (6,7 milioni di dollari), ma dall’altro ci tenne a sottolineare che i prestiti destinati a Gerusalemme non erano inclusi nella cifra perché “secondo la società, Gerusalemme non è oggetto di controversie territoriali”. 

Le dichiarazioni di Dehaene contrastano con diverse risoluzioni delle Nazioni Unite: l’Onu rifiuta di riconoscere sia l’annessione di Gerusalemme Est a Israele del 1967 sia la dichiarazione di Gerusalemme capitale d’Israele del 1980. In seguito a quest’ultimo episodio, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu dichiarò che qualsiasi provvedimento amministrativo o legislativo preso da Israele che avesse alterato lo status della città di Gerusalemme sarebbe stato considerato nullo. 

Secondo i calcoli di Intal, il valore totale dei prestiti di Dexia a Gerusalemme e a tutti gli insediamenti in Cisgiordania, supererebbe i 15 milioni di euro. 

Dehaene, che è anche membro del Parlamento europeo, ha rifiutato di commentare. Shir Hever, economista presso l’organizzazione israelo-palestinese Alternative Information Centre, ha dichiarato che il tentativo di Dahene di distinguere tra le attività negli insediamenti di Gerusalemme Est e quelle in Cisgiordania costituisce una “chiara violazione del diritto europeo”. 

La Dexia non ha voluto chiarire l’esatta natura della sua relazione con gli israeliani. Nel 2009, la banca vinse un appalto pubblico per finanziare diverse autorità israeliane. La prima gara d’appalto bandita da Israele includeva 80 autorità, di cui cinque con sede in insediamenti dichiarati illegali dal diritto internazionale. Al momento della concessione dell’appalto alla Dexia, il loro numero si era ridotto a 54. 

Pur garantendo che gli organismi attivi negli insediamenti israeliani non avrebbero ottenuto fondi, la Dexia rifiutò di diffondere la lista delle 54 entità. 

Intervistata da IPS, una portavoce della Dexia non ha voluto rispondere alle domande riguardanti la politica del gruppo bancario a Gerusalemme Est. La donna si è limitata a dichiarare che la Dexia aveva acquisito l’ente finanziario israeliano Otzar Hashilton Hamekomi nel 2001, rinominandolo Dexia Israele. “Questa banca opera nell’intero territorio israeliano e finanzia indiscriminatamente governi locali ebraici e arabi”, ha detto. 

In un messaggio agli azionisti della Dexia lo scorso anno, Dehaene aveva tentato di minimizzare il significato del prestito a Israele nei territori palestinesi occupati, specificando che il Medio Oriente non era una loro regione prioritaria. “Non sorprendetevi se un giorno il gruppo Dexia venderà la Dexia Israele”, ha dichiarato. 

Da allora, la Commissione europea ha approvato un piano di ristrutturazione della Dexia, dopo aver condotto un’indagine per verificare che gli aiuti pubblici alla banca fossero conformi con la normativa europea sulla concorrenza. Il piano prevede che il gruppo concentri le proprie attività sui mercati chiave di Belgio, Francia e Lussemburgo, e le sospenda in Spagna, Italia, Slovacchia e Turchia. Ma la Dexia Israele non viene neppure nominata. 

“Israele non è un mercato fondamentale per la Dexia”, dice Mario Franssen, di Intal. “Ma la Dexia Israele non viene mai menzionata (nel piano di ristrutturazione), forse perché qui la Dexia sta traendo dei profitti. In un modo o nell’altro, sembra che stia approfittando dell’occupazione”. 

 

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“Le guerre si combattono anche con le nostre armi”

Il comitato varesino per la Palestina organizza un incontro per collegare il dibattito sui crimini di guerra alle fabbriche di armi del nostro paese

 Crimini di guerre, fabbriche di armi e commessi viaggiatori”, la guerra e il dolore della guerra non sono poi così lontani da casa nostra. Questo il senso del convegno organizzato dal comitato varesino per la Palestina sabato 17 aprile alla scuola superiore per mediatori linguistici di via Cavour 30 a Varese (dalle 17 alle 20). Un incontro pubblico per invitare i cittadini della nostra provincia a guardarsi intorno e scoprire che molte sofferenze di popoli lontani possono venire anche da qui. Da aziende che sul territorio costruiscono e vendono strumenti che altrove possono essere utilizzati per fare del male. In particolare «le due grandi fabbriche di velivoli militari Aermacchi e Agusta – dicono gli organizzatori  produttrici dei temibili mangusta e degli M346, mezzi che nelle mani sbagliate possono compiere crimini orrendi».
L’antefatto che ha indignato il comitato varesino è stata un’intervista rilasciata in marzo dall’onorevole del Partito democratico
 
Daniele Marantelli ad un quotidiano locale. Si parlava di una partita di 48 aerei M346 in vendita agli Emirati Arabi, poi finita in stallo. L’onorevole Pd si era fatto carico di sollecitare il governo a sbloccarne la vendita con un pressing sull’acquirente. Tra le altre cose, Marantelli, avrebbe detto una frase che proprio non è andata giù ai difensori varesini della causa palestinese. L’onorevole, parlando del lancio del nuovo aereo di casa Aermacchi, ha auspicato che il cliente potesse essere anche qualche altro paese, «ad esempio Israele». Proprio quello che i pacifisti varesini temono di più. «Già vendere armi non è una cosa bella – spiegano dal comitato – ma le cose sono ancora peggiori se la vendita sarebbe diretta verso un paese in guerra, per di più contro un popolo martoriato come quellopalestinese
».
Lo scopo della serata di sabato è proprio promuovere il dibattito che ricolleghi un discorso generale sui
crimini di guerra all’industria locale
 di «armi dagli effetti devastanti»
. Nel tentativo di promuovere la riconversione industriale di queste aziende verso scopi civili.
«Sappiamo che tutte queste considerazioni possono apparire sacrificabili di fronte alla questione occupazionale – spiegano – ma ci sono aspetti poco conosciuti della questione che teniamo a chiarire: non è vero che la produzione bellica produce più posti di lavoro di quella civile e, soprattutto, c’è anche una questione etica che non si può trascurare a prescindere».
 

Di tutto questo si discuterà nell’incontro di sabato pomeriggio con l’avvocato
 Ugo Giannangeli, che si occupa di crimini di guerra in relazione al diritto internazionale; con la genetista Paola Manduca, che si occuperà di presentare i risultati degli studi sugli effetti delle armi “sperimentali” in Libano e a Gaza; eStefano Ferrario, collaboratore di Peace Reporter, che racconterà la storia delle lotte per la riconversione delle industrie belliche della provincia di Varese e farà un resoconto delle attività del movimento pacifista varesino.

 

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Il retroscena La mossa vincente? Lasciare a casa Israele

Con la conferenza di Washington sulla sicurezza nucleare il Presidente Obama, cinto di freschi allori raccolti a Praga con la firma dell'accordo con la Russia sulla riduzione delle testate nucleari, ha riportato almeno tre successi. Essi trasformano la sua immagine di esitante e ingenuo leader della politica estera americana in uomo di stato deciso e internazionalmente rispettato. 
Il primo di questi successi è costituito dall'appoggio, ancora condizionato, della Cina ai suoi sforzi per ottenere l'approvazione del Consiglio di Sicurezza di sanzioni contro l'Iran. Il secondo successo è stato l'annuncio del'Ucraina di eliminare tutte le sue scorte atomiche. Il terzo meno apparente ma importante è stato l'avvio da parte del presidente americano, all'occasione della conferenza, di un processo di avvicinamento del Pakistan all'India. Esso appare garantito dalla volontà di Obama di diluire l'appoggio dato da Bush all'India nel campo delle armi nucleari.
 
In questi frangenti il conflitto israelo-palestinese ritorna ad occupare un posto di primo piano nella politica estera di Washington. La conferenza sulla sicurezza nucleare, appena conclusa, ne ha dato qualche segno interessante. Anzitutto per l'assenza di Natanyahu dopo che il premier israeliano aveva annunciato la sua partecipazione. Alcuni commentatori in Israele e fuori di esso, Italia inclusa, avevano giudicato questa voluta assenza come un grosso errore da parte israeliana. Tuttavia sin dalbriefing
 dato ai giornalisti nell'aereo che riportava Obama da Praga si era avuto l'impressione che l'assenza di Nethanyahu fosse stata concordata con gli americani. Obama e Nethanyahu avevano interesse ad impedire che Egitto e Turchia tentassero di usare la conferenza per trasformarla in una occasione per denunciare il presunto armamento atomico israeliano. Questo avrebbe rischiato di deviare la conferenza dal suo scopo: quello di raggiungere un accordo internazionale sul controllo di materiale nucleare (plutonio e uranio arricchito) che da tempo i terroristi cercano di acquisire o rubare, per fabbricare una «bomba sporca» di cui tutti i governi hanno paura. Turchia e Egitto negano ora di aver voluto imbarazzare il presidente americano e hanno taciuto di fronte a una presenza israeliana significativa: quella del ministro Meridor responsabile dell'energia atomica di Israele. Altro segno interessante: non è stato firmato a Gerusalemme il progetto tecnico di costruzione del nuovo quartiere ebraico a Gerusalemme che aveva fatto naufragare il piano di «incontri ravvicinati» fra israeliani e palestinesi, patrocinato da Washington e approvato dalla Lega araba.
Intoppo burocratico o diplomatico? Non è chiaro ma è evidente che a Gerusalemme ci si rende conto che Obama non è più il presidente «debole e da educare» di tre mesi fa. É il leder forte e deciso del solo Paese alleato dello Stato ebraico col quale si può essere in disaccordo ma non imprudenti. Terzo fatto interessante accaduto alla conferenza di Washington: il lungo incontro fra Obama e il re Abd Allah di Giordania. Per quanto critico della politica di Natanyahu, il monarca hashemita sa che l'Olp e Hamas odiano la sua dinastia non meno di quanto essi odino Israele. Qualunque sia il piano che Obama sembra deciso di proporre o di imporre ai palestinesi e agli israeliani, nel prossimo futuro, nessun governo di Gerusalemme accetterà l'esistenza di uno Stato palestinese che non sia disarmato e sotto un controllo di efficace della sicurezza. In questo contesto un eventuale ruolo giordano in Cisgiordania potrebbe essere utile. Comunque sulle vere intenzioni di Obama in merito al conflitto medio orientale se ne saprà di più alla prossima riunione dell'Onu nella quale i Paesi arabi islamici si preparano a lanciare un grande offensiva contro Israele. La grande incognita è se l'America di Obama userà, come è avvenuto in passato, il suo veto per difenderlo.

 

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Gb/ Londra vieta pubblicità Israele che mostra Muro del pianto

Pubblicata su giornali Gb per promuovere turismo: “è ingannevole”

Roma, 15 apr. (Apcom) – L'Agenzia britannica per il controllo della pubblicità (Asa) ha vietato la pubblicazione di un'inserzione israeliana sui giornali della Gran Bretagna che mostra il Muro del pianto: secondo l'ente di controllo si tratterebbe di pubblicità “ingannevole” perché lascerebbe intendere che Gerusalemme Est, dove si trova il muro, è parte integrante dello stato d'Israele.

Già nel 2009, ricorda oggi la Bbc, l'Asa aveva criticato le autorità per il turismo israeliane per alcuni cartelloni pubblicitari alla metropolitana di Londra che mostravano Gaza, la Cisgiordania e le Alture del Golan come parte del territorio d'Israele.

 

 

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Sudafrica, il gruppo sionista del paese ha bandito Goldstone dalle cerimonie religiose

Al noto giudice sarebbe vietato di partecipare al bar mitzvah del nipote

Secondo le notizie che oggi circolano sui blog, la Federazione Sionista del Sud Africa (Sazf) e la Beth Hamedrash Hagadol di Sandton, sembra abbiano deciso di bandire il famoso giudice ebreo dal bar mitzvah del nipote, che si svolgerà il mese prossimo in una sinagoga di Johannesburg.

Richard Goldstone è stato l'autore di un pesante rapporto cha accusava Israele di aver commesso gravi crimini di guerra nella striscia di Gaza, e per questo sembra che gli sia proibito di partecipare ad ogni grossa manifestazione ebraica.

Sempre secondo i blog, il responsabile del Sazf, Avrom Krenge, ha affermato che si sono visti costretti a prendere delle decisioni incisive, in quanto sono i rappresentanti di Israele nel paese, “Goldstone con i suoi rapporti non ha danneggiato solo Israele ma tutto il mondo ebraico, adesso il suo nome è usato per incrementare le ondate di antisemitismo in tutto il pianeta.” Goldstone, per salvaguardare gli interessi del nipote, sembrerebbe intenzionato a non prendere parte alla cerimonia.

 

 

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