Rassegna stampa del 14 e 15 marzo.

Rassegna stampa del 14 e 15 marzo.

A cura di Chiara Purgato.

http://www.itnews.it/

M.O. : CASA BIANCA INSISTE, ANNUNCIO GERUSALEMME TESO A MINARE NEGOZIATI

Washington, 14 mar. (Adnkronos) – Anche le nuove, questa volta pubbliche, scuse di Benjamin Netanyahu non sembrano destinate a far sbollire la rabbia dell'amministrazione Obama per lo schiaffo dato dagli israeliani a Joe Biden. Intervistato dall'Abc, David Axelrod, il principale consigliere della Casa Bianca, non solo ha di nuovo definito l'annuncio delle 1600 nuova abitazioni a Gerusalemme est “un insulto” agli Stati Uniti, ma ha anche detto che appare come un tentativo deliberato di far saltare i colloqui indiretti che il vice presidente americano era andato ad annunciare.

 

http://temi.repubblica.it/limes/

Israele senza Palestina: un rebus insolubile tra status quo e guerra

RUBRICA IL PUNTO. Israele ha vinto le guerre ma non ha deciso cosa fare delle sue vittorie. Lo Stato ebraico non ha alcuna intenzione di concedere ai palestinesi un vero Stato. La parabola politica delle comunità palestinesi. Più che un processo di pace un processo alla pace. 

Sono passati vent'anni dall'avvio del cosiddettoprocesso di pace. Di pace non c'è traccia, ma almeno fra israeliani e palestinesi non c'è guerra. Perché allora non si fa la pace? Perché la guerra – o meglio le varie guerre e guerriglie che hanno punteggiato lo scontro per la Terrasanta – è stata vinta da Israele. Ma Gerusalemme non ha ancora deciso che cosa fare delle sue vittorie militari. Più il tempo passa, meno ampie sono le possibilità di scegliere, più gravi sono i rischi di nuove guerre, magari sullo sfondo del braccio di ferro Occidente-Iran.

Una cosa è sicura: lo Stato ebraico non ha alcuna intenzione di concedere ai palestinesi un vero Stato. Né questi hanno forza e sostegni internazionali sufficienti a crearne uno proprio. Di qui lo stallo. Certo lo stallo è sempre meglio della guerra. Ma in assenza di risultati l’ormai fantasmatico processo di pace è diventato un processo alla pace. Com’è stato possibile? Vent'anni sono sufficienti per analizzare le cause e gli effetti della parabola che ha portato la regione e il mondo dalle illusioni degli anni Novanta alle disillusioni d’inizio millennio.

Cominciamo dalle comunità palestinesi. Il plurale è voluto. Non esiste una comunità, tanto meno una nazione palestinese. Esiste un popolo, buona parte del quale in diaspora ai quattro angoli del mondo, l’altra sotto l’occupante israeliano, che non riesce a darsi un'identità nazionale. A chi ne dubitasse, forse perché affettivamente legato all'idea di una nazione palestinese, raccomandiamo di studiare la guerra di Gaza (dicembre 2008–gennaio 2009). Mentre i soldati israeliani penetravano nella Striscia per dare una lezione ad Hamas e agli altri gruppi palestinesi bollati come responsabili dei lanci di razzi contro lo Stato ebraico, l'Autorità nazionale palestinese non solo non si curava dei “connazionali” gaziani, ma aiutava per quanto possibile l'offensiva di Tsahal. Ad esempio, colpendo militanti e simpatizzanti di Hamas in Cisgiordania. A Ramallah e a Jenin i poliziotti di Abu Mazen festeggiavano rumorosamente l'avanzata delle truppe israeliane. Illudendosi di tornare a Gaza sulla scìa dei carri armati israeliani. 

Quanto ad Hamas, il suo obiettivo, resistendo a Tsahal, era dimostrare a tutti i palestinesi e a tutti i nemici dello Stato ebraico di essere l'unica vera avanguardia della futura Palestina. Possibilmente al posto di Israele, non accanto ad esso. Anche se, all’interno di quel composito movimento, non mancano i “realisti” disponibili al compromesso, alla convivenza con l’”entità sionista”.

 

 

http://www.osservatorioiraq.it/index.php

Palestina, resistenza “off-limits”

Osservatorio Iraq, 15 marzo 2010

Bilin e Nilin – i due villaggi palestinesi più noti per la propria opposizione alla “barriera di sicurezza” che Israele sta costruendo in Cisgiordania – diventeranno ogni venerdì “zona militare chiusa”.

Il provvedimento, che avrà una durata di sei mesi, è stato preso oggi dalle Forze di difesa israeliane (Idf) e mira a impedire l’accesso dei tanti attivisti israeliani e internazionali che settimanalmente arrivano nei due villaggi per prendere parte alle manifestazioni anti-Muro.

“Ogni settimana – si legge in un comunicato ufficiale delle Idf – nell’area di Nilin e Bilin hanno luogo rivolte violente e illegali, durante le quali vengono feriti membri delle forze di sicurezza e causati pesanti danni alla barriera di sicurezza”. 

La decisione è stata criticata con forza dagli attivisti internazionali e dagli stessi palestinesi, secondo cui questo provvedimento ha l’unico scopo di porre fine alla resistenza popolare contro il Muro.

“Questa – ha detto l’avvocato Gaby Lasky, che rappresenta gli abitanti dei due villaggi – rappresenta ancora un’altra misura illegale presa dall’esercito, che fa un uso improprio della sua autorità allo scopo di reprimere il dissenso e violare la già effimera libertà di parola nei Territori”.

Solo una settimana fa, il capo dello Shin Bet (il servizio segreto israeliano) aveva minacciato di inasprire la repressione contro la resistenza popolare palestinese.

Nelle settimane precedenti, invece, decine di esponenti di spicco della resistenza popolare erano stati arrestati dalle Idf e detenuti in maniera arbitraria.

 

http://www.asca.it/home.php

15-03-10

M.O.: PROTESTE ANTI-ISRAELIANE AL CAIRO, ARRESTATI 15 STUDENTI

 

 

 

(ASCA-AFP) – Il Cairo, 15 mar – La polizia egiziana ha arrestato 15 studenti legati alla Fratellanza musulmana nel corso di una manifestazione nei pressi dell'Universita' del Cairo organizzata per protestare contro i nuovi insediamenti israeliani. Lo ha reso noto una fonte della sicurezza.

Centinaia di studenti hanno manifestato oggi in diverse universita' dell'Egitto contro il progetto edilizio israeliano che prevede la costruzione di 1.600 nuovi insediamenti a Gerusalemme est.

Gli scontri tra polizia e manifestanti e gli arresti sono stati registrati nella sola universita' del Cairo.

 

 

 

http://www.abitarearoma.net/

Sognando Palestina 
Una tre giorni di eventi, rappresentazioni, proiezioni di immagini e film, in memoria di Rachel Corrie

Dal 16 al 20 marzo 2010 alla Garbatella si respirerà aria di Palestina. La storia, le immagini,i sapori di una terra così bella e martoriata arriveranno martedì 16 pomeriggio a largo delle Sette Chiese per convogliare poi dentro i locali del Centro Sociale La Strada a via Passino 24.

Il 16 marzo del 2003 veniva uccisa a Rafah, Rachel Corrie, attivista dell'International Solidarity Movement. Rachel mori' schiacciata da un bulldozer israeliano mentre tentava di opporsi alla demolizione di case palestinesi.

In suo onore si terrà questa tre giorni dal titolo “Sognando Palestina”, tre giorni di eventi, rappresentazioni, proiezioni di immagini e film.

L'iniziativa è patrocinata da Servizio Civile Internazionale, Stop Agrexco Roma,la Città dell'Utopia,Comunità di base San Paolo, Free Palestine Roma.

Primo appuntamento martedì sera ore 18.00.

 

 

http://italian.cri.cn/index.htm

Ue: appello a Palestina e Israele di ripristinare al più presto i negoziati di pace indiretti

Il 14 marzo l'alto Rappresentante per gli affari esteri e per le politiche della sicurezza dell'Ue, Cathering Ashton, ha lanciato un appello affinchè le due parti ripristinino al più presto i negoziati di pace indiretti.

Lo stesso giorno Ashton ha avuto un colloquio non ufficiale con i 7 ministri degli esteri del G7 a Saarislka, nel nord della Finlandia. Nel corso della conferenza seguita al colloquio, Ashton ha affermato che attualmente è molto importante che la Palestina e Israele ripristinino i negoziati di pace indiretti entro questa settimana.

Durante un'intervista dello stesso giorno concessa ai media filandesi, la Ashton ha osservato che l'Ue deve svolgere un ruolo positivo nei negoziati di pace.

 

http://www.newnotizie.it/

15/03/2010 – 19:22

Medio Oriente:Lula in visita a Gerusalemme, polemiche sul mancato omaggio alla tomba di Herzl

E’ cominciato ieri, da Gerusalemme, il tour del presidente brasilianoLuiz Inacìo Lula da Silva in Medio Oriente.

Durante la conferenza stampa, in presenza del presidente israeliano Shimon Peres, Lula si è soffermato sulla crisi mediorientale indicando il Brasile come un paese pronto ad assumersi il ruolo di mediatore«Non credo che ci sia nessun altro paese sul pianeta che ami e che pratichi tanto la pace quanto il Brasile. La pace ha per  noi un prezzo incommensurabile». Con queste parole  il presidente brasiliano ha voluto fornire l’immagine di un Brasile sempre in favore della pace e rivolgendosi a Peres, lo ha esortato a prodursi in un costante sforzo per la risoluzione di un conflitto così difficile come quello tra  israeliani e palestinesi.

I messaggi lanciati da Lula sono stati condivisi e apprezzati dal presidente Peres il quale ha voluto però sottolineare che, anche se si è in presenza di una crisi, questo non vuol dire che sia stato interrotto il processo di pace. Il vice-ministro degli Esteri israeliano, Danny Ayalon, a proposito della candidatura a paese mediatore da parte del Brasile, ha voluto ricordare quanto il perdurare della crisi non sia da rintracciare nella mancanza di forze capaci di mediare, ma nella scarsa sfiducia tra le parti in causa.

Proprio nei giorni scorsi il presidente Lula aveva ribadito, sia alla Germania che agli Stati Uniti, la volontà di non voler aumentare la pressione internazionale nei confronti dell’Iran. Di conseguenza la generale diffidenza israeliana, nei confronti di un eventuale Brasile interlocutore nella crisi in Medio-Oriente, era facilmente pronosticabile.

A questo clima iniziale va aggiunta la decisione di Lula di non rendere omaggio alla tomba di Theodor Herzl, fondatore del movimento politico del sionismo, che ha sollevato vivaci proteste. Oggi il‘Jerusalem Post’  riportava le parole di Hagai Merom, portavoce della Agenzia ebraica, secondo il quale il mancato omaggio “è un insulto agli israeliani e alle comunità sioniste di tutto il mondo”.

 

 

http://www.ansa.it/

Egitto: arrestato giornalista israeliano

Tentava rientro in Israele passando illegalmente frontiera Sinai

(ANSA)- GERUSALEMME, 15 MAR -E' stato arrestato dalla polizia un israeliano che cercava di rientrare nel paese passando illegalmente la frontiera egiziana nel Sinai.L'israeliano e' un giornalista del quotidiano Haaretz. L'uomo, che ha subito una ferita a una mano da filo spinato, e' figlio di un avvocato di Tel Aviv e stava conducendo l'inchiesta per conto della Tv privata Canale 10. Per questo aveva chiesto alcuni giorni di ferie al suo giornale. Le autorita' israeliane stanno cercando di ottenere la liberazione.

 

http://www.agi.it/home

M. O.: ARRESTATO CAPO DI HAMAS, RICERCATO DA UN DECENNIO

 (AGI) – Gerusalemme, 14 mar. – L'esercito israeliano ha arrestato un alto esponente di Hamas, accusato di aver ordito la strage 70 israeliani nel corso della seconda Intifada.
  L'uomo e' stato catturato a Ramallah. Si tratta di Mahar Udda, 47 anni, ricercato da circa un decennio per il suo ruolo nel duplice attentato al Cafe Hillel di Gerusalemme e a una fermata del bus alla base militare di Tzifrin nel settembre del 2003 .
 

 

http://www.repubblica.it/

Berlino, 16:06

M.O.: MERKEL, ISRAELE FACCIA UN “PASSO INDIETRO”

Il cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha sollecitato Israele a fare un 'importante passo indietro' rispetto alla decisione di avviare la costruzione di 1.600 insediamenti nella parte araba di Gerusalemme. La posizione della Merkel, affermata durante un incontro a Berlino con il premier libanese, Saad Rafik Hariri, rilancia quella dell'UE e degli Stati Uniti, ostili alla decisione del governo dello Stato ebraico, annunciata con spregiudicatezza durante la visita a Gerusalemme del vicepresidente americano, Joe Biden .

 

 

http://www.israele.net/

6-03-2010

Un copione già visto

di Amos Harel e Avi Issacharoff

 

Anche se è stato Israele a innescare l’ultima crisi su Gerusalemme, Israele non è certo l’unico a gettare benzina sul fuoco. Il comportamento dell’amministrazione Obama, con i suoi alti funzionari che fanno a gara per redarguire in pubblico Israele, rievoca la rigida posizione intenzionalmente assunta un anno fa nei confronti del governo Netanyahu. Né i palestinesi si lasciano sfuggire un’occasione per alimentare le fiamme.
Certo, il primo ministro israeliano ha fatto il loro gioco sulla faccenda delle nuove costruzioni nel quartiere Ramat Shlomo, e il sindaco di Gerusalemme continua a farlo. Ma dal canto suo l’Autorità Palestinese sta facendo un gioco molto pericoloso, forse il più pericoloso di tutti, su Gerusalemme e in particolare sul Monte del Tempio.
Mohammed Dahlan, che non è certo famoso per un particolare fervore religioso, Khatem Abdel Kader, che detiene il dicastero su Gerusalemme in Fatah, e altri come loro domenica hanno esortato gli arabi israeliani e gli abitanti di Gerusalemme est ad andare in massa al Monte del Tempio per “proteggere le moschee dagli ebrei”. Un opuscolo fatto circolare domenica con un appello analogo era firmato dalle Forze Nazionali e Islamiche, un’organizzazione che coordinava le attività ai tempi della seconda intifada, e che in pratica oggi non esiste più. L’opuscolo arriva ad affermare che un grande rabbino del XVIII secolo avrebbe profetizzato che l’apertura della sinagoga di Hurva (re-inaugurata in questi giorni, dopo la ricostruzione seguita alla sua distruzione ad opera degli arabi) avrebbe avviato l’apertura del Terzo Tempio, e che dunque per questo bisogna accorrere a difendere la moschea di al-Aqsa.
Difficile credere che Dahlan e Abdel Kader credano veramente che la moschea di al-Aqsa corra questo pericolo. C’è un’altra ragione dietro al loro appello: nelle scorse settimane Fatah ha visto Hamas ribare la scena all’Autorità Palestinese nella gestione della lotta per il Monte del Tempio. Gli attivisti della base del Movimento Islamico in Israele hanno guidato le manifestazioni. Nel frattempo la polizia israeliana ne ha arrestati diversi e Fatah ritiene che questo sia il momento giusto per approfittare del successo: se il governo israeliano è diventato il punching ball della Casa Bianca, un altro round di violenze al Monte del Tempio può solo fare gli interessi dei palestinesi. Fatah vuole cavalcare la tigre e usare i previsti scontri per le sue necessità.
Ecco perché Abdel Kader ha indetto un incontro all’hotel Ambassador di Gerusalemme est con alti esponenti di Fatah della città e rappresentanti delle associazioni sindacali della Città Vecchia. Ed ecco perché si è deciso di indire uno sciopero di due ore alle 11 del mattino, esattamente quando gli studenti escono delle scuole per la preghiera di mezzogiorno: tempismo perfetto per scatenare un'altra pausa pranzo di violenze.
Riunioni di questo genere si sono già tenute in passato all’Ambassador: nel settembre 2000, alla vigilia della visita di Ariel Sharon al Monte del Tempio, è lì che alti esponenti di Fatah della città si riunirono per pianificare le violente proteste che avrebbero portato allo scoppio della seconda intifada.
Questa volta Israele non sembra volersi prendere tali rischi. Il ministro della difesa Ehud Barak ha tenuto conto delle raccomandazioni dei capi della polizia e ha esteso la chiusura della Cisgiordania per impedire che dei palestinesi venissero fatti confluire a Gerusalemme a ingrossare le manifestazioni. E mentre l’Autorità Palestinese si prepara per il prossimo round di dimostrazioni violente (certo meglio spendibili degli attentati suicidi sul mercato della simpatia mondiale), a Ramallah si registra uno sviluppo che ricorda altri tempi: una squadra dell’antiterrorismo ha arrestato Maher Auda, conosciuto come “l’ultimo dei moicani” della rete clandestina di Hamas nella città, considerato responsabile dell’uccisione di una settantina di israeliani. Già braccio destro del capo di Hamas a Ramallah Ibrahim Hamed (arrestato nel 2006), Maher Auda era considerato dai servizi di sicurezza israeliani “persino più pericolo del suo capo”.

 

 

http://www.rinascita.eu/index.php

Abbas si schiera contro la resistenza palestinese

 

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di: Matteo Bernabei

Se non fosse per l’incarico che ricopre, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmud Abbas potrebbe tranquillamente essere scambiato per un emissario del governo statunitense, o di quello israeliano, in missione in Cisgiordania. Analizzando le sue dichiarazioni, infatti, non sembra proprio che a parlare sia il garante del popolo palestinese. La prospettiva non cambia se si passa in rassegna il suo operato lungo tutti gli anni di mandato alla guida dell’Anp. A tale proposto venerdì scorso Hamas aveva presentato un rapporto dettagliato contente i numeri del collaborazionismo di Abbas, a cominciare dai numerosi arresti degli esponenti del movimento islamico in Cisgiordania.
Sarà per questo che nei giorni scorsi il leader di Fatah ha pensato bene di confermare in toto il contenuto del documento. Il presidente dell’Anp ha infatti accusato i rivali di Hamas di non aver firmato il documento di riconciliazione, affidato ai mediatori egiziani, su indicazione esplicita di Teheran. Abbas ha invitato il movimento palestinese che controlla l’enclave di Gaza a “liberarsi dalla tutela della Repubblica islamica”.
Affermazioni che hanno del ridicolo sia perché senza l’attenzione dell’Iran sulla questione palestinese la sola Siria potrebbe fare ben poco per frenare l’avanzata israeliana, sia perché il documento di riconciliazione non è stato firmato da Hamas poiché “semplicemente” lo priverebbe di qualunque potere politico e del diritto alla resistenza. Le conseguenze di questa ultima considerazione sono ben presenti a tutti gli abitanti palestinesi dei territori occupati, dove i coloni e la polizia israeliana la fanno da padroni senza che nessuno possa fermarli.

 

 

 

http://www.panorama.it/

Chi è ebreo? Il movimento Reform contro il parlamento israeliano

Questa settimana la Knesset, il parlamento unicamerale di Gerusalemme, vota (e probabilmente approverà) una nuova legge che sta alzando un gran polverone tra le comunità ebraiche europee e americane. In breve, si tratta di una legge che crea una distinzione tra gli “ebrei per nascita” (cioè chi è nato da una madre ebrea) e gli “ebrei per scelta” (cioè coloro che si sono convertiti all’ebraismo).

Finora praticamente nessuno si è posto il problema di fare una distinzione tra le due categorie… a parte forse fare la domanda ai convertiti: ma chi ve l’ha fatto fare? Adesso invece questa proposta di legge cambierebbe radicalmente le cose, mettendo in un piano inferiore gli ebrei per scelta.

La questione è in realtà più politica che religiosa: in base alla Legge del Ritorno, ogni ebreo proveniente da qualsiasi parte del mondo ha diritto a ricevere la cittadinanza israeliana.

Ora, la proposta di legge intende porre dei limiti severi ai convertiti che richiedono la cittadinanza israeliana: tra le limitazioni, c’è anche quella di non accettare le conversioni effettuate da rabbini non strettamente ortodossi. Questo, probabilmente, per evitare che molti immigrati (o “lavoratori stranieri”, come li chiamano in Israele) ottengano la cittadinanza.

Risultato? La comunità ebraica americana è insorta contro la proposta di legge: negli Usa infatti sono maggioritarie infatti le correnti progressiste dell’ebraismo, come i Conservative o i Reform, che rischierebbero di essere escluse dalla nuova legge.

Chi sono questi Reform? Per farla breve, è una corrente dell’ebraismo un po’ più moderna rispetto a quella tradizionale. Li si distingue soprattutto perché permettono a uomini e donne di pregare insieme, mentre nelle sinagoghe ortodosse vige ancora la separazione tra maschi e femmine.

Come già accennato, è un movimento molto diffuso negli Stati Uniti, ma che ha un certo seguito anche in alcune nazioni europee, come la Francia e il Regno Unito.

In Italia gli ebrei Reform sono ancora pochini, ma pure loro sembrano alquanto agguerriti sulla questione. Il rabbino della comunità di Beth Shalom di Milano Robert Gan sta organizzando una raccolta di firme per convincere il Parlamento e il governo israeliani a bloccare il progetto di legge.

 

 

 

 

http://www.terranews.it/

Enrico Campofreda

PALESTINA. Professore di genetica di fama internazionale, da anni è impegnato in una lotta non violenta contro l’occupazione israeliana. «Fare lezione in strada quando le scuole sono inagibili è importante quanto un’intifada».

Il professor Mazim Qumsiyet è nato a Beit Sahour, un villaggio a ridosso di Betlemme che è non finito come quei 350 luoghi della Palestina totalmente cancellati dalle carte geografiche e dai libri di storia riscritti da Israele o ribattezzati in ebraico. Ha studiato in Giordania e l’approfondimento per la genetica l’ha portato in Europa e negli Stati Uniti per lavori di ricerca. Mesi fa ha deciso di riportare a casa competenze e impegno civile tornando a Betlemme dove insegna nella locale università. Il professore ha tre passaporti più una carta di transito che però non gli consentono di entrare a Gerusalemme. Né quello giordano né quello rilasciato dall’Autorità palestinese sotto supervisione di Israele. La visita non gliela consente neppure la carta americana dov’è segnalato con il colore blù e non con il verde che libera l’accesso.

 

La Città Sacra è interdetta al professore come a qualsiasi palestinese della Cisgiordania, mentre i residenti arabi della parte est continuano a essere espulsi: 4.600 l’anno scorso, con l’abbattimento di 139 case. Le autorità israeliane programmano di cancellarne un altro 28 per cento, privando di abitazione e cittadinanza 60mila palestinesi. Di fronte a queste catastrofiche minacce il divieto di visitare il Santo Sepolcro che è a cinque chilometri da casa, per il cristiano Mazim è quasi un’inezia. A Betlemme, da cui mancava da tempo, ha trovato il Muro di Sharon che soffoca la collina. Anzi la barriera dell’apartheid ha rubato alla città di Gesù l’80 per cento dei terreni, assegnati alla grande colonia di Gilo sorta su un’altura che la fronteggia. Di quel colle il professore mostra immagini di gioventù con le pendici lussureggianti: da una parte il bosco, dall’altra frutteti e ulivi che davano il legno resistente e leggero del locale artigianato. 
 
Diversamente da milioni di profughi senza diritti, Mazim Qumsiyet è potuto rientrare nella terra d’origine grazie al suo ruolo professionale. Confessa che anche un lavoro privilegiato come il suo riscontra difficoltà  che diventano enormi nel vivere quotidiano d’ogni palestinese della West Bank, soffocato dalla presenza dei 400mila coloni ebrei protetti dall’esercito. Dice: «Purtroppo non si salvano neppure le università, credute luoghi privilegiati. Per la nostra materia, che si basa molto sulla ricerca, mancano molti strumenti. E io, lo confesso, li ho fatti venire proprio da Gerusalemme, nascosti nelle auto con la targa gialla che lì possono transitare». Per Qumsiyet, che adotta metodi non violenti, anche questa, come qualsiasi desiderio di continuare a vivere, è resistenza. Madri, bambini, vecchi possono esprimere dissenso e lottare pur senza l’uso della forza. Un microcosmo che perdura ai grandi progetti di autodeterminazione che storicamente hanno segnato il passo e necessitano di nuova linfa. 
 
Riprende Qumsiyet: «Anche l’attività minuta aiuta a tenere viva la coscienza: per un popolo nulla è mai perso se si conserva l’obiettivo di continuare a esistere come collettività. Non bisogna sottovalutare i piccoli-grandi sacrifici d’ogni giorno: mettersi in coda per ore per attraversare un check point, fare lezione in strada perché i soldati con l’alibi della “sicurezza” impediscono a bambini di sette anni di andare a scuola, rivendicare il diritto all’acqua per annaffiare il raccolto sono atti di resistenza non meno importanti delle Intifade». Il coraggio non manca al docente, che nelle scorse tumultuose settimane di reazione palestinese alle marce dei coloni per la “riconquista” dei luoghi sacri, si è trovato a dare testimonianza militante e pacifica. Pur nella sua posizione, ha ricevuto diktat e minacce dagli ufficiali dell’esercito israeliano, e successivamente è partito per un tour di conferenze negli States. Quand’era fuori l’anziana madre ha ricevuto la visita dei soldati di Tel Aviv che lo cercavano. La donna ha compreso il pericolo e ha scongiurato il figlio di non tornare. 
 
Lui però ha scelto di fare comunque ritorno. È un tipo che non si lascia intimidire il professor Qumsiyet. Negli anni americani, incurante di possibili attacchi dei locali fondamentalisti ebraici, portava in giro col suo furgoncino materiale propagandistico contro l’occupazione della sua terra e contro l’invasione dell’Iraq. Lo distribuiva in comizi itineranti. Accanto a pubblicazioni scientifiche di genetica, si è preposto d’informare sulle condizioni in cui versano i Territori Occupati. Per farlo usa il web e i libri. Dopo un primo testo, sta lavorando a una ricognizione sui 130 anni di opposizione palestinese alla creazione d’uno Stato Sionista, che definisce razzista perché incentrato sul solo popolo e la sola religione ebraici. «Nessuna arma può piegare la determinazione della mia gente. Noi esistiamo e resistiamo», dice Qumsiyet. A costo della galera.  

 

http://www.confinionline.it/index.aspx

 

“Officina Medio Oriente”, il Trentino incontra la Terra Santa 

Un’iniziativa dell’assessorato alla Solidarietà internazionale in programma dal 16 al 21 marzo 2010

Si chiama Officina Medio Oriente l'iniziativa dell'assessorato alla Solidarietà internazionale della Provincia autonoma di Trento che si svolgerà dal 16 al 21 marzo prossimo in Trentino. Cinque giorni di incontri, approfondimenti, testimonianze, ma anche di musica, teatro, cinema, libri. Questo per capire una terra da molti considerata il crocevia dell'umanità, dove si sono sviluppate le tre grandi religioni monoteiste del Mediterraneo: ebraica, cristiana e musulmana. Un tentativo di dar voce e valore alle differenti identità e offrire il giusto spazio – a fronte di uno scenario spesso di paura, rabbia, vendetta – a quanti – e sono molti – dimostrano ogni giorno che la convivenza è possibile, che la differenza è una risorsa e non un ostacolo, che la via del dialogo è l’unica percorribile se si vuole davvero arrivare a una convivenza migliore per tutti. 
I ragazzi della cineteca di Gerusalemme, protagonisti del progetto “I am You are” (dove adolescenti arabi ed ebrei, rileggono attraverso il cinema la propria situazione e le differenti narrazioni della medesima realtà) incontreranno i loro coetanei delle scuole trentine. Uno Sceicco sufi dialogherà con un Rabbino e una Monaca cristiana del Monastero interreligioso di Mar Musa, in Siria. Rappresentanti dell’Università di Al Quds dialogheranno poi con colleghi dell’Università di Gerusalemme sulle concrete prospettive di pace tra Israele e Palestina.
Cinque donne, appartenenti ad altrettante religioni (ebrea, musulmana, drusa, cristiana, beduina) dialogheranno sul ruolo della religione nella soluzione dei conflitti. E poi spettacoli teatrali e musicali, anch’essi imperniati su situazioni di dialogo, confronto e collaborazione tra le differenti comunità.
Per tutta la durata della manifestazione, nel Palazzo della Regione sarà esposto un grande abito tradizionale palestinese e si potranno conoscere i progetti trentini in Terra Santa. Un evento significativo vi sarà a mezzogiorno di domenica, con la posa di un ulivo proveniente da Gerusalemme. Un semplice gesto simbolico che rappresenta lo spirito dell’iniziativa. Anche in una situazione difficile come quella mediorientale, donne e uomini di buona volontà dimostrano quotidianamente che un futuro di pace è possibile. Anche il Trentino vuole dare il suo contributo a questo cammino.
Tra le diverse iniziative programmate nell'ambito di “Officina Medio Oriente”, figurano due appuntamenti musicali di particolare spessore artistico organizzati dal Centro informativo per l'immigrazione della Provincia autonoma di Trento.
 

Martedì 16 marzo, all'Auditorium Santa Chiara di Trento, alle ore 20.30, in occasione dell'apertura dell’Officina con l'assessore provinciale alla Solidarietà internazionale Lia Giovanazzi Beltrami, vi sarà il Concerto di Omar Faruk Tekbilek & his Ensamble (artista turco, uno dei maggiori esponenti della musica medio orientale) con la partecipazione straordinaria del chitarrista italo-americano Anthony Mazzella. Aprirà la serata il gruppo trentino Anansi & the Buffalo Soldiers. 

sabato 20 marzo, all'Auditorium Santa Chiara di Trento, alle ore 21.00, concerto di “The Idan Raichel Project”, artista israeliano ideatore di un progetto musicale di comprensione e collaborazione multiculturale.
Per Idan Raichel si tratta di un ritorno a Trento dopo il successo del concerto del primo giugno scorso in Piazza Dante nell'ambito dell'iniziativa “Note comuni, identità diverse” organizzata dal Cinformi. 

Entrambi i concerti sono a ingresso gratuito.
Distribuzione biglietti a partire dal 10 marzo presso l'Auditorium Santa Chiara di Trento.

 



 

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