Rassegna stampa del 15 febbraio.

Rassegna stampa del 15 febbraio.

A cura di Chiara Purgato.

 http://www.israele.net/

15-02-2010

Corruzione e stampa asservita nell'Autorità Palestinese

Essendosi finalmente decisi, a quanto pare, a fare sul serio, i custodi della legge dell’Autorità Palestinese in questi giorni stanno dimostrando a tutti quanti di che stoffa sono fatti. No, non è che abbiano lanciato una dinamica campagna per dare la caccia ai terroristi, in particolare quelli della loro stessa fazione Fatah. E non è che abbiamo impresso un duro giro di vite contro l’indottrinamento all’odio anti-israeliano e la retorica incendiaria antisemita che imperversa nella loro giurisdizione.
Piuttosto, una buona parte delle energie del sistema giudiziario dell’Autorità Palestinese sono in questo momento concentrate nel mettere a tacere Fahmi Shabaneh, un funzionario palestinese che è stato cacciato dal suo posto di capo dell’unità anti-corruzione del Sevizio di Intelligence Generale palestinese esattamente perché aveva fatto il suo dovere.
La colpa di Shabaneh è di aver svelato furti di denaro pubblico e scandali sessuali al più alto livello della gerarchia dell’Autorità Palestinese e di aver oltretutto accusato il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) di aver cercato di insabbiare la cosa. Lo zelo di Shabaneh è stato premiato la scorsa settimana con un mandato d’arresto emesso dal procuratore generale dell’Autorità Palestinese Ahmed Mughni per reati come “lesioni al prestigio della Palestina e ai sentimenti nazionali palestinesi”, “collaborazione con Israele”, “diffusione di menzogne e montature”. Il tutto guarnito con accuse di tentato omicidio, estorsione e “vendita di terra ad ebrei”.
Shabaneh, benché residente a Gerusalemme, è in pericolo di vita. Sapeva il rischio che comportava rompere il silenzio. I mass-media arabi e i reporter stranieri nell’Autorità Palestinese si erano rifiutati di pubblicare le sue rivelazioni per paura di ritorsioni violente. La vicenda è infine comparsa sul Jerusalem Post in un’intervista esclusiva del nostro corrispondente Khaled Abu Toameh. Successivamente è comparsa in un documentario della tv israeliana Canale 10 [Canale 10 ha diffuso venerdì un reportage dal titolo ''Fatahgate'' con filmati che documentano “la corruzione in seno all'Autorità Palestinese, compreso l’ufficio del presidente Abu Mazen”. La televisione israeliana ha mostrato immagini e documenti che accusano il capo-gabinetto del presidente palestinese, Rafiq Husseini, di corruzione e molestie sessuali.]
Nella sua conversazione con Abu Toameh, Shabaneh lamentava l’assenza di una stampa libera nel mondo arabo e la paura che hanno anche i corrispondenti stranieri di irritare Abu Mazen e la sua consorteria. L’unica stampa libera in Medio Oriente è quella in Israele, unica democrazia della regione. Il che non riguarda solo il lavaggio dei panni sporchi dell’Autorità Palestinese. I reporter israeliani divulgano altrettanto avidamente i mali della società israeliana. Questa è l’essenza dell’imparzialità giornalistica, qualcosa che con tutta evidenza appare intollerabile nel milieu dell’Autorità Palestinese: circostanza che, purtroppo, viene regolarmente ignorata dagli opinionisti internazionali.
Nonostante la pavloviana reazione di accusare immediatamente Israele di essere in combutta con Shabaneh in una “campagna denigratoria”, Abu Mazen pare che abbia chiesto al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di “dare istruzione” ai mass-media israeliani di smetterla di mettere in imbarazzo l’Autorità Palestinese con rivelazioni sulla corruzione a Ramallah. E qui davvero Abu Mazen mostra di capire ben poco della realtà di Israele.
Se anche volesse, Netanyahu non potrebbe fare un tale favore ad Abu Mazen. Netanyahu stesso non viene certo trattato coi guanti dalla stampa israeliana, che fa a gara nello portare alla luce e pubblicare illazioni e sospetti – spesso gretti e irrilevanti – sulla famiglia del primo ministro. Nel nostro sistema, un capo di governo eletto non può controllare la stampa. In questo siamo felicemente molto diversi dai nostri vicini arabi.
Ma più di tutto, nel nostro sistema è impossibile brutalmente fare i prepotenti con chi fa rivelazioni. Shabaneh, viceversa, c’è da temere che si sia già messo nel mirino dei prepotenti.
In Israele il sistema giudiziario ha costretto alle dimissioni un primo ministro nel 1977 (Yitzhak Rabin) e in quello stesso anno ha condannato il designato capo della banca di stato (Asher Yadlin). Attualmente sono sotto processo un ex presidente (Moshe Katsav) e un ex premier (Ehud Olmert), mentre un ex ministro delle finanze (Avraham Hirchson) è dietro le sbarre. I nostri tribunali non si sono tirati indietro quando si è trattato di mandare al fresco altri ministri, in particolare Aryeh Deri e Shlomo Benizri sebbene fossero influenti partner della coalizione di governo.
Ciò naturalmente non incrina minimamente la nostra impalcatura nazionale o, per dirla nel linguaggio dell’Autorità Palestinese, non lede “il nostro prestigio e i nostri sentimenti nazionali”. La giustizia equa è una delle fonti della nostra forza e della nostra capacità di resistenza. Nel sistema israeliano, politici e pubblici ufficiali temono i tribunali, i tribunali non temono politici e funzionari pubblici.
Se coloro che sostengono di essere credibili interlocutori per la pace fossero dotati anche solo di una porzione dell’imparzialità e dell’impegno per la verità del sistema giudiziario israeliano, la nostra regione vivrebbe già da tempo in armoniosa coesistenza. Invece vediamo i nostri vicini dare credito costantemente alla trite fandonie sulla cattiveria di Israele: non si esita un attimo a confezionare comode menzogne in cui Israele fa sempre la parte del punching ball. Il che non fa presagire nulla di buono per le prospettive di una trattativa su accordi stabili e realizzabili. E lascia il palestinese della strada deprivato del governo onesto di cui avrebbe così disperatamente bisogno.

 

 

 

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Narrations of the Palestinian 1948 Catastrophe – In occasione della pubblicazione della versione inglese del libro

L’unità per i media palestinesi del dipartimento di relazioni pubbliche dell’ Università di An-Najah ha recentemente pubblicato la versione inglese del libro “Narrazioni della Catastrofe palestinese del 1948” (originariamente in lingua araba). Il libro, che è basato sulle testimonianze di rifugiati palestinesi che sono scappati dai loro villaggi e dalle loro città d’origine nel 1948, contiene numerose storie che ritraggono l’atmosfera sociale, culturale e politica della Palestina prima, durante e dopo la deportazione di circa un milione di cittadini dalle loro città  e villaggi. Il libro include 36 testimonianze di anziani, molti dei quali si trovano nei campi profughi nel distretto di Nablus, come Balata, Al-Ein e Askar, mentre altri sono residenti della città di Nablus.

Ala Yousef, il coordinatore dell’unità dei media palestinesi (Zajel), ha espresso la propria gratitudine per la pubblicazione del libro. “E’ un sogno diventato realtà vedere delle testimonianze scritte raccolte in un libro al fine di preservare la memoria delle vecchie generazioni per le nuove”, ha commentato Yousef, “soprattutto nel momento in cui i Palestinesi sentono che la Nakba (la catastrofe) continua”.

La stesura del libro ha investito molti anni: grandi sforzi sono stati richiesti per preservare l’accento e le parole dialettali di ogni villaggio presenti nella versione araba del libro.

Comunque, uno dei problemi incontrati durante la stesura del testo è stata la diminuzione progressiva del numero di testimoni disponibili, dal momento che molti sono deceduti poco dopo essere stati intervistati.

I testimoni si sono concentrati sulla vita in città palestinesi come Haifa, Yafa e Lud, e villaggi che si sono difesi per mesi prima di arrendersi, prima della Diaspora. I testimoni descrivono la Palestina come un Paese assolutamente non “vuoto” prima dell’arrivo degli immigrati europei; la Palestina non era né vuota né deserta, ma ricca di campi agricoli e prati che si estendevano ovunque nel Paese.

“Se la Palestina fosse stata un deserto, perché mai gli Ebrei avrebbero fatto di tutto per conquistarla?” ha detto una delle anziane intervistate, Fatima. “Noi producevamo il nostro cibo e la nostra terra era fertile, avevamo la nostra vita sociale, e la vita era piacevole”.

I testimoni oculari parlano della loro prima visita alle loro case dopo vent’anni di deportazione, del dolore che hanno provato e dei ricordi che sono riaffiorati alle loro menti. La pubblicazione di questo libro si propone come un’iniziativa che punta a diffondere consapevolezza su quanto avvenne nel 1948, e ad incoraggiare i Palestinesi a chiedere una soluzione per il problema dei rifugiati che poggi sulla risoluzione delle Nazioni Unite n. 194, ovvero sulla non-negoziabilità del diritto di ritorno.

Yousef ha aggiunto che gli attuali attacchi israeliani contro le proprietà palestinesi servono da costante promemoria di quanto avvenne nel 1948.
Egli ringrazia tutti i volontari che hanno contribuito alla pubblicazione registrando e intervistando i testimoni oculari della Nakba negli ultimi anni, e tutti coloro che hanno reso possibile la pubblicazione del libro. Tra questi, il Centro di sviluppo Askar e il personale  amministrativo universitario, Liam Morgan, Alison Morris, Kim Avila, così come l’indimenticabile volontario Asem Yousef, che è morto qualche giorno prima della pubblicazione della versione araba del libro. La prima copia è infatti dedicata alla sua memoria.

Ala Yousef ha proposto che la storia orale sia insegnata nelle scuole e nelle università palestinesi, e, in aggiunta, che venga tradotta in inglese al fine di sviluppare una migliore comprensione (internazionale) del problema dei rifugiati.
Più interviste dovrebbero esser condotte con i testimoni oculari ancora in vita, e dovrebbero essere mandate in onda nelle stazioni radio palestinesi, più documentari e fiction storiche basate su questo periodo della storia palestinese dovrebbero essere programmate in futuro.
Ha terminato chiedendo al Governo ed al Parlamento britannico di scusarsi con il popolo palestinese per il danno arrecato e per l’ingiustizia storica compiuta nei confronti dei Palestinesi, per le atrocità e le deportazioni dal loro Paese a partire dal 1948.
Tali ingiustizie hanno obbligato i Palestinesi a vivere in campi profughi , anche se loro non furono personalmente promotori di attacchi antisemiti agli Ebrei in Europa. Perché, dunque, dovrebbero esser loro a pagare (ancora) il prezzo di tale sterminio?

 

 

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Mo: H. Clinton,negoziati seri quest'anno

In decine di colonie ignorato congelamento nuovi insediamenti

15 febbraio, 10:42

 (ANSA) – DOHA, 15 FEB – Hillary Clinton ha detto oggi di avere ''buone speranze'' che questo anno possano cominciare ''seri'' negoziati tra israeliani e palestinesi. Lo ha detto il segretario di stato americano durante la sua visita a Doha. E intanto in decine di colonie ebraiche della Cisgiordania viene ignorato il congelamento dei nuovi progetti edili annunciato tre mesi fa dal premier Benyamin Netanyahu. Lo ha ammesso alla Knesset (parlamento) il viceministro della difesa Matan Vilnay.

 

 

 

Cronaca | 15/02/2010 | ore 10.17 »

Arezzo, 15 feb. – (Adnkronos) – Roten Mor, ventottenne israeliano, cresciuto in una cittadina vicino a Gerusalemme, sulla strada per Tel Aviv, impegnato per la pace in una terra che di pace ne ha conosciuta poca nel corso della sua millenaria storia, e' in tour per l'Italia a portare la sua testimonianza. Il giovane si fermera' il 23 e il 24 febbraio ad Arezzo e in provincia, protagonista di una serie di incontri aperti alla cittadinanza.

La fitta serie di appuntamenti sara' presentata nel corso di una conferenza stampa nella quale Roten Mor parlera' nella sala di Consiglio Comunale di Arezzo; tra di essi e' molto attesa la cena-incontro del 24 al Karemaski Multi Art Lab organizzata dal locale di via Edison in collaborazione con il gruppo consiliare di Sinistra Ecologia e Liberta' in Regione Toscana, dal gruppo consiliare Sinistra al Comune di Arezzo, dal gruppo consiliare Pd in Provincia di Arezzo e dalle associazioni Arci, Baobab ed Eureko. Un'iniziativa che nasce nel solco delle attivita' a favore della pace perseguite, dopo la loro missione dell'ottobre scorso in Israele, Territori Palestinesi della Cisgiordania e Striscia di Gaza, da alcuni consiglieri aretini eletti nelle istituzioni: Paolucci e Tulli per il Comune, Del Bolgia per la Provincia di Arezzo e Giovannini per la Regione Toscana.

La ''missione'' di Roten Mor e' iniziata otto anni fa, quando, dopo 18 mesi passati nell'esercito israeliano, ha rifiutato di continuare a prestarvi servizio. Adesso Roten Mor studia musica classica del Medio Oriente, svolge la sua attivita' di sensibilizzazione sia all'interno del mondo mediorientale in associazioni israelo-palestinesi che si battono contro il muro che separa Israele dai territori della Anp, sia verso il mondo esterno visto che spesso si trova a fare la guida, poco convenzionale, a gruppi di turisti. Suo interesse e' scrivere un libro sui perche' della sua scelta e sul perche' valga la pena proseguirla.

 

 

 

 

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Israele: “Vogliono attaccarci”

LUNEDÌ 15 FEBBRAIO 2010 00:00

Ynet, il sito web del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, non ha dubbi: lo Stato ebraico sta per subire un nuovo attacco. L’informazione si riferisce ad una indiscrezione divulgata dalla testata saudita Ozak, secondo la quale in Libano sono certi che le crescenti tensioni tra Gerusalemme e Damasco sarebbero dovute all’atteggiamento di sfida di Hezbollah, che si starebbe preparando ad affrontare una escalation militare tesa a colpire Israele.

La possibilità che in Medio Oriente si stia andando incontro ad un nuovo conflitto viene confermata anche dal giornale pan-arabo Al Sharq Al Awsat, il quale rivela che l’esercito del presidente Bashar al-Assad starebbe già richiamando in servizio i militari incorporati nella riserva, e dalla stessa stampa siriana, che in editoriale pubblicato sabato 6 febbraio dal quotidiano filo-governativo Tishreen, parla di una esplicita volontà israeliana di dare il via ad una nuova guerra e delle possibili conseguenze.

Nonostante Benjamin Netanyahu si sia impegnato in una storica apertura verso il mondo arabo – “Israele anela ad accordi di pace con tutti i suoi vicini. Lo abbiamo fatto con l'Egitto e con la Giordania, possiamo farlo anche con la Siria e i palestinesi” – la tensione è ormai alle stelle. A buttare benzina sul fuoco sarebbe proprio il presidente iraniano Ahmadinejad, che nel Giorno della Memoria non ha perso l’occasione per ricordare al mondo la sua posizione: “Arriverà il giorno della vostra distruzione”. Un avvertimento che, alla luce degli scontri verbali che negli ultimi tempi hanno visto di fronte lo Stato ebraico ed Hezbollah, accentua la certezza che in Medio Oriente la crisi politica potrebbe presto trasformarsi in un nuovo conflitto. E proprio in questo contesto che va anche vista la risposta del ministro degli Esteri israeliano  Avigdor Lieberman, che dall’Università Bar-Ilan di Tel Aviv ha ricordato a Damasco che “il regime siriano è destinato a cadere se continuerà a provocare Israele….. Se la Siria dichiarerà guerra allo Stato ebraico non solo perderà il conflitto ma il regime di Bashar Assad crollerà”.

Le affermazioni di Lieberman si riferiscono ad un carico di armi che comprende circa 100 missili terra-terra a medio raggio e che a gennaio l’Iran avrebbe fornito alla Siria. Scaricato in una non meglio precisata base militare, il carico avrebbe poi preso la via del Libano della Striscia di Gaza e sarebbe andato a rinforzare l’arsenale del movimento sciita Hezbollah e dei gruppi armati legati ad Hamas. A conferma di tale tesi ci sarebbe il ritrovamento di due casse, contenenti ciascuna circa 10 chilogrammi di esplosivo, rinvenute il 1° febbraio scorso sulle spiagge di Ashkelon e Ashdown, porti israeliani a circa 25 chilometri da Gaza. Il sospetto è che il materiale bellico faccia parte di un carico ben più consistente e che i due container siano stati lasciati alla deriva in attesa che qualche peschereccio li recuperasse per poi scaricarli di fronte alle coste della Striscia di Gaza.

Il 3 febbraio scorso era stato lo stesso presidente Assad a puntare il dito contro Gerusalemme, accusando gli israeliani di essere alla ricerca di un pretesto per scatenare un conflitto e il ministro degli Esteri siriano, Walid Moallem, tuonava: “Israele sa che questa volta gli effetti della guerra arriveranno fino alle sue città … lo Stato ebraico non deve più indirizzale le sue minacce contro Gaza, il Libano meridionale, l’Iran ed ora anche contro la Siria”. Dichiarazioni che, per Tel Aviv, confermerebbero i sospetti israeliani sull’esistenza di un patto segreto che legherebbe la Siria e l’Iran ai due movimenti armati e che sarebbe stato sottoscritto nel dicembre scorso a Damasco dal ministro della Difesa siriano, Generale Ali Habib, dall’omologo rappresentante iraniano, Generale Ahmad Validi, e dal leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah.

Israele è seriamente preoccupata per il riarmo del movimento sciita libanese e, nel caso di un altro scontro, ha già minacciato che questa volta l’attacco sarebbe devastante; l’allerta è tale che nelle scorse settimane le Forze di Difesa Israeliane sono state impegnate in una manovra militare su vasta scala che ha interessato anche il confine settentrionale con il Libano: l’esercitazione Home Front Command. Chi sembra piuttosto tranquillo è il leader di Hezbollah, che al contrario, nei confronti di Israele, continua a mantenere un atteggiamento di apparente sfida; Nasrallah non nasconde che i suoi miliziani sono pronti ad affrontare un nuovo conflitto e si dice fiducioso in una “nuova e schiacciate vittoria”. Una guerra psicologica che rientrerebbe nel normale confronto tra due acerrimi nemici se non fosse per le informazioni che arrivano dai servizi d’intelligence, che smentiscono quanto sostiene la forza di pace delle Nazioni Unite nel sud del Libano, e cioè che non c’è alcuna indicazione che sia in atto la preparazione di una nuova escalation militare.

In Israele c’è chi pensa che Teheran stia già preparando il terreno per rispondere ad un sempre più probabile attacco israeliano agli impianti nucleari di Natanz e Isfahan, soprattutto ora che la Repubblica Islamica ha pubblicamente dichiarato di voler produrre uranio arricchito al 20%, gradazione di U235 che potrebbe già aver raggiunto e che sarebbe sufficiente per la costruzione di un’arma nucleare cruda, molto inefficiente ma estremamente pericolosa. Per far questo starebbe cercando di stimolare uno scontro che impegni Israele su tre fronti: con Hamas lungo la Striscia di Gaza, con la Siria sulle alture del Golan e con Hezbollah attraverso il confine libanese. Migliaia di miliziani addestrati in Iran a combattere nelle aree urbanizzate della Galilea sarebbero pronti ad invadere Israele da diversi settori: dalla comunità di Ramot Naftali, con i kibbutz di Malkia e Yiftah e la collettività agraria di Dishon, alla città costiera di Nahariya, sul Mar Mediterraneo.


 

http://notizie.virgilio.it/

M.O./ Deputato Usa: rompere blocco Israele, inviare aiuti a Gaza

Baird: inviato di Obama si rechi presto nella Striscia

Gaza, 15 feb. (Ap) – Gli Stati Uniti dovrebbero infrangere il blocco imposto da Israele a Gaza e consegnare aiuti umanitari alla popolazione della Striscia. E' quanto sostiene il deputato repubblicano dello stato di Washington, Brian Baird, che ha invitato l'inviato speciale Usa per il Medio Oriente a recarsi in visita molto presto nel territorio palestinese per osservare da vicino le distruzioni provocate da Israele durante la guerra tra dicembre 2008 e gennaio 2009.

Baird, che ha annunciato la sua intenzione di lasciare il Congresso, ha parlato davanti una platea di studenti di Gaza. Il repubblicano di Washington ha spiegato che le navi americane dovrebbero attraccare al largo della costa di Gaza e da lì consegnare tutti gli aiuti necessari alla popolazione della Striscia.

 

M.O./ Giornalista Gb arrestato a Gaza da governo Hamas

Accusato di violazione di leggi sulla sicurezza

Gaza, 15 feb. (Ap) – Un giornalista britannico, Paul Martin, è stato arrestato ieri a Gaza dalle forze di sicurezza di Hamas. L'arresto è stato confermato dal Foreign Office, che ha detto di essere pronto a fornire assistenza consolare.

Secondo un portavoce di Hamas, Martin, che scriveva per la Bbc e per il Times, è stato arrestato per aver violato le leggi sulla sicurezza, senza ulteriori dettagli. Adesso si trova agli arresti in attesa di processo.

Il portavoce del ministero degli Interni di Hamas, Ehab Ghussein, ha affermato: “Abbiamo le prove che il giornalista britannico è responsabile di violazioni della legge palestinese e che ha messo in pericolo la sicurezza del paese”, una formula che potrebbe essere interpretata come un accusa di spionaggio o collaborazionismo con Israele.

 

 

http://www.affaritaliani.it/

Anp a luci rosse. “Un complotto israeliano”

Lunedí 15.02.2010 11:20


Come se non avesse già abbastanza problemi con Hamas, ora anche un scandalo sexy fa perdere il sonno al leader di Fatah. Il presidente dell'Anp, Abu Mazen, ha deciso di sospendere il suo capo di gabinetto in attesa che sia conclusa un'inchiesta per le sue presunte richieste sessuali a una ragazza in cerca di lavoro. 

Secondo l'accusa, riferita dall'agenzia Wafa, Rafiq al-Husseini è stato ripreso con una telecamera nascosta e la tv israeliana ha diffuso il video in cui chiede prestazioni sessuali durante un colloquio di lavoro. Husseini ha detto di rimettere il suo destino nelle mani del presidente e della commissione di inchiesta e ha denunciato di essere caduto “in una trappola organizzata da membri di una banda legata all'intelligence israeliana“. Il video compromettente è stato girato da un ex funzionario dei servizi segreti palestinesi che accusa l'Anp di essere corrotta fino al midollo.

 

 

http://www.legnostorto.com/index.php

Gli arabi contro il Nyt “Troppo filoisraeliano”

 

 

 

Scritto da Maurizio Molinari   

Ethan Bronner, capo dell’ufficio di corrispondenza del «New York Times» a Gerusalemme ha un figlio di 20 anni che veste la divisa dell’esercito di Israele e tanto basta ai gruppi di attivisti palestinesi per chiederne l’immediata rimozione dall’incarico. Ma il direttore Bill Keller respinge la richiesta e va all’attacco dei «diktat basati sui pregiudizi»: «Se li dovessimo accettare non potremmo più fare il nostro mestiere».
Il braccio di ferro sulla sorte di Bronner, che ha alle spalle 25 anni di esperienza in Medio Oriente e la guida della redazione Esteri del «New York Times», inizia quando il sito Electronic Intifada svela la notizia: «Ha un figlio sotto le armi nelle forze armate israeliane». È l’inizio di una campagna online contro di lui, che vede l’«Angry Arab News Service» tacciarlo di fare «propaganda a favore di Israele» e il gruppo liberal «Fairness and Accurancy in Reporting» denunciare l’esistenza di un «inaccettabile conflitto di interesse» fra il Bronner giornalista incaricato di «raccontare con correttezza il conflitto arabo-israeliano» e il Bronner padre «di un soldato in guerra».

Il risultato sono almeno 400 lettere di protesta giunte alla redazione del «New York Times» nelle quali lettori come Linda Mamoun di Boulder, in Colorado, invocano l’allontanamento di Bronner perché «sebbene scriva in maniera bilanciata non può continuare a ricoprire la sua posizione avendo legami militari con Israele». La vicenda si trasforma in un duello fra premi Pulitzer con Alex Jones, che guida il «Center on Press, Politics and Public Policy» di Harvard, favorevole al richiamo «perché l’apparenza di un conflitto di interesse è spesso più importante del conflitto medesimo» e David Shipler, ex capo dell’ufficio del «New York Times» a Gerusalemme negli anni Ottanta, contrario perché «non c’è alcun conflitto di sorta».

In una cornice di polemiche in crescendo il primo a prendere posizione dentro il giornale è Clark Hoyt, che con la carica di Public Editor è il garante dei lettori, traendo la seguente conclusione: «Ho un enorme rispetto per Bronner e il suo lavoro, non ha commesso alcun errore e non si tratta di punirlo ma è una situazione difficile e sarebbe meglio trovargli una sistemazione altrove, almeno per la durata del servizio militare del figlio».

La sentenza di Hoyt fa traballare l’incarico di Bronner, che si limita a replicare: «Vorrei essere giudicato sulla base del lavoro e non delle biografia». È a questo punto che il direttore, Bill Keller, risponde a Hoyt, ai lettori e ai gruppi di militanti che hanno sollevato il caso. Anzitutto facendo sapere che Bronner lo aveva informato per tempo che il figlio 20enne aveva deciso di andare volontario nell’esercito israeliano per un anno. E poi scrivendo una replica di 95 righe che va ben oltre la difesa del giornalista, teorizzando l’impossibilità di cedere alle richieste basate sui pregiudizi del «politically correct».

«Il motivo per cui non raccolgo l’invito a sostituire Ethan Bronner non è solo l’integrità e l’esperienza del giornalista né la contrarietà ad accettare le tesi più selvaggiamente faziose di chi lo accusa ma per rispetto ai lettori», esordisce Keller, rivendicando di avere sul campo in più posti caldi «giornalisti che hanno storie umane fatte di idee, convinzioni e relazioni» ma che hanno dimostrato nel corso degli anni di essere capaci di «tenerle da parte in maniera disciplinata» trasformandole in «preziosi strumenti di valutazione» delle realtà che si trovano a raccontare.

Si tratta di C.J. Chivers, l’ex marine al seguito delle truppe in Afghanistan, Anthony Shadid, un americano-libanese che guida la sede di Baghdad, Nazila Fathi, corrispondente da Teheran, che è un’iraniana già esiliata dall’attuale regime, e Bronner sposato ad un’israeliana e con un figlio dentro Tzahal. «Se accettassi di rinunciare a Bronner per il figlio, poi ci chiederebbero di non mandare più reporter ebrei in Israele, di non mandare più ebrei in Paesi ostili a Israele, di non mandare più reporter sposati con ebrei, sposati con israeliani, sposati con arabi, sposati con evangelici e così via, senza più fine», scrive Keller per spiegare come «la volontà di prevenire l’apparenza della faziosità» porterebbe a «premiare i pregiudizi degli zeloti di ogni tipo» determinando la demolizione dell’identità stessa del «Times» che si fonda proprio su reporter come Chivers, Shadid, Fathi e Bronner.

 

 

http://www.poliziadistato.it/poliziamoderna/index.php?sess=0

Cooperazione internazionale – Vertice operativo in Israele

a cura di Annalisa BucchieriTerrorismo, criminalità organizzata e crimini informatici. Queste le principali tematiche al centro degli incontri a cui il capo della Polizia Antonio Manganelli ha preso parte il 18 e 19 gennaio a Gerusalemme. Dopo l’omaggio al Museo dell’Olocausto (vedi foto), lo Yad Vashem dove, nel Giardino dei Giusti (coloro che rischiarono la vita per salvare gli ebrei dai nazisti), viene ricordato, tra gli altri, Giovanni Palatucci (l’ultimo questore di Fiume, morto all’età di 36 anni nel campo di concentramento di Dachau) Antonio Manganelli ha incontrato il direttore generale della pubblica sicurezza israeliano Hagai Peleg e il capo della Polizia israeliana Dudi Cohen. Nel corso degli incontri è emersa la necessità di rafforzare la cooperazione ed intensificare lo scambio di informazioni con la costituzione di gruppi di lavoro composti da esperti che permettano di condividere le best practices tra i due Paesi. L’Italia può mettere a disposizione la grande esperienza maturata nel contrasto alla criminalità organizzata ed alla criminalità informatica. Israele, dal canto suo, vanta un’esperienza eccezionale nelle tecniche di lotta al terrorismo e nella protezione individuale delle personalità. 

 

 

 

 

 

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