Rassegna stampa del 16 febbraio.

Rassegna stampa del 16 febbraio.

A cura di Chiara Purgato.

http://www.osservatorioiraq.it/index.php

Palestina, “Basterebbe un’ora per trovare un accordo, ma non decidiamo noi” di Eva Brugnettini*

Mohamed Halabi è il responsabile delle relazioni internazionali del comune di Gaza, un titolo importante ma ‘chiuso’ in un paradosso: da Gaza è difficile uscire, e non è certamente un ruolo amministrativo ad aprire i valichi di Erez o di Rafah, nemmeno se a chiederlo sono le città gemellate di Barcellona, Torino, Dunkerque (Francia), o Tromso (Norvegia). Eppure Mohamed Halabi è riuscito a uscire. A prima vista sembra un ragazzo, e in effetti lo è: ha 35 anni, ma è già abbastanza grande per Gaza, dove l’età media è di 17 anni. 

In questi giorni Mohamed Halabi sta portando in giro per l’Italia e per l’Europa la sua esperienza nell’ambito di un ciclo di convegni dal titolo “Vivere a Gaza”. Per poter passare il valico di Erez (a nord, al confine con Israele) serve almeno un mese di preparazione: “Se sei fortunato”, sottolinea Halabi. Per uscire da quello di Rafah (sud, alla frontiera con l’Egitto), ne servono almeno tre. Il primo resta aperto per tre giorni e poi chiude “fino a data da stabilirsi (dagli israeliani)”. Il che significa che possono trascorrere 40 o anche 60 giorni: “E chi decide di tentar la sorte non può non mettere in conto un alloggio dove fermarsi dei mesi. E non tutti ce l’hanno”.

Un progetto ambizioso

Questo è solo uno degli innumerevoli problemi che l’embargo sta causando alla popolazione civile. L’altro, più drammatico, sono le conseguenze dell”Operazione Piombo Fuso”, ancora ben visibili nella Striscia. L’offensiva militare dell’inverno 2008-2009 ha ucciso 1.400 palestinesi, in gran parte civili, lasciato a terra più di 5.000 feriti, metà dei quali porterà per sempre con sé i devastanti effetti del fosforo sul proprio corpo mutilato. Circa 4.000 le case distrutte, 14mila quelle parzialmente danneggiate, dieci le scuole in macerie nel solo comune di Gaza. 

Secondo Halabi, sono proprio i “dettagli” a dare la misura degli effetti dell’embargo: “Tutte le finestre di Gaza sono andate in frantumi durante la guerra e non sono state sostituite perché il vetro non entra”. Come non entra il cemento. Halabi parla di 12mila famiglie costrette a vivere nelle tende in attesa della ricostruzione. Molti dei soldi promessi dalla comunità internazionale non sono arrivati, “ma l’unico vero desiderio delle famiglie di Gaza non è l’assistenza economica, quanto piuttosto la possibilità di lavorare, perché il lavoro dà dignità e apre le frontiere”.

Halabi si è battuto a lungo per convincere i donatori a sostenere un progetto apparentemente secondario, nella situazione d’emergenza che Gaza stava vivendo, anche prima dell’offensiva. Nonostante la mancanza di una rete fognaria accettabile e le difficoltà di accesso all’acqua potabile, Halabi aveva proposto di ristrutturare la città, dando finalmente un nome alle vie e dei numeri alle case:. “Serviva mezzo milione di dollari e dovevo convincere i donatori che questo era un progetto prioritario, e per me lo era davvero, perché nessuna città può esistere in mezzo al nulla”. Per il piano “sono stati impiegati 300 tra ingegneri e architetti, giovani ragazzi a cui è stato dato un lavoro e uno stipendio per le loro famiglie”. Quanto all’”Operazione Piombo Fuso”, è iniziata in inverno, “durante la terza settimana di lavoro”. “Non appena finita, abbiamo ricominciato di nuovo”. E ora le vie di Gaza hanno nomi e numeri “ufficiali”. 

I tunnel di Gaza

C’è chi dice che la situazione nella Striscia di Gaza sia molto simile a quella di Haiti adesso, ma Halabi aggiunge un distinguo determinante: “Sì, la nostra situazione si può paragonare a quella di Haiti, se non fosse che qui non c’è stato un disastro naturale: qui il disastro l’ha fatto l’uomo, con l’occupazione e l’embargo. Aprire le frontiere sarebbe già una soluzione”.

Nel frattempo, Halabi ricorda come la Striscia riesca a sopravvivere solo grazie al sistema dei tunnel: “Dalle frontiere arrivano farina e medicinali, mentre tutto il resto passa attraverso i tunnel”. Anche una fabbrica di produzione italiana di succhi di arancia che si trova vicino alla città di Gaza ha dovuto farvi ricorso: “I bombardamenti hanno distrutto molti alberi e l’impresa non riusciva più a raccogliere 250 tonnellate di arance, ma poi, in accordo con l’Italia, si è deciso di abbassare il volume della produzione. Trovata la soluzione al primo problema, ne è sorto immediatamente un altro: non c’erano né bottiglie né tappi. Così si è dovuto contattare i commercianti dei tunnel e farli arrivare dall’Egitto”.

Sotto Gaza ci sono più di 1.500 tunnel e adesso che l’Egitto minaccia di costruire un muro per bloccarli, c’è chi teme il peggio. Ma non Halabi: “In due mesi scaveranno tunnel più ancora profondi. E comunque l’Egitto non ne avrebbe bisogno, basterebbe che bloccasse i Tir che transitano per il Sinai”. “Il problema – prosegue il responsabile dell’amministrazione comunale – è che il Cairo è sempre più debole nel Medio Oriente, e sta cercando di recuperare terreno con questa manovra”. “È una cosa triste perché l’Egitto è il retroterra della Striscia di Gaza, come l’Unione Europea lo è per l’Italia”.

La sposa ha già un altro marito

Riguardo alla situazione internazionale, Halabi ha le idee molto chiare. Fa un paragone con la situazione in Libano: “Due anni fa, a un passo dalla guerra civile, con Hezbollah molto più potente di Hamas, Hariri [Saad Hariri, attuale Primo Ministro libanese] e Fatah, le potenze regionali hanno imposto un accordo ed è bastata una settimana per trovarlo. Da noi sarebbe sufficiente un’ora. Ma non è una nostra decisione. Né di Hamas né di Fatah”. 

Anche sui rapporti con Israele Mohamed Halabi ha una posizione definita, e alla domanda su cosa ne pensa della soluzione “a uno Stato” risponde semplicemente che “è l’unica soluzione possibile”. Dopo la spaccatura che si è creata in seno all’Autorità Palestinese: “Ora Gaza è povera, mentre la Cisgiordania può contare sugli investimenti, perché Gaza è ‘fondamentalista’ e la Cisgiordania ‘moderata’. Eppure oggi la Cisgiordania è soffocata dal muro e dai checkpoint. Cosa hanno ottenuto i moderati?”. 

Halabi termina il suo intervento con una nota che per una volta ribalta il punto di vista generale che si ha del conflitto: “Cosa vogliono gli israeliani? Noi siamo a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme, a Haifa, e Jaffa. Vogliono toglierci di mezzo con una bomba atomica? Non ci prenderebbero. Più di cento anni fa una delegazione di sionisti in visita in Palestina disse ‘La sposa è bellissima ma ha già un altro marito’. Questo è un problema che devono risolvere loro perché noi qui ci siamo già”.

* per Osservatorio Iraq

[15 febbraio 2010] 

http://www.rinascita.eu/index.php

Palestina: da Gaza un primo passo verso la riconciliazione

 

di: Matteo Bernabei

Un piccolo passo in avanti verso la riconciliazione tra le diverse fazioni palestinesi è quello che si è compiuto domenica scorsa a Gaza, quando i rappresentanti di ben 13 schieramenti si sono incontrati per discutere del trattato egiziano. Durante la riunione, che è stata definita “la prima di questo genere negli ultimi due anni”, tutti gli esponenti dei singoli partiti hanno espresso la medesima urgenza riguardo al raggiungimento di un accordo che consenta di fare fronte comune contro l’invasione israeliana. Ismail Radwan dirigente di Hamas ha però sottolineato la necessità che le richieste fatte dal movimento islamico vengano prese in considerazione e allegate al trattato già firmato dai rivali di Fatah e attualmente nelle mani dei mediatori del Cairo.
“Una condizione indispensabile affinché gli sforzi abbiano effetto – ha detto Radwan – Hamas aspetta con ansia la fase che farà seguito la firma del documento egiziano, perché vuole che sia attuato concretamente un accordo permanente di riconciliazione”.L’incontro ha rappresentato per tutti i partecipanti una novità sostanziale nelle trattative interpalestinesi, che però sono ben lungi dall’essere concluse. Ora la palla passa infatti all’Anp, che dovrà decidere se accogliere o meno le richieste del movimento islamico che controlla la Striscia di Gaza. Le prospettive, però, almeno da questo punto di vista, non sono buone. Il presidente Mahmud Abbas ha più volte detto di non voler incontrare il capo politico di Hamas, Khaled Meshaal, prima che questo abbia messo la sua firma sull’accordo. Un accordo che però, così com’è, limiterebbe di molto la libertà d’azione del movimento che controlla l’enclave di Gaza. La situazione sul fronte israeliano non è certo migliore. A tenere banco è ancora la proposta statunitense dei “due Stati per due popoli”.
Un’iniziativa che dovrebbe portare alla creazione di una nazione palestinese confinante con Israele, ma che fino ad ora è riuscita soltanto a produrre una lunga serie di illazioni riguardanti la spartizione del territorio a tutto vantaggio di Tel Aviv, la quale continua ad espandere le sue colonie in Cisgiordania. L’Autorità nazionale palestinese continua però a mantenere un basso profilo. L’unica proposta concreta che il presidente dell’Anp è riuscito a produrre negli ultimi mesi riguarda un blocco temporaneo, di 90 giorni, di tutte le costruzioni negli insediante israeliani della Cisgiordania e di Gerusalemme est. Una richiesta a dir poco ridicola che certo non impedirebbe a Tel Aviv di proseguire la sua politica di colonizzazione della Palestina. A questo però si affianca la presunzione sionista di voler ottenere tutto senza concedere nulla ben rappresentata nelle parole del vice premier Danny Ayolon, secondo il quale i villaggi abitati da ebrei estremisti e diffusi in tutta la Cisgiordania non sarebbero un ostacolo alla pace e quindi non è necessario interromperne l’ampliamento.

Per il numero due di Netanyahu, l’Autorità palestinese dovrebbe accontentarsi di uno scambio di territori con Israele che consentirebbe ai primi di annettere le città arabe attualmente sotto il controllo di Tel Aviv e ai secondi di far sì che le colonie restino dove sono. Una proposta assurda che oltretutto permetterebbe agli israeliani di ottenere una porzione più ampia di suolo rispetto a quella prevista dagli accordi del 1967. Ma Abbas finirà per accettare anche questo ennesimo sopruso. È infatti stata provata già più volte in passato la sua totale incapacità di opporsi alle iniziative israeliane. Ma nonostante la sottomissione del leader palestinese, il ministro degli Esteri di Tel Aviv, Avigdor Lieberman, ha rivelato di non avere nessuna fiducia nell’Anp. Secondo il leader della destra laica radicale l’Autorità palestinese sarebbe infatti responsabile di una campagna discriminatoria nei confronti di Israele volta a distorcere la sua immagine agli occhi della comunità internazionale. La cosa più triste in quest’ultima affermazione è che sarebbe davvero bello se solo fosse vero.

http://www.adnkronos.com/IGN/News

M.O.: Dubai spicca mandati arresto per assassini esponente Hamas

Dubai, 16 feb. – (Adnkronos/Aki) – L'emirato di Dubai ha spiccato oggi una serie di mandati di cattura internazionali per i membri del commando accusato di essere responsabile della morte dell'esponente di Hamas, Mahmoud al-Mabhuh, avvenuta il mese scorso. Le undici persone identificate ieri dalla polizia di Dubai, le cui foto sono state pubblicate oggi su tutti i giornali arabi, sono accusate di aver compiuto un omicidio in territorio emiratino.

 

http://www.adginforma.it/

Reporter inglese arrestato da Hamas

 

MARTEDÌ 16 FEBBRAIO 2010

Giornalista britannico arrestato a Gaza. Paul Martin, giornalista per il giornale The Times e per l’emittente Bbc, è stato arrestato dalle forze di sicurezza di Hamas. Paul Martin non si trovava a Gaza per lavoro, bensì per testimoniare volontariamente al processo di un uomo palestinese accusato di collaborare con Israele. Il giornalista, insieme ad altri, è stato arrestato nell’aula del tribunale e portato in carcere, come riportato dal New York Times. Sarà tenuto in prigione per i prossimi quindici giorni per interrogatori. È stato accusato di aver violato la legge palestinese e di aver messo in pericolo la sicurezza del paese, secondo quanto riferito da Ehab Ghussein, portavoce del ministero degli Interni di Hamas. Gli Affari esteri britannici hanno confermato il fatto, si sono detti preoccupati e si sono impegnati a fornire assistenza consolare al signor Martin.

 

 

 

 

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