Rassegna stampa del 21 e 22 aprile.

Rassegna stampa del 21 e 22 aprile.

A cura di Chiara Purgato.

http://www.caserta24ore.it/

Dal 13 aprile 2010 è esecutiva una nuova ordinanza (la n. 1650, approvata dal Comando supremo dell’esercito israeliano) sull’emigrazione forzata di decine di migliaia (si calcola almeno 80.000) di palestinesi dalla Cisgiordania. “Clandestini” o “infiltrati” a casa propria, e quindi soggetti a espulsione. O meglio… a deportazione. Questo accadrà ai palestinesi che verranno trovati da oggi senza ID, la carta di identità rilasciata da Israele, o con un documento ritenuto non “conforme”. In base alla nuova ordinanza militare questi palestinesi saranno considerati “infiltrati in terra d’Israele” , e potranno essere cacciati o imprigionati, o comunque trattati sulla base dei regolamenti militari. L’ordinanza si riferisce in particolare ai palestinesi sui cui documenti d’identità è scritto “nato a Gaza”, a coloro il cui indirizzo nella carta di identità risulta essere la Striscia di Gaza, o a coloro che pur essendo nati in Palestina hanno perso la condizione di residenti. L’ordinanza sancisce cosi’ la divisione tra Gerusalemme (al-Quds), la Cisgiordania e Gaza, trattandone gli abitanti come criminali infiltratisi nella loro stessa patria. Di conseguenza ogni palestinese di ciascuna parte dei territori occupati viene considerato obiettivo di questa ordinanza. Inoltre l’ordinanza obbliga i palestinesi che vivono di fronte al Muro di separazione e quelli i cui terreni si trovano al di là del Muro ad ottenere permessi speciali, ma il tutto si risolverà nell’impossibilità di ottenerli, cosicché altre terre palestinesi verranno perse.
Questo tipo di ordinanza è ben noto essendo stato utilizzato in passato da Israele (prima dell’occupazione del 1967) per impedire che i profughi palestinesi facessero ritorno nelle loro terre. Queste misure preludono pertanto ad una nuova pulizia etnica nei confronti del popolo palestinese ed il loro scopo principale è la trasformazione delle città e dei villaggi palestinesi in riserve o prigioni, le une separate dalle altre.
Resta soltanto da aggiungere che l’ordinanza ignora completamente sia l’esistenza dell’ANP che gli accordi con essa stabiliti, e rappresenta nei fatti la cancellazione di ciò che restava degli Accordi di Oslo e del ruolo di ogni istituzione legislativa, esecutiva e giudiziaria palestinese.
Tutto questo nel silenzio e nell’indifferenza degli USA, dell’UE e dell’intera comunità internazionale.

 

http://www.adnkronos.com/IGN/News

M.O.: entra in vigore decreto militare israeliano, espulso primo palestinese

Gaza, 22 apr. – (Adnkronos/Aki) – Si chiama Saber al-Bayari la prima vittima del decreto di espulsione voluto dalle autorita' israeliane ed entrato in vigore la settimana scorsa, in base al quale migliaia di palestinesi originari della Striscia di Gaza rischiano di essere espulsi dalla Cisgiordania e da Israele in quanto ''infiltrati'' se trovati senza un ''regolare permesso''.

 

http://www.direttanews.it/

Diario dalla Palestina: Gaza dopo “Piombo fuso”

Al mio arrivo al ‘confine’ di Erez, che ormai da tempo non è più un ‘semplice’ posto di blocco ma un corridoio chiuso di circa 2 km, un lungo tunnel che collega Israele allaStriscia di Gaza e che si percorre – come spesso mi è capitato – da soli, controllati da telecamere nascoste e sensori, ho trovato una fioritura di topinambur che mi ha dato un po’ di speranza.

La situazione, tuttavia, fa sperare poco di buono: la chiusura del confine di Rafah (viene aperto solo sporadicamente) contribuisce – con la complicità del regime egiziano – a mantenere sotto assedio la popolazione della Striscia che deve fare i conti con una miseria oramai endemica: più del 70% degli abitanti è disoccupato. I malati, anche quelli con patologie molto gravi e che necessitano di interventi particolari non effettuabili negli ospedali del territorio, attendono spesso giorni e giorni di poter passare il confine per essere ricoverati in qualche ospedale egiziano, spesso in quest’attesa logorante e disumana ci muoiono, bivaccando con altri disperati. Il diritto all’accesso a cure adeguate, nella Striscia di Gaza non ha cittadinanza.

I generi alimentari (che ormai solo pochi fortunati si possono permettere di acquistare) arrivano sia da Israele che attraverso i famosi tunnel di Rafah, quelli di cui tanto parlano i nostri mass-media: quelli che secondo loro servono per contrabbandare armi e che di tanto in tanto vengono bombardati e distrutti. Ho avuto occasione di vederli: devo dire che mi sono trovata a sorridere, sembrava quasi la scena di un film ambientato nella nostra Italia durante la guerra o subito dopo…… gran fermento di ‘maestranze’, grida, confusione e polvere, l’arte di arrangiarsi, insomma. Ho visto uscire da questi budelli generi alimentari, macchine per il gas, lavatrici, ventilatori, pacchi di medicine, capre e pecore, e infine……una macchina (!)

Purtroppo mi è stato detto che passa anche la droga, facile, a basso costo. Oramai a Gaza quello che arriva e quello che si muove è difficile da controllare. D’altra parte penso che essere costretti a vivere in questo modo – specialmente se sei giovane e senza prospettive e futuro – ti porti a pensare che spappolarti il cervello possa essere per te una buona soluzione. Dimentichi le bombe, i morti, i tre anni di assedio, la miseria, la fame.

E poi la mancanza di lavoro. Oppure una gestione del mercato del lavoro che rasenta l’assurdo. Per fare un esempio: i dipendenti che fanno riferimento ad Hamas sono in arretrato con lo stipendio, mentre i dipendenti che rispondono all’Autorità Palestinese percepiscono lo stipendio pur non andando a lavorare. Questa situazione interessa una parte di dipendenti pubblici, circa il 40% tra medici, insegnanti e addetti alla sicurezza, che hanno deciso di non prestare servizio per il governo di Gaza, formato da Hamas, che vinse le elezioni nel gennaio 2006 e prese poi il controllo della Striscia nel luglio 2007.

Le mie giornate a Gaza sono trascorse tra incursioni ed attacchi dell’esercito israeliano. Muoversi all’interno della Striscia – un territorio di soli 45 km in lunghezza e massimo 10 in larghezza, ha tempi lunghi ed imprevedibili in questi giorni, anche a causa dei continui attacchi “uccidi e fuggi” che hanno interessato il centro e il nord della Striscia.

La resistenza popolare si oppone come può alle innumerevoli aggressioni: i pescatori sulle loro piccole imbarcazioni vengono bersagliati dalle navi da guerra, ma continuano a uscire a pescare; i contadini sono sotto il tiro dei carri armati quando coltivano i loro campi, ma continuano ad andarci. E’ questa ostinazione, questo marcare una quotidianità semplice e umile la vera forza dei palestinesi.

Visitando i bambini sostenuti da Gazzella mi sono chiesta più volte quali possibilità avranno di una dignitosa condizione di vita. Alcuni sono già stati fortunati ad essere sopravvissuti all’operazione ‘Piombo fuso’. Ad esempio, Ra’ad di KhanYunis che ha perso le dita della mano destra, ha ferite varie sul corpo e sul viso, e che mi accoglie assieme alla sua mamma con un sorriso; oppure Yusef di Beit Lahiya che ha perso una gamba e ora porta una protesi; o ancora Ibrahim di Jabaliya che ha ancora schegge nel corpo ed è in attesa di una operazione. Ecco, queste visite le ho fatte durante un attacco israeliano o nel mezzo di un funerale di un caduto della resistenza, funerali che sono sempre accompagnati da milizie armate e lunghi ed affollati cortei .

Andare a Gaza mi comporta più impegni: ho visitato anche il Nasser, un ospedale pediatrico, dove mi dicono che i casi di cancro infantile sono in aumento; ho avuto incontri con diverse associazioni che operano sul territorio e che offrono interventi diversificati a favore di bambini non solo feriti, ma anche portatori di handicap o con disturbi psicologici; ho visitato il centro neonatale dell’ospedale al-Shifa, dove il logo di Gazzella apposto sulla parete ricorda che la nostra associazione ha partecipato attraverso l’acquisto di attrezzature al sostegno dei bambini nati prematuri o con malformazioni.

Quando si avvicina la data della partenza, è difficile per me lasciare alle spalle tanti bisogni, miseria e abbandono.

Certo mi ha sollevato sapere che Issa, 18 anni, senza gambe da 5 anni a causa di un attacco israeliano, ha vinto 3 medaglie alle olimpiadi per disabili in Giappone, specialità lancio del peso. Ho visto Issa la prima volta nel gennaio del 2005, in una stanza del reparto di rianimazione dello Shifa, era ricoverato con i suoi amici Ibrahim e Imad, anche loro avevano subito l’amputazione delle gambe. Sono i tre ragazzi che Gazzella ha sostenuto sovvenzionando il centro di riabilitazione motoria di Jabaliya. Oggi Imad ha 20 anni ed è padre orgoglioso di una bambina di un anno ed Ibrahim – che di anni ne ha 19 – mi ha detto con piglio sicuro che anche lui sta cercando moglie, perché alla sua età è giusto formarsi una famiglia. Certo questi ragazzi avevano alle spalle delle famiglie solide, sorrette da una grande forza di volontà, ma credo anche che le mie ripetute visite spesso in compagnia di Ugo, lo ‘storico’ tesoriere di Gazzella che anche loro ricordano sempre con affetto, assieme al costante sostegno degli adottanti, abbiano contribuito a renderli gli uomini quantomeno sereni che ho avuto modo di incontrare.

Lasciata la Striscia di Gaza sono arrivata a Gerusalemme, affollata di ignari turisti per la Pasqua: una città militarizzata, sempre più irriconoscibile e stravolta, dove si sta consumando la più grande espropriazione di terra e di case dei palestinesi, dove si occupano i luoghi religiosi arabi e dove si porta avanti – fra ignavia, omertà e complicità occidentali – una incalzante ebraicizzazione. Ho visto – nel suk arabo – negozi esporre la bandiera israeliana…

G.

Durante la mia permanenza a Gaza il Ministero della Salute nella persona del suo ministro Basem Naem ha tenuto una conferenza stampa presentando uno studio pilota fatto da ricercatori italiani con il supporto di Gazzella-onlus, dal quale si evince che l’aggressione israeliana del dicembre 2008-gennaio 2009 sta dando i suoi “primi effetti” (di seguito la relazione dello studio).

La contaminazione da metalli è uno degli effetti collaterali della guerra. Gli effetti potenzialmente tossici determinati dalla contaminazione da metalli , anche a bassi livelli, si inizia solo adesso a comprenderne e a studiare i loro effetti.

A Gaza dopo l’operazione “Piombo fuso” si è presentata la ragionevole preoccupazione di comprendere se vi sia stata una contaminazione da metalli che potrebbe causare problemi di salute e /o interferire con il futuro benessere della popolazione, con particolare attenzione sui bambini.

Disporre di fatti e conoscenze sulla reale situazione può permettere di sviluppare modalità per sostenere le persone che vivono in aree post-guerra; per questo la ns. Associazione ha contribuito allo svolgimento delle indagini, alla raccolta di campioni, in questo caso capelli, e di tutte le informazioni utile a fornire un quadro, anche se parziale, dello stato di contaminazione della popolazione, tenendo presente che L’Agenzia di protezione (EPA), e l’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA) hanno raccomandato l’uso di capelli come un materiale biologico importante per effettuare monitoraggio ambientale.

Lo studio condotto ha stabilito la quantità di metalli presenti nei capelli, analisi fatte soprattutto sui bambini e le persone giovani. Il capello ha il potenziale di essere un eccellente bio-monitor e può essere utilizzato per indagare l’esposizione degli individui o delle popolazioni a tossine e sostanze inquinanti, come i metalli pesanti, tenendo presente che in tanti casi vi è una relazione tra suolo / acqua ed aria e il contenuto dei metalli rilevati nei capelli .

Peraltro la maggior parte dei metalli e il loro accumulo nei capelli riflette anche l’accumulo di metalli in tutto il corpo .

I risultati su 95 campioni di capelli, raccolti in aree diverse nella Striscia di Gaza, in gran parte tra giovani, 7 donne in gravidanza e alcuni casi di persone ferite (con amputazioni o bruciature con WP ) hanno dimostrato tra l’altro la presenza di Uranio, Tungsteno, Cromo, Cadmio e Arsenico, metalli questi cancerogeni e altre sostanze tossiche, evidenziando comunque un contenuto globale di molti metalli maggiore al normale, anche se le quantità rilevate non sono risultate superiori a 2-3 volte del livello medio contenuto nei capelli.

Le fonti di assunzione di metalli da parte delle persone sono per ingestione di acqua e cibo ( ortaggi coltivati, ad esempio) e l’inalazione di particelle direttamente dal terreno contaminato, ciò facilitato dalle condizioni di vita che costringe ancora tante famiglie a vivere all’aperto, (tende o ripari di emergenza) perché le case sono state distrutte durante l’operazione “piombo fuso” .

La preoccupazione per la salute della popolazione di Gaza, le difficoltà nel raggiungere la popolazione, la mancata ricostruzione e rimozione delle macerie, la negazione di accesso e di uscita dalla Striscia, l’impossibilità a far pervenire strumentazioni adatte e necessarie all’analisi, alla cura e prevenzione, l’emergenza igienica per assenza di acqua potabile sono tutti elementi che rappresentano una grave responsabilità da parte di coloro che si rendono complici della chiusura e dell’assedio al quale è sottoposta la popolazione della striscia di Gaza, in contrasto alle leggi internazioni e ai diritti umani.

Gazzella attraverso l’adozione di bambini e bambine feriti contribuisce a rompere l’assedio.

Lo studio pilota sui metalli presenti nei capelli di 95 campioni prelevati sulla popolazione della striscia di Gaza è stato fatto da:

P. Manduca Gruppo Newweapons; M. Barbieri Università la Sapienza di Roma; Prof. M. Barbieri CNR Roma; collaborazione sul territorio Associazione Gazzella Onlus

 

 

http://www.rinascita.eu/index.php

Israele distrae gli Usa dall’occupazione della Palestina

Dove sono finiti i missili Scud che la Siria avrebbe fornito a Hizbollah? Nessuno lo sa, d’altronde non si sa nemmeno se effettivamente la consegna sia avvenuta, ma nonostante tutto gli Stati Uniti sono molto preoccupati da questa nuova possibile minaccia o per dirla con le loro stesse parole da questo “atto di provocazione” presunto. Non sono bastate alla Casa Bianca le smentite fornite nei giorni scorsi dai leder di Libano e Siria, tanto che il portavoce dell’amministrazione statunitense Philip Crowley ha lanciato ieri un nuovo monito ai due Paesi arabi affermando che gli Usa hanno ha visionato e studiato le informazioni a loro disposizione e che continueranno a monitorare l’intera vicenda. Dal canto suo il ministro degli Esteri di Damasco, Walid Muallem, si è detto “rammaricato” del fatto che gli Stati Uniti si siano associati alle “illazioni israeliane”.
“I responsabili americani ignorano i fattori che hanno spinto gli israeliani a fare queste rumorose accuse senza fondamento – ha affermato il responsabile della diplomazia siriana – l’obiettivo di Israele è di mischiare le carte e sviare l’attenzione dai crimini commessi nei territori palestinesi occupati, in un momento in cui le relazioni tra Israele e gli Stati Uniti sono a un minimo storico”.
Ipotesi sostenuta anche dal premier libanese Saad Hariri, secondo il quale, infatti, “il vero problema è che Israele non vuole dare ai palestinesi la terra né riconoscere la soluzione dei due Stati” ed adotta queste strategie per distrarre la Casa Bianca da quello che avviene in Palestina. Affermazioni che Barack Obama farebbe bene a prendere in seria considerazione se davvero vuole evitare l’ennesima figuraccia politica in ambito internazionale e fare la fine del suo predecessore George W. Bush.
Al di là del fatto in se, però, l’intera vicenda ha riportato alla luce una questione mai risolta che è da sempre una delle maggiori preoccupazioni di Israele: l’arsenale di Hizbollah e il suo ruolo nel Paese e nella regione. Negli ultimi mesi il governo di Beirut ha cercato di rivedere il ruolo del Partito di dio e delle suo milizie situate nel sud del Paese cercando di renderlo sempre più parte integrante dell’intero sistema militare nazionale, cosa che non è stata certo gradita dal governo di Tel Aviv. Il 7 marzo scorso, poco prima dell’inizio dei colloqui per il Dialogo nazionale interlibanese, il ministro delle riforme amministrative Muhammad Fneish aveva affermato che la questione di uno smantellamento delle armi del Partito di dio non era nemmeno in agenda. All’inizio di aprile poi il leader druso Walid Jumblat ha ufficializzato la sua nuova alleanza politica con Hizbollah in un incontro con il leader islamico Hassan Narsallah, mettendo così fine a una rivalità storica. Ieri, infine, anche il leader cristiano ed ex comandante dell’esercito libanese, Michel Aoun, ha espresso l’auspicio che si compia una completa integrazione delle milizie di Hizbollah con quelle delle forze armate regolari.
“Il Libano non ha alternative alle armi della resistenza islamica – ha detto l’ex ufficiale anche lui acerrimo rivale del movimento fino al 2006 – alcuni dicono che l’esercito è l’alternativa, ma esso non è pronto a far fronte ad un attacco israeliano. Può solo fermare le dispute interne. D’altro canto, Hizbollah è pienamente in grado di affrontare Israele e a differenza di come lo dipingono Tel Aviv e Washington è una forza difensiva e non offensiva”. Concludendo poi il suo intervento alla radio militare, Aoun ha parlato della vicenda Scud affermando che in ogni caso anche il Libano ha pieno diritto ad acquistare tutte le armi necessarie alla propria difesa. Un principio sacrosanto quello espresso dal leader cattolico se affiancato a quello arrogatosi dall’entità sionista che pretende, a torto, di dover essere l’unico Paese del Vicino Oriente a poter fare qualunque cosa sia necessaria a mantenere la propria sicurezza nazionale. Persino scatenare una nuova guerra.

 

Tel Aviv libera detenuto palestinese e lo confina a Gaza

Liberato dopo dieci anni passati nelle carceri israeliane, Saber al Bayari palestinese di 36 anni, pensava finalmente di poter tornare a casa dalla sua famiglia e invece le autorità di Tel Aviv hanno deciso di confinarlo nell’inferno di Gaza. È questa la prima concreta conseguenza della nuova legge israeliana che prevede l’espulsione per tutti quei palestinesi in possesso di documenti non riconosciuti dall’entità sionista, per la quale queste persone si trasformano automaticamente in “infiltrati”. Il provvedimento, entrato in vigore martedì 13 aprile, riguarda centinaia di migliaia di cittadini della Cisgiordania e di arabi israeliani dei territori occupati ai quali, dopo essersi trasferiti dall’enclave palestinese nel 2006 Tel Aviv non ha concesso la variazione di residenza.
Per Riyad al Ashqar, portavoce del Comitato di sostegno ai prigionieri citato dall’agenzia Infopal, “queste scuse alle quali ricorrono gli occupanti per giustificare gli allentamenti forzati dei prigionieri vanno contro il diritto internazionale umanitario, poiché l’articolo 49 della quarta Convenzione di Ginevra considera illegale gli allontanamenti, mentre all’articolo 47 li considera un crimine di guerra”. Saber, dunque, invece di essere condotto a Tulkharem, sua città natale, dove ad attenderlo c’era la sua famiglia è stato costretto a oltrepassare il valico di Beit Hanun tra il territorio israeliano e quello della Striscia. L’ex detenuto non ha però alcuna intenzione di arrendersi e anziché cercare una sistemazione all’interno di Gaza ha approntato una tenda sul lato palestinese del valico, dove intende restare finché non gli sarà permesso di tornare a casa. Per Saber, infatti, si tratta di una politica “crudele e discriminatoria”, che rappresenta “una vera e propria guerra contro i prigionieri”.
Quando una settimana fa venne data notizia dell’applicazione del provvedimento, dall’Onu e da alcuni governi occidentali sono arrivate soltanto parole di biasimo che evidentemente non sono servite a far desistere il governo israeliano dal suo intento. Così come sono cadute nel vuoto le richieste del presidente americano, Barack Obama, a al primo ministro di Tel Aviv, Benjamin Netanyhu, riguardo alla necessità di bloccare la costruzione di edifici ebraici a Gerusalemme est per favorire il processo di pace. Il secco rifiuto è arrivato attraverso un comunicato diffuso ieri dall’ufficio del premier, nel quale sono state smentite punto per punto tutte le indiscrezioni riportate qualche giorno fa dal Wall Street Journal. Il giornale economico statunitense sosteneva che Netanyahu avrebbe accettato di applicare una moratoria edilizia di quattro mesi sulla parte araba della Città Santa, di rilasciare alcuni detenuti palestinese e di allentare la morsa sulla Striscia di Gaza.
Non è servito dunque alla Casa Bianca cercare di forzare la mano all’amministrazione israeliana inviando a Tel Aviv uno dei suoi massimi esperti della politica della regione, Dan Shapiro, e il vice inviato nordamericano per il Vicino Oriente, David Hale. Dagli Usa però nel pomeriggio di ieri è stato annunciato una visita imminente del messo di Obama, George Mitchell, a Tel Aviv nell’estremo tentativo di ottenere qualche risultato entro la fine della settimana. L’esito della visita del responsabile per il Vicino Oriente del presidente statunitense rappresenterà inoltre l’occasione per capire fino a che punto sia profonda questa crisi fra i due Paesi. Una crisi che, tuttavia, fa comodo a entrambe le parti poiché permette all’entità sionista di fare tutto ciò che vuole senza “fastidiose” interferenze esterne e fa sì che Obama possa far finta di non vedere senza doverne per questo rispondere ai palestinesi.

 

 

 

http://www.rainews24.rai.it/

Arriva Mitchell, Netanyahu non cambia idea: niente stop alle colonie

Il Wall Street Journal ha detto il vero. Fonti nell'ufficio del premier israeliano Benyamin Netanyahu hanno confermato quanto scritto dal quotidiano americano: Israele ha risposto 'no' al presidente Barak Obama che chiedeva di congelare l'edilizia ebraica a Gerusalemme est.

Tel Aviv, 22-04-2010

Il Wall Street Journal ha detto il vero. Fonti nell'ufficio del premier israeliano Benyamin Netanyahu hanno confermato quanto scritto dal quotidiano americano: Israele ha risposto 'no' al presidente Barak Obama che chiedeva di congelare l'edilizia ebraica a Gerusalemme est.

La risposta di Israele e' giunta a Washington nei giorni scorsi e conferma la linea espressa dal premier Netanyahu anche in una recente intervista alla rete TV americana ABC: l'idea di uno stop all'edilizia ebraica a Gerusalemme est non è negoziabile perché assolutamente inaccettabile.

Il Wsj scrive che fonti diplomatiche a Washington hanno detto di non ritenere definitiva la posizione espressa da Netanyahu. Quest'ultimo avrebbe peraltro  mostrato una piu' ampia disponibilità sulle altre richieste avanzate dagli Stati Uniti al fine di riportare i palestinesi al tavolo dei negoziati: come la liberazione di detenuti, la rimozione di posti di blocco, l'ampliamento delle responsabilita' dei servizi di sicurezza dell' Autorita' palestinese e l'assenso a entrare in concrete discussioni sui confini di un futuro stato di Palestina in Cisgiordania e sull'assetto politico permanente di Gerusalemme.

Stando al negoziatore capo palestinese Saeb Erekat, l'inviato del presidente Obama in Medio Oriente George Mitchell dovrebbe tornare gia' oggi nella Regione nel quadro degli sforzi Usa per rilanciare i negoziati di pace tra israeliani e palestinesi, inizialmente in modo indiretto (proximity talks). La notizia non ha finora conferma da altre fonti.

 

 

Razzi dalla Giordania verso Eilat, in Israele

Due razzi sono stati lanciati oggi in direzione di Eilat (localita' israeliana sul Mar Rosso, all'estremo sud del Paese), ma sono caduti entrambi fuori bersaglio, in territorio giordano.

Due razzi sparati stamani dalla Giordania verso la localita' costiera israeliana di Eilat, sono andati fuori bersaglio, esplodendo in territorio giordano, senza causare vittime. Lo hanno riferito all'ANSA testimoni oculari. Secondo la tv panaraba al Jazira, un razzo caduto in mare mentre l'altro e' esploso alla periferia del porto giordano. Nonostante le smentite diffuse da fonti vicine al governo di Amman, i razzi sarebbero partiti da Aqaba. La polizia ha circondato l'area dell'esplosione.


 Quello odierno e' il secondo attacco quest'anno tentato dalla Giordania contro un obiettivo israeliano, dopo che nei mesi scorsi un convoglio diplomatico israeliano era stato colpito da un ordigno sul ciglio della strada mentre era diretto nella Valle del Giordano.


Da tempo i lanci di razzi contro Israele provengono infatti dalla Striscia di Gaza (l'enclave palestinese controllata da Hamas) o, a nord, dalle zone del Libano controllate dagli sciiti di Hezbollah.

 

 

http://www.ansa.it/

Hamas e Al Fatah contro Israele

In centinaia a Gaza contro nuovi ordini militari in Cisgiordania

(ANSA) – GAZA, 21 APR – Hamas e Al Fatah, i due principali movimenti rivali palestinesi, con altre fazioni politiche hanno manifestato oggi a Gaza contro Israele. E' la prima volta da quando nel 2007 Hamas ha preso il potere. Centinaia di persone, secondo fonti palestinesi, hanno preso parte alla manifestazione indetta vicino al valico di Erez per protestare contro nuovi ordini militari in Cisgiordania che i palestinesi temono possano portare all'arresto e all'espulsione di migliaia di loro connazionali.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.