Rassegna stampa del 21 e 22 marzo.

Rassegna stampa del 21 e 22 marzo

A cura di Chiara Purgato.

http://www.ilsole24ore.com/

Guerra della casa a Gerusalemme

GERUSALEMME. Dal nostro inviato 
È l'ora di andare a pregare al Muro del Pianto. I coloni di Ateret Cohanim salgono sui tetti delle loro case blindate e con la Torah in mano percorrono il camminamento a passo svelto. Si e no 400 metri protetti dalla presenza della polizia, fino alla Spianata e al sicuro quartiere ebraico. È come se il camminamento permettesse loro di volare all'altezza di minareti e campanili; al di sopra delle case, dei vicoli della città vecchia e soprattutto degli arabi in mezzo ai quali hanno deciso di vivere per affermare l'esclusività ebraica di Gerusalemme.
Inconsapevolmente riproducono il sogno yiddish del Luftmenshen, l'ebreo volante che viveva in aria e di aria per sfuggire all'incubo del ghetto. In realtà i rabbini e gli studenti che assieme alle mogli con i capelli nascosti, e ai figli che vestono già da rabbini adulti come i padri, sono le truppe scelte di una guerra. Sono più di mille e vivono in 70 edifici-insediamenti nel quartiere cristiano e in quello musulmano. 
La grande battaglia per Gerusalemme a volte si combatte con pietre e gas lacrimogeni; a volte ci si uccide; ma le sue armi sono soprattutto carta bollata, ordini di sfratto, piani regolatori, leggi ottomane, perfino l'archeologia. E denaro, tanto denaro. Gli oltre 10 milioni di euro che lo stato d'Israele spende ogni anno per difendere gli avamposti ebraici solo nella Gerusalemme est araba, sono noccioline. La battaglia è incominciata anni prima che Barack Obama diventasse presidente, prosegue incurante delle minacce americane e continuerà anche dopo. «Per intensificare l'insediamento ebraico a Gerusalemme est non c'è momento migliore di questo, con Netanyahu primo ministro, Nir Barkat sindaco e un consiglio comunale che ne comprende l'importanza. Dobbiamo mettere paletti ovunque affinché Obama non sia più capace di rimuoverli». Elisha Peleg, colona lei stessa, consigliere comunale di Gerusalemme per il Likud e soprattutto uno dei generali della battaglia, diceva queste cose al giornale Ma'ariv già il 27 luglio dell'anno scorso.
«Interrompere» la continuità territoriale palestinese, «creare fatti sul campo per prevenire la spartizione della città» sono le parole d'ordine. In città vivono più di 700mila persone, a parte i villaggi palestinesi e le colonie ebraiche ormai parte della cintura metropolitana di Gerusalemme. Gli arabi sono un terzo. Elisha Peleg è il braccio politico che verifica tutte le decisioni del comune e del comitato distrettuale di Gerusalemme per la Pianificazione e la costruzione. Matti Dan Hacohen di Ateret Cohanim e David Beeri di Elad, sono i segugi che tengono sotto controllo i vicoli dei quartieri arabi della città vecchia e quelli della Gerusalemme est fuori dalle mura del “sacro bacino”: Jabel Mukaber, Silwan, Abu Dis, a-Tur, il Monte degli Ulivi, Sheikh Jarrah, cioè la città orientale araba, formano un anfiteatro di colline e di case attorno alla Gerusalemme murata e ai suoi luoghi santi. Appena vengono a sapere che un arabo vuole vendere casa, che c'è una petizione o uno sfratto imminente, David Beeri e Matti Dan intervengono con l'ordine da eseguire quando c'è o con somme di denaro alle quali è difficile resistere. Ci pensa Elisha Peleg, in contatto con il comune e con Oran Ben Ezra, genero del miliardario ultra nazionalista Irving Moskowitz, che dal suo studio a Miami Beach controlla da lontano la battaglia e interviene con le donazioni.
Anche gli arabi hanno incominciato a organizzarsi. Munib al-Masri di Nablus, il più importante imprenditore privato palestinese, ha messo in piedi un'organizzazione no profit, uguale alle ebraiche Ateret Cohanim e Elad per comprare le case arabe in vendita e cederle ai palestinesi con mutui a tasso zero. Con l'aiuto vaticano anche il patriarcato latino sta cercando di acquisire tutti i terreni del quartiere cristiano sui quali avevano messo gli occhi gli ebrei. Le bandiere israeliane di un insediamento di Ateret Cohanim già sventolano all'ombra del Santo Sepolcro. Recentemente anche il governo turco è sceso in campo negando alle organizzazioni ebraiche no profit l'accesso agli archivi dell'impero ottomano che ha governato la Palestina fino al 1918. Il successivo mandato britannico durato fino al 1947 non ha mai modificato i regolamenti turchi.
Ma la legge israeliana è quasi sempre dalla parte degli israeliani. Le vecchie registrazioni delle proprietà terriere e degli immobili sono il punto di partenza dell'ebraicizzazione di Gerusalemme. Se risulta che una casa occupata dai palestinesi prima del 1948 apparteneva agli ebrei, si sfrattano gli occupanti o si rade al suolo l'edificio. Brutale ma è l'applicazione di una legge. Il problema è che la stessa legge non vale al contrario: nessuno palestinese ha mai avuto indietro una delle case di Baka, Talpiot e degli altri quartieri un tempo arabi della Gerusalemme occidentale ebraica, lasciate dai palestinesi nel 1948. In questo caso prevale la legge israeliana dell'”assenza”: l'arabo che si allontana per un periodo determinato perde il diritto di cittadinanza e dunque di proprietà. È per un certificato di acquisto trovato nell'archivio ottomano che a novembre la famiglia al-Kurd è stata sfrattata dalla casa di Sheikh Jarrah dove viveva dal 1948. Il messo comunale e i coloni israeliani sono arrivati insieme quattro giorni dopo che Hillary Clinton aveva reso onore alla decisione di Netanyahu di “contenere” gli insediamenti. «La mia famiglia viene da Haifa», dice Maysaa, una delle donne degli al-Kurd. «Posso andare laggiù dalla gente che abita al posto nostro a dire che quella casa è mia e ho ancora le chiavi in tasca?».

«Io sono il sindaco di Gerusalemme, di tutta Gerusalemme. E costruirò case anche per gli arabi», prometteva qualche mese fa Nir Barkat. Un altro modo per espellere i palestinesi dalla città è abbattere le case illegali in quartieri che non hanno mai avuto un piano regolatore e sono sempre stati ignorati da quelli di sviluppo sociale: l'organizzazione pacifista israeliana Ir Amim ha calcolato che nella Gerusalemme araba mancano 1.500 aule scolastiche e 70 chilometri di fognature. Per rispondere alle critiche Barakat aveva dunque promesso di costruire anche per gli arabi. Pochi giorni più tardi però il comitato comunale approvava la costruzione di 900 case nell'insediamento ebraico di Gilo e bocciava il progetto per altre 200 nel quartiere palestinese di Sur Baher. «Sospetto ci sia una falsificazione nella registrazione dei terreni», aveva accusato un consigliere comunale senza produrre alcuna documentazione. E a Sur Baher non si è più costruito. La crescita naturale demografica è riconosciuta agli israeliani. I palestinesi, se vogliono moltiplicarsi e trovare casa devono andare oltre il muro che spacca in due Abu Dis, a-Tur, il monte degli Ulivi, segnando i veri confini della Gerusalemme ebraica. Indivisibile: come tutti i comuni del mondo, anche quello di Gerusalemme pubblica la mappa delle linee del trasporto pubblico. Eppure la parte sinistra della cartina è un reticolo di percorsi. Quella destra, dove c'è la città araba, è bianca.

 

iClinton contro gli insediamenti di Israele e sull'Iran annuncia «sanzioni che lascino il segno»

Nel giorno in cui il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, giunge a Washington, il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, prende posizione contro la realizzazione di nuovi insediamenti da parte di Israele. «Nuove costruzioni a Gerusalemme est o in Cisgiordania mettono a rischio la fiducia reciproca e i proximity talks (i colloqui indiretti mediati dagli Usa, ndr), che rappresentano il primo passo verso un negoziato pieno che entrambe le parti vogliono e di cui hanno bisogno», ha sottolineato il capo della diplomazia statunitense, davanti alla platea dell'American Israel Public Affair Committee, la lobby americana pro Israele.

Secondo la Clinton, le scelte di Israele sui nuovi insediamenti mettono a repentaglio anche «la capacità dell'America di giocare un ruolo essenziale nel processo di pace». Pur ricordando l'impegno «solido come una roccia» dell'amministrazione americana per la sicurezza di Israele, la Clinton ha chiarito che gli Stati Uniti sono pronti a «dire la verità quando serve». Il segretario di Stato Usa non ha nascosto che il governo Netanyahu si trova di fronte a «scelte difficili ma necessarie» per sbloccare i negoziati e giungere ad un accordo definitivo con la controparte palestinese. Allo stesso tempo, ha assicurato che Washington continuerà ad esercitare pressioni su Hamas perché rinunci alla violenza e riconosca Israele, oltre al rilascio immediato e incondizionato del caporale israeliano Gilad Shalit, nelle mani di Hamas dal 2006. 

La Clinton ha dedicato parte del suo discorso anche all'Iran ribadendo la determinazione degli Stati Uniti di impedire a Teheran di entrare in possesso di armi nucleari. «Stiamo lavorando con i nostri partner alle Nazioni Unite su nuove sanzioni che mostreranno ai leader dell'Iran che vi saranno conseguenze per la loro intransigenza», ha detto il segretario di Stato americano. «Esiste un crescente consenso internazionale nell'adottare misure che creino pressioni sui leader iraniani perchè cambino rotta», ha spiegato il segretario di Stato americano. «Il nostro obiettivo non sono solo sanzioni aggiuntive ma piuttosto sanzioni che lascino veramente il segno. Pensiamo che sia veramente giunto il momento per far scattare queste sanzioni». 

C'è attesa intanto per l'incontro alla Casa Bianca tra Benjamin Netanyahu e Barack Obama, dopo le tensioni innescate dal piano per la realizzazione di 1.600 nuove abitazioni a Gerusalemme est varato dal governo israeliano. Il presidente Usa aveva nei giorni scorsi chiarito che con Israele non c'era nessuna crisi in atto, ma aveva sollecitato – come confermato dal discorso di oggi della Clinton – il governo israeliano a correggere il tiro per avviare i negoziati, secondo le scadenze individuate dal quartetto per il Medio Oriente (Usa, Ue, Onu e Russia), riunitosi venerdì a Mosca.

22 MARZO 2010

http://www.asca.it/home.php

22-03-10

M.O.: LULA, HAMAS ED HEZBOLLAH DEVONO PARTECIPARE A COLLOQUI

 

 

 

(ASCA-AFP) – Brasilia, 22 mar – Un negoziato sul Medio Oriente sara' possibile solo se l'Iran, Hamas ed Hezbollah parteciperanno ai colloqui. A sostenerlo e' stato il presidente brasiliano, Luiz Inacio Lula da Silva, che nel suo settimanale intervento televisivo ha fatto appello al dialogo sottolineando che ''ignorare ognuno di questi interlocutori lascerebbe un vuoto al tavolo dei negoziati''.

 

 

22-03-10

OLOCAUSTO: ''LISTA DI SCHINDLER'' IN VENDITA PER 2,2 MILIONI DOLLARI

 

 

 

(ASCA-AFP) – New York, 22 mar – L'unica copia privata della lista compilata da Oskar Schindler per salvare centinaia di ebrei dai campi di concentramento nazisti, verra' messa in vendita per 2,2 milioni di dollari. ''Si tratta del piu' importante documento della Seconda Guerra Mondiale'', ha detto il venditore Gary Ziment, uno specialista nel mercato dei documenti storici.

La ''lista'', che e' datata 18 aprile 1945 ed e' lunga 13 pagine, e' stata resa famosa soprattutto dal film di Steven Spielberg, ''Schindler's List'', del 1993. Un elenco di 801 nomi, completo di occupazioni e date di nascita, del quale – secondo Zimet, che gestisce il sito web per collezionisti MomentsInTime.com – esistono ancora solo quattro delle sette copie in cui fu redatto. Le altre tre in circolazione si trovano presso il Museo dell'Olocausto negli Stati Uniti, negli archivi della Germania federale a Koblenz e le ultime due sono conservate nel museo di Yad Vashem a Gerusalemme.

 

 

 

http://www.icn-news.com/index.php

 

CONFLITTI, MEDIO ORIENTE. Alla tv per bambini palestinesi, Israele non esiste

07:45:00

2010-03-22 http://www.israele.net/articolo,2779.htm
La televisione dell'Autorità Palestinese sta mandando in onda un nuovo programma educativo per bambini in cui viene mostrata una carta della “Palestina” che copre l'intero territorio dello Stato d'Israele. Lo ha reso noto martedì l'organizzazione Palestinian Media Watch.
Secondo Palestinian Media Watch, il programma “Pulcini” presenta una rubrica ricorrente che insegna ai bambini le varie regioni della Palestinese usando una mappa che comprende tutto Israele, etichettato con la sola scritta “Palestina”. Accanto alla mappa figura la scritta, in arabo e in inglese: “Explore Your Country” (esplora il tuo paese).
Itamar Marcus, fondatore e direttore di Palestinian Media Watch, spiega che il rapporto della sua organizzazione è stato diffuso nel quadro di una campagna volta ad evidenziare e documentare il rafforzamento di questi messaggi di delegittimazione Israele, e che sono endemici nelle trasmissioni dell'Autorità Palestinese.
Marcus sottolinea come le carte geografiche usate da enti ufficiali dell'Autorità Palestinese non sono diverse da quelle usate dai gruppi terroristici: “Se si guarda a Hamas, Jihad Islamica, Brigate Martiri di al-Aqsa – dice – tutti questi gruppi terroristici usano esattamente le stesse mappe che usa l'Autorità Palestinese, con l'unica differenza che a quelle dell'Autorità Palestinese non sono sovrapposti dei fucili”.

 

http://www.ansa.it/

Mo: dopo kamikaze, un faro di speranza da Jenin

La cooperazione fra un discepolo di Arafat e uno di Rabin

20 marzo, 18:05JENIN (CISGIORDANIA)  – La statua di un cavallo rampante prodotto saldando le parti di carrozzeria di automobili distrutte durante la rivolta, in bella mostra in una piazza del centro: così la città cisgiordana di Jenin – un tempo considerata la 'capitale dei kamikaze' palestinesi – rende omaggio alla intifada. Ritenuta luogo di disperazione, Jenin è divenuta col tempo un faro di speranza. Nelle sue strade pattuglie della polizia palestinese mantengono l'ordine, il crimine è stato azzerato e i responsabili locali dell'Anp stanno lavorando a progetti che in un prossimo futuro – in una zona afflitta da alti tassi di disoccupazione – potrebbero dare lavoro a 15 mila operai. Dietro a questi sviluppi, che non hanno eguale in altre zone della Cisgiordania, ci sono due uomini che in passato hanno combattuto per i rispettivi popoli e che adesso cercano di costruire una cooperazione sui due versanti della Barriera di sicurezza. 

A Jenin il motore pulsante della operazione è il governatore Qadoura Mussa, membro del Consiglio rivoluzionario di al-Fatah. Ha alle spalle 12 anni di reclusione nelle carceri israeliane. “Gli israeliani chiedevano che a Jenin tornasse la stabilità. Lo abbiamo fatto. Adesso – dice all'ANSA e ad altri cronisti in visita – è giunto il momento di costruire il futuro”. Alle sue spalle una grande immagine di Jenin e le fotografie di Yasser Arafat e di Abu Mazen. Era il 2005 quando in questo ufficio il telefono squillò. Dall'altro capo della linea c'era Dani Atar, responsabile del Consiglio regionale Gilboa, la zona israeliana che confina con la provincia di Jenin. Ex comandante militare, Atar è entrato nella politica negli anni Novanta per sostenere Yitzhak Rabin alla guida del partito laburista. Come Rabin, Atar ritiene che i presupposti della pace con i palestinesi vadano gettati in casa, più precisamente con gli arabi israeliani. Per anni ha provveduto ad elevare i servizi per la popolazione araba nella sua Regione, con gli aiuti degli insediamenti agricoli ebraici. “Gli arabi israeliani possono e devono essere un ponte di pace fra Israele e i palestinesi” conferma il suo vice, Eid Salim. 

Nel moderno ufficio del Consiglio regionale Gilboa, in una zona verdeggiante di prosperose aziende agricole collettive, ai cronisti vengono illustrati i progetti definiti in questi anni dal volitivo tandem Mussa-Atar, col sostegno entusiasta del ministro spagnolo degli esteri Miguel Angel Moratinos e di Tony Blair, l'emissario del Quartetto. “Da quando abbiamo eretto la Barriera di sicurezza, la violenza è stata eliminata e possiamo progettare il futuro” spiega Atar. Nei pochi chilometri compresi fra Jenin e la Barriera dovrebbe sorgere una vasta area industriale. I prodotti passeranno poi in territorio israeliano: quando sarà pronta la ferrovia, le merci arriveranno in 45 minuti al porto di Haifa o in un tempo analogo al Ponte Sheikh Hussein, porta di ingresso per la Giordania. Da alcuni mesi il valico di Gilboa è inoltre aperto alla popolazione araba israeliana che compie adesso i suoi acquisti a Jenin: le vendite sono subito cresciute, la disoccupazione è calata, un cauto ottimismo ha cominciato a mettere radici. Se la comunità internazionale vuole dare una mano, Atar e Mussa non chiedono di meglio. Ad esempio il turismo potrebbe rafforzare le loro iniziative: Gilboa e Jenin propongono pacchetti turistici comuni per chi (studenti, sindacalisti, religiosi) voglia studiare l'edificazione della pace. “Non tutto però fila liscio” aggiunge Mussa, scuro in volto. “Di giorno parliamo di cooperazione con Atar, ma di notte le incursioni dell'esercito e le provocazioni dei coloni ci fanno compiere passi indietro”. Eppure Jenin, la città che forse ha più sofferto per la intifada, ha una gran voglia di normalità. Alla periferia si sta completando uno stadio di calcio e su una collina vicina si staglia un moderno villaggio turistico circondato da uliveti, dotato di un albergo, di parchi giochi, di un museo di cultura palestinese e di un teatro da 2000 posti. “Sarebbe il posto migliore per firmare il trattato di pace fra Palestina ed Israele”, sogna ad occhi aperti il proprietario.

 

MO: Blair, tornare a negoziati diretti

'Da parte Ue, sostenere gli sforzi di entrambi in tal senso'

22 marzo, 17:08 (ANSA) – BRUXELLES, 21 MAR – 'Tornare a negoziati diretti tra israeliani e palestinesi al piu' presto possibile', ha detto Tony Blair.L'inviato speciale del Quartetto in Medio Oriente, dopo l'incontro con i ministri degli Esteri della Ue, ha aggiunto 'da parte Ue, di sostenere gli sforzi di entrambi in tal senso, preparando il terreno'. Secondo Blair 'gli eventi dei giorni scorsi sono molto seri e hanno segnato un passo indietro, ma bisogna tornare immediatamente sui binari giusti'.

 

http://italian.cri.cn/index.htm

Ban Ki-moon: sollecitare Israele e Palestina a tenere negoziati pacifici

Il 21 marzo il Segretario generale dell'onu Ban Ki-Moon ha richiamato Israele e Palestina a tenere negoziati pacifici.

Presenziando una conferenza, lo stesso giorno, insieme al Premier Israeliano Benjamin Netanyahu, Ban Ki-Moon ha affermato che le 4 parti interessate al problema del Medio Oriente, ossia Onu, Ue, Usa e Russia hanno già espresso il benvenuto e l'appoggio per i negoziati indiretti tra Israele e Palestina, convinti che questi ultimi faranno in modo di tornare in fine ai negoziati diretti.

 

http://notizie.virgilio.it/

Raid aereo israeliano sui tunnel della Striscia di Gaza

Le operazioni arrivano alla vigilia della visita di Ban Ki-Moon a Gaza – Jet militari israeliani hanno effettuato nella notte un raid nel sud della Striscia di Gaza, mirando a tunnel usati per il contrabbando di armi. Il bombardamento aereo ha colpito un tunnel nel settore di Rafah al confine con l'Egitto, ma non ci sono stati feriti. Un portavoce militare ha confermato l'operazione, effettuata in risposta ai recenti lanci di razzi palestinesi. Un razzo sarebbe stato lanciato dalla Striscia al sud d'Israele nella giornata di domenica, senza tuttavia causare danni o feriti.Il raid su Gaza arriva alla vigilia della visita del segretario generale Onu, Ban Ki-Moon, nel territorio controllato da Hamas. Ban ha già espresso la sua condanna al blocco imposto da Israele sull'area, che causa “sofferenze inaccettabili” alla popolazione. Il raid segue inoltre una serie di uccisioni di palestinesi da parte di truppe israeliane in Cisgiordania.

 

M.O./ Gaza,scontri a confine tra soldati israeliani e palestinesi

Tre palestinesi volevano varcare frontiera, ma erano disarmati

 

Gerusalemme, 22 mar. (Ap) – Soldati dell'esercito israeliano si sono scontrati con militanti palestinesi lungo la frontiera di Gaza. Lo hanno annunciato gli organi di informazione dello stato ebraico.

Le truppe hanno aperto il fuoco contro tre palestinesi che hanno attraverso la frontiera, dove c'è un rigido dispositivo di sicurezza, e che temevano fossero sul punto di lanciare un attacco.

La polizia palestinese ha riferito che i militanti, dal versante di Gaza del confine, hanno risposto con tiri di mortaio e che anche gli elicotteri hanno preso di mira obiettivi. Non ci sono al momento notizie di vittime.

Un'emittente israeliana ha riferito che è stato in seguito accertato che i tre palestinesi che avevano attraversato la frontiera erano disarmati e volevano cercare lavoro in Israele. Sono stati arrestati, ma l'esercito dello stato ebraico non ha rilasciato commenti sulla vicenda.

 

 

http://www.presseurop.eu/it

Ripensare la questione palestinese

L'Ue vuole ritagliarsi un ruolo di primo piano in Medio Oriente, come dimostra il viaggio di Catherine Ashton in Israele e Palestina. Prima però farebbe riesaminare la questione degli aiuti all'autorità palestinese.

Catherine Ashton, a capo della politica estera dell'Unione europea dal dicembre scorso, ha smosso un po' le acque con il suo viaggio in Israele e Palestina.  L'Europa ha un'altra opportunità di rivitalizzare il proprio approccio al processo di pace in Medio Oriente, un approccio che fino a oggi è stato del tutto fallimentare. Ma se Ashton non saprà sfruttare l'occasione, la sua visita sarà stata solo una perdita di tempo. Negli ultimi tempi si è fatto un gran parlare dell'incapacità della Ue di influire sulla politica di Israele. Lo scorso anno l'Unione ha congelato i negoziati per un accordo di associazione avanzato con Israele, concentrandosi su altro. Per esempio è intervenuta per stabilizzare la situazione di Gerusalemme, assumendo unaposizione filopalestinese.

Il rifiuto di Israele di mettere qualsiasi freno alla costruzione di nuovi insediamenti testimonia lo scarso impatto delle pressioni europee. Il ministro spagnolo degli esteri Miguel Angel Moratinos  ha dichiarato che la presidenza spagnoladella Ue porterà il processo di pace a un accordo finale. Una spacconata fragorosa e infondata. C'è un solo campo in cui l'influenza europea in medio oriente ha un impatto rilevante, ed è negli aiuti economici e politici alle istituzioni palestinesi. L'Ue è da tempo il principale benefattore dei territori occupati, e continua a versare miliardi di euro per costruire le fondamenta di un proto-stato palestinese. Sfortunatamente, i criteri adottati nella distribuzione dei fondi hanno incrementato le pericolose divisioni interne tra i palestinesi. 

Aiuti nelle mani sbagliate

Da quando il governo di Hamas è stato eletto, quattro anni fa, gli aiuti europei ai territori occupati sono cresciuti parecchio. Paradossalmente, i fondi complessivi elargiti dalla Ue sono raddoppiati nei 12 mesi successivi alla vittoria politica di Hamas. Dato che l'Europa rifiuta di collaborare con Hamas, gli aiuti sono stati incanalati verso istituzioni controllate da Fatah in Cisgiordania. Il denaro è stato sottratto alle riforme governative di lungo termine e destinato alle emergenze. L'attribuzione dei fondi è diventata opaca, sostanzialmente incompatibile con l'aspirazione europea di una Palestina unita, solida e responsabile. Lo sviluppo di istituzioni governative affidabili avrebbe potuto attenuare lo scontro tra Fatah e Hamas.Quest'ultima ha invece accresciuto la propria influenza cavalcando il malcontento popolare contro la corruzione di Fatah.

L'atteggiamento dell'Europa è stato nepotista e accentratore. L'Ue ha parlato di riforme di governo, ma ha subordinato l'erogazione dei fondi necessari all'affermazione di un leader a essa gradito e apparentemente moderato, il presidente Mahmoud Abbas. La missione Ue di supporto alle forze di polizia in Cisgiordania ha rinforzato i corpi di sicurezza di Fatah contro le forze armate controllate da Hamas. Il progetto include disposizioni sugli aiuti umanitari e lo stato di diritto, ma in pratica è stato visto solo come un aiuto a Fatah nella lotta per la supremazia territoriale con Hamas. L'intenzione europea di  rovesciare Hamas, mascherata dalle dichiarazioni sulle riforme politiche, non può portare ad altro che all'inasprimento delle divisioni tra i palestinesi.    

L'unità nazionale non basta

I limiti dell'approccio unilaterale dell'Unione europea sono sempre più evidenti. Il leader su cui sono state riposte tutte le speranze adesso minaccia di non ricandidarsi. L'Ue ha deciso di appoggiare la decisione di Abbas di rinviare le elezioni. Il tentativo di tracciare un percorso verso un governo di unità palestinese è stato fallimentare anche perché l'Europa è si è spaccata sulle condizioni da dettare ai membri di Hamas per entrarne a far parte. In privato, i diplomatici europei ammettono di essersi cacciati in un vicolo cieco dopo le elezioni del 2006, limitandosi a interagire esclusivamente con una parte dello spettro politico palestinese. La prossima fase del ciclo elettorale rappresenta per l'Ue un'opportunità importante per uscire dal binario morto. Ashton ha molto da lavorare: il principale errore della Ue negli ultimi anni è stato l'assenza di appoggio politico al programma di aiuti economici sul territorio.

Basta pensare all'agonizzante missione di controllo del confine, al momento in fase di stallo totale a chilometri di distanza dal varco di Rafah. Un governo di unità non rappresenta in sé una soluzione alla tragedia palestinese. Non c'è alcun bisogno di altri accordi segreti e confusi tra i leader di Fatah e Hamas. L'unica soluzione è la nascita di un aperto dibattito politico. I fondi europei devono essere sottratti alle elite incapaci e corrotte che governano sia Hamas che Fatah. Bisogna favorire le nascenti tendenze democratiche della società palestinese convogliando i fondi verso le organizzazioni di base. I cittadini palestinesi devono sentirsi in grado di costruire il loro futuro superando le faide interne. È il primo passo verso un negoziato reale con Israele. (as)

http://www.loccidentale.it/

Gli Usa, l'Onu e la questione palestinese

La visita di Ban Ki Moon a Gaza è servita solo a complicare le cose

Probabilmente il presidente Obama si è reso conto che la corda diplomatica con Israele stava per spezzarsi, quando ieri ha ordinato al suo plenipotenziario in Medio Oriente, Mitchell, di estendere un invito formale a Benjamin Netanyahu, che domani sarà a Washington per rattoppare le relazioni fra i due alleati dopo le tempestose dichiarazioni americane contro la decisione israeliana di costruire nuove case nella parte Est di Gerusalemme. Se l’affronto al vicepresidente Biden non è stato dimenticato, va detto che Netanyahu si era subito scusato con la Casa Bianca per l’intemperanza del suo ministro degli interni, ma non è servito; il primo ministro israeliano si è trovato di fronte a una escalation che, dopo la furiosa telefonata di tre quarti d’ora della Clinton, lo ha spinto a reagire con la stessa intransigenza, ricordando agli Usa che lo stato ebraico non prende ordini da Washington e continuerà a perseguire la politica degli insediamenti condotta negli ultimi quarant’anni.

Ma perché l’amministrazione Obama ha scelto di trasformare un momento di tensione in una vera e propria crisi diplomatica, che probabilmente determinerà il fallimento dei “proximity talks” usciti dal cilindro di Mitchell? Per una generale presunzione ideologica del Presidente verso lo stato ebraico, forse, quella “dottrina” annunciata al Cairo lo scorso anno, che ha messo la questione palestinese al centro della politica estera Usa, considerandola una soluzione complessiva di tutti i rapporti fra Occidente e mondo arabo-musulmano. Un errore diplomatico ma anche un errore politico, proprio in un momento in cui, in vista delle elezioni di medio termine, era più necessario conservare l’appoggio della comunità ebreo-americana, delle potenti lobby e dei gruppi di pressione come l’AIPAC e la ADL. Probabilmente gli ebreo-americani che votano democratico non tradiranno il loro Presidente ma potrebbero stringere i cordoni della borsa, e questo calo di consenso (e di finanziamenti) nell’elettorato Democrats sarebbe un serio problema per la Casa Bianca.

L’impressione è gli Usa non abbiano saputo tenere i nervi saldi dopo essere stati “insultati” dagli alleati, come ha detto la Clinton venerdì scorso. Hanno avuto una reazione “emotiva” –  scrive John Podhoretz su Commentary, che somiglia tanto a un segno di immaturità, un'altra delle critiche che vengono rivolte più spesso a questa amministrazione. Da un sondaggio dell’Israel Project realizzato alla fine della settimana scorsa, poi, si scopre che la maggioranza degli americani continua a volere che gli Stati Uniti rimangano schierati accanto a Israele nel conflitto con i palestinesi; l’80 per cento del campione crede che i nemici degli Usa usino il conflitto israelo-palestinese come una scusa per alimentare il sentimento antiamericano nel mondo, e che la stessa disputa sugli insediamenti serva a giustificare questa ostilità verso l’America.

L’ingenuità e l’emotività dell’amministrazione Obama hanno spinto uno degli alfieri della causa palestinese, il segretario generale delle Nazioni Unite, a una visita lampo a Gaza, dove Ban Ki Moon era già stato nel gennaio del 2009 dicendo di aver assistito a scene che “spezzano il cuore”. Ieri, il boss dell’Onu è tornato a criticare il blocco israeliano che dal 2006 “causa grandi sofferenze” nella Striscia. “Il blocco è inaccettabile – ha detto nella città di Khan Younis – indebolisce i moderati e incoraggia gli estremisti. E’ frustrante vedere questa distruzione a Gaza e non essere in grado di ricostruire”, assicurando che in futuro la Unrwa continuerà a prendersi cura della popolazione araba. Moon non ha incontrato ufficialmente esponenti di Hamas, ma uno dei consiglieri di Ismail Haniyeh, il capo dell’esecutivo a Gaza, ha espresso un parere positivo sulla visita del segretario dell’Onu, “nella speranza che essa serva a rimuovere l’assedio israeliano”. Speranza che s’infrange contro i nuovi lanci di missili contro il Neghev israeliano, che nei giorni scorsi hanno ammazzato un bracciante agricolo, provocando l’immediata ritorsione dello stato ebraico (una serie di attacchi aerei che hanno provocato circa 15 feriti).

Non si può negare che singoli rappresentanti della Knesset e membri dell'attuale maggioranza israeliana abbiano avanzato proposte di legge discutibili, come quegli emendamenti che mirano a revocare la cittadinanza a chi compie atti sleali verso lo stato o la reclusione a chi nega il carattere “ebraico” dello stato israeliano, tagliando i finanziamenti agli enti statali e alle Ong che remano contro il governo. Ma credere che l’esperienza del governo Netanyahu si riduca a questo, come sembrano aver fatto Obama e Ban Ki Moon, con le loro polemiche dichiarazioni pubbliche su Gaza e gli insediamenti a Gerusalemme Est, vuol dire essere ciechi o pregiudizialmente opposti all'esecutivo israeliano.

Fino alla metà dello scorso gennaio, infatti, i camion con i viveri e i rifornimenti israeliani hanno continuato ad attraversare i valichi della Striscia, portando aiuto alla popolazione palestinese. Si calcola che dal gennaio 2009 a quello 2010, oltre settecentomila tonnellate di aiuti umanitari provenienti dallo stato ebraico siano entrati a Gaza, con un incremento del 900 per cento rispetto al 2008. Il governo israeliano ha autorizzato il trasferimento di 6,7 milioni di dollari ai residenti di Gaza che hanno diritto al welfare e alla pensione avendo lavorato e vissuto in Israele negli anni precedenti. Il piano per le minoranze approvato dalla Knesset prevede 8oo milioni di shekel per circa 400.000 persone, arabi e beduini, che vivono in Israele – edilizia, occupazione, assistenza sanitaria e istruzione. “Servono uguali opportunità economiche – ha detto Netanyahu – anche per il settore non ebraico”.

A differenza di quanto vuol farci credere il segretario generale dell’Onu, tutto lascia sperare che Israele continui a perseguire la politica portata avanti nell’ultimo anno e mezzo, che ha permesso una crescita dell’economia nella West Bank (+8 per cento, 2 punti in meno nel tasso di disoccupazione, un forte aumento delle entrate legate al turismo) e una maggiore libertà di movimento dei palestinesi. Nel 2009 Israele ha smantellato 150 posti di blocco in Cisgiordania e rimosso 27 checkpoint tra il 2008 e l’anno successivo; attualmente, rimangono attivi solo 14 checkpoint. Ieri, però, due palestinesi che si stavano avvicinando con dei forconi al ceckpoint di Nablus sono stati uccidi dai soldati israeliani. Ci sono stati dei passi avanti nella sicurezza interna (nessun kamikaze ha colpito Israele nel 2009) e nella formazione di efficienti forze di sicurezza palestinesi. 

Il 10 marzo, il ministro degli interni Eli Yishai si è formalmente scusato per l’avventata dichiarazione sulla costruzione delle nuove 1.600 unità abitative nel sobborgo di Ramat Shlomo, a nord di Gerusalemme, annesso con i territori circostanti da Israele dopo la Guerra dei Sei Giorni, combattuta per difendersi da un attacco multiplo sferrato dagli stati arabi. L’approvazione del piano edilizio era un passaggio tecnico già prestabilito e non un modo per insultare Biden. Qualche giorno prima, il 2 marzo, il sindaco di Gerusalemme annunciava di aver rimandato il piano da 100 milioni di dollari per rivitalizzare una delle zone storiche della Città Santa, Al Bustan (il “Giardino dei Re”, secondo gli ebrei) situata nei quartieri arabi di Silwan, per venire incontro a una richiesta di Netanyahu, che in questo modo intende evitare nuove tensioni create – ha detto il primo ministro – da quegli “elementi” interessati ad alimentare la discordia e a diffondere una immagine distorta di Israele nel mondo. Il sindaco di Gerusalemme, da parte sua, ha detto di voler riprendere il dialogo con gli abitanti del luogo per arrivare ad un accordo condiviso. Chissà se martedì prossimo, accogliendo il premier israeliano, Obama si ricorderà anche di tutto questo.

Dopo l’incontro di Mosca, Blair e i suoi colleghi del “Quartetto” hanno chiesto ancora una volta il congelamento degli insediamenti israeliani per altri due anni. “Il Quartetto continua a sostenere il piano dell’ANP per la formazione di uno Stato palestinese entro 24 mesi – ha detto Ban Ki-Moon – E’ la dimostrazione di un impegno serio da parte palestinese per uno stato indipendente che fornisca una buona opportunità di governare, di garantire giustizia e sicurezza a questo popolo”. Ma secondo uno dei portavoce dell’ANP: “Le iniziative israeliane determineranno il fallimento degli sforzi della amministrazione Usa per arrivare a dei negoziati di pace”.

http://it.euronews.net/

La presa di posizione di Washington nei confronti del governo israeliano che intende proseguire con gli insediamenti e costruire ancora è stata criticata dai coloni, che non accettano l’ingerenza degli Usa negli affari del loro Paese. 
Queste le testimonianze raccolte nell’insediamento di Ramat Shlomo, nei pressi di Gerusalemme Est.

“Gli americani, hanno preso una terra che non era loro. Era la terra dei nativi indiani, quindi che cosa vengono a fare la morale a noi israeliani adesso?”

“Credo che Ramat Shlomo sia soltanto l’inizio di ciò che dobbiamo costruire. Abbiamo bisogno di costruire tutto intorno a Gerusalemme, ovunque sia possibile, senza dare una seconda parola agli Stati Uniti, che non hanno alcun ruolo in questo problema La cosa importante adesso è quello che noi pensiamo e ciò che è bene per noi”.

Sono 1.600 i nuovi alloggi annunciati dal governo a Ramat Shlomo, oltre un centinaio quelli in programma a Beitar Elhit, nei pressi di Betlemme. 
Anche se inferiore a quello degli arabi, il tasso di natalità degli ebrei israeliani è di oltre il 2%.

 

http://unionesarda.ilsole24ore.com/

Gaza: per i media soldato ucciso da fuoco amico

E' stato ucciso da 'fuoco amicò il soldato israeliano morto oggi sul confine con la Striscia di Gaza, secondo alcuni media dello Stato ebraico. Alcune emittenti televisive e radiofoniche riferiscono che soldati israeliani, messi in allerta da una possibile infiltrazione dal territorio controllato da Hamas, hanno aperto il fuoco e si sono sparati addosso. Tre uomini palestinesi sono stati catturati, secondo i media.

 

http://it.reuters.com/

Cisgiordania, 4 palestinesi uccisi da Israele in due giorni

NABLUS, Cisgiordania (Reuters) – I militari israeliani hanno ucciso oggi due palestinesi che stavano cercando di pugnalare un soldato, secondo quanto ha riferito l'esercito, portando così a quattro il numero dei palestinesi morti negli ultimi due giorni nei territori occupati in episodi di violenza, che rendono più difficoltosi i tentativi degli Usa di organizzare colloqui di pace indiretti.

“Due uomini hanno cercato di accoltellare un soldato durante un pattugliamento di routine vicino al posto di blocco di Awart, nei pressi di Nablus. Le forze hanno aperto il fuoco, confermiamo la morte”, ha spiegato un portavoce dell'esercito israeliano.

Ieri, i militari israeliani hanno ucciso a colpi di arma da fuoco un giovane palestinese vicino a Nablus. Il giovane era tra i dimostranti che lanciava pietre per protestare contro la politica israeliana degli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme est, aree che lo Stato ebraico ha occupato nella guerra del 1967.

Un secondo ragazzo palestinese è morto oggi per le ferite riportate negli stessi scontri.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu incontrerà oggi l'inviato Usa George Mitchell.

 

http://randablog.blog.lastampa.it/randablog/

Hanno l'ospedale con il miglior reparto di traumatologia al mondo: un sacco di occasioni per fare esperienza. Hanno uno dei migliori eserciti al mondo, forse per alleviare il lavoro del reparto di traumatologia, o forse proprio per dargli modo di fare esperienza. Hanno un gran rispetto per la propria moglie: “prova tu, a non andare a buttare l'immondizia quando a chiedertelo è una donna che sa maneggiare un M16”. Tre anni di servizio militare per gli uomini, uno sconto a soli due anni per le donne. Hanno una storia talmente complessa, che, non lo ammetteresti mai, non è che hai proprio capito come sia andata, non sai chi ha torto, chi ha ragione. E forse non c'è né un torto, né una ragione. Qui la storia del Gesù o Barabba è ancora vera: io ti rapisco un soldato, se lo vuoi vedere vivo, lasciane fuori un paio dei miei. E bravo, ma quel paio di tuoi quanti morti possono fare? Forse molti più di quel solo soldato. E allora sai cosa? Magari quel ragazzino in tuta verde, con la sua faccia spaventata, preferisce la propria morte a quella di un numero superiore di persone, magari civili. E non sai se è lui che ragiona così o se in tre anni gli hanno insegnato a pensare così, senza che se ne accorgesse. Dici che scopre la consapevolezza che morire per gli altri non è un atto di coraggio, ma di necessità? Dici che diventa fatalista per forza? Sai quando dici “Pa' dai, comprami la moto… tanto se deve succedere succede, posso uscire di casa e mi cade una tegola in testa e fine”. Forse, solo che dice bomba invece di tegola. 
In TV vedi solo rivolte, bombe e scene che preferiresti non vedere. In loco vedi gente entusiasta del proprio paese, che tenta di farti vedere che oltre rivolte e bombe c'è altro. E ci riesce, ma solo in parte. 
Shalom, Israele.

 

http://www.wallstreetitalia.com/

M.O./ Netanyahu: Costruiremo a Gerusalemme come a Tel Aviv

di Apcom

Da premier nuovo rifiuto a congelare piano su altri 1.600 alloggi

Gerusalemme, 21 mar. (Apcom) – Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato oggi che la politica di costruzione di nuovi alloggi, da parte del suo governo, nella città di Gerusalemme è “la stessa che a Tel Aviv”. Il premier dello Stato ebraico ha voluto così ribadire il suo rifiuto a congelare il progetto di costruzione di 1.600 nuovi alloggi nella Città santa, come richiesto espressamente dal Quartetto (Usa, Ue, Onu e Russia).

 

 

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