Rassegna stampa del 23 febbraio.

Rassegna stampa del 23 febbraio.

A cura di Chiara Purgato

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23 feb 2010 19:02 GERUSALEMME – Torna a farsi largo l'ipotesi di una nuova sollevazione popolare palestinese su larga scala di fronte ai passi unilaterali compiuti in questi giorni dal governo israeliano sul controllo di alcuni luoghi santi contesi da arabi ed ebrei all'interno del territorio della Cisgiordania. Ipotesi che il presidente moderato dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), Abu Mazen (Mahmud Abbas) ha oggi paventato, e che invece il leader islamico radicale Ismail Haniyeh, capo del governo di fatto di Hamas nella Striscia di Gaza, ha invocato. La decisione del governo israeliano di ascrivere formalmente al patrimonio dello Stato ebraico la cosiddetta Tomba di Rachele di Betlemme e la Tomba dei Patriarchi di Hebron (venerata con il nome di Moschea di Ibrahim dai musulmani) rischia di scatenare «una guerra di religione» e «una nuova intifada», ha detto Abu Mazen al riguardo, citato dai media della regione da Bruxelles, dove si trova oggi in visita. Si tratta di «una pericolosa provocazione» e di un tentativo di «rubare luoghi che fanno parte del territorio palestinese», ha aggiunto.
A soffiare sul fuoco di una possibile ribellione, dopo gli incidenti (per ora limitati) avvenuti ieri a Hebron, è del resto Hamas, che da Gaza ha evocato a sua volta l'immagine di una terza Intifada, ma non con toni di ammonimento bensì di istigazione alla rivolta.

 

 

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Ad Arezzo la testimonianza di un israeliano per la pace

MARTEDÌ 23 FEBBRAIO 2010 14:17 COMUNE DI AREZZO SERVIZIO COMUNICAZIONE

Rotem Mor, ventottenne israeliano, cresciuto in una cittadina vicino a Gerusalemme, sulla strada per Tel Aviv, è un pacifista che dopo 18 mesi passati nell’esercito israeliano ha rifiutato di continuare a prestarvi servizio. Adesso studia musica classica del Medio Oriente, svolge la sua attività di sensibilizzazione sia all’interno del mondo mediorientale in associazioni israelo-palestinesi che si battono contro il muro che separa Israele dai territori della Anp, sia verso il mondo esterno visto che spesso si trova a fare la guida, poco convenzionale, a gruppi di turisti. Suo interesse è scrivere un libro sui perché della sua scelta e sul perché valga la pena proseguirla.
Rotem Dan Mor in questi giorni sta svolgendo un tour in l’Italia per portare la sua testimonianza. Il 23 e il 24 febbraio si ferma ad Arezzo e in provincia, protagonista di una serie di incontri aperti alla cittadinanza. L’iniziativa nasce nel solco delle attività a favore della pace perseguite, dopo la loro missione dell’ottobre scorso in Israele e territori palestinesi della Cisgiordania, da alcuni consiglieri aretini eletti nelle istituzioni: Paolucci e Tulli per il Comune, Del Bolgia per la Provincia di Arezzo e Giovannini per la Regione Toscana.
Nelle parole di Rotem il senso delle scelte compiute nel corso di una vita: “la versione ‘ufficiale’, quella israeliana, del conflitto israelo-palestinese costituisce la premessa morale in base alla quale i giovani del mio paese accettano di svolgere il servizio di leva. Ma oggi non credo affatto all’esistenza di un ‘nemico’. Credo invece all’esistenza di un popolo di cultura diversa e che gli interessi delle nostre forze armate non siano i miei. Esigo perciò di vivere la vita secondo i miei principi. In fondo, ho avuto la fortuna di rendermi conto che la cosa che non andava del servizio militare era che io non mi stavo aprendo al mondo e non mi stavo assumendo la responsabilità di lottare proprio per quei principi. La cosa paradossale è che per la maggior parte della popolazione israeliana e per una parte privilegiata di quella palestinese c’è addirittura da guadagnare da una situazione di guerra, di paura, di sensi di colpa e di perenne incertezza. L’insuccesso delle persone di buona volontà è stato quello di non essere riusciti a costruire, negli ultimi 100 anni, una narrazione e una storia comune. Finché la storia sarà di contrapposizione non vivremo insieme neppure in futuro”.
Sul muro: “stavo accompagnando dei giovani studenti israeliani a vedere il muro di separazione nei villaggi palestinesi vicino a dove abito. Un ragazzo mi chiese perché, per me, quel muro era intollerabile. Il muro sta distruggendo fisicamente e simbolicamente il luogo dove ho sempre vissuto. In Israele chiamiamo queste aree di confine le ‘zone-cerniera’, luoghi che non stanno né di qua, né di là. Noi, residenti nelle zone-cerniera, siamo sempre meno: viviamo circondati da membri di una società il cui sogno è ‘noi di qua, loro di là’. Io sono vivo, invece, solo se posso stare in un luogo che non sia né di qua né di là. La mia zona-cerniera è colorata e vivace, un universo fisico, culturale e spirituale che si trova tra Israele e Palestina, tra ebrei e arabi, tra uomini e donne, tra est e ovest, dove s’incontrano le diversità e si sviluppano nuove idee. È anche un luogo di tensioni, di contrasti e di discussioni animate che si protraggono fino alle ore piccole, è un luogo di paure, di emozioni. È un posto vitale, dove la vita è ricca. Ecco perché soffro tanto a vederlo distruggere. Ai ragazzi del Liceo Scientifico ho spiegato che se portassimo un esperto biologo a riesumare le salme di israeliani e di palestinesi credo che avrebbe difficoltà a distinguere uno scheletro israeliano da uno palestinese. Ovvio, esistono differenze, di religione in primis, la storia culturale degli ebrei provenienti dall’Europa è diversa da quella dei palestinesi che si è svolta in Medio Oriente ma resta il fatto che le cose in comune sono maggiori di quanto si possa immaginare e dobbiamo essere bravi a condividere un futuro nella stessa terra. È questa, al di là di passato e presente, la vera cosa che ci unisce”.
L’incontro in Palazzo Comunale con il Presidente del Consiglio Giuseppe Caroti è seguito ad altri nelle scuole di Arezzo e precede un appuntamento serale a Sansepolcro e, ancora a livello istituzionale, quello di mercoledì 24 alle 13 in Sala di Giunta con la vice Presidente della Provincia Mirella Ricci e il Presidente del Consiglio Provinciale Giuseppe Alpini.
Sempre mercoledì 24, cena al Karemaski Multi Art Lab organizzata dal locale di via Edison in collaborazione con il gruppo consiliare di Sinistra Ecologia e Libertà in Regione Toscana, dal gruppo consiliare Sinistra al Comune di Arezzo, dal gruppo consiliare Pd in Provincia di Arezzo e dalle associazioni Arci, Baobab ed Eureko. Il menù è a base di cucina mediorientale, durante e dopo la cena si intervalleranno interventi di Rotem e di Lisa Clark dei Beati costruttori di pace, dei consiglieri comunali Paolucci e Tulli, del consigliere provinciale Del Bolgia, della consigliere regionale Giovannini e di Donatella Bidini, da anni impegnata in particolare nella Striscia di Gaza. Per partecipare alla serata è necessaria la prenotazione ai numeri telefonici 348/8542503 e 340/8666237.

 

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Palestina, due siti religiosi nella lista del patrimonio ebraico

Osservatorio Iraq, 22 febbraio 2010

Due dei più importanti siti religiosi del Vecchio testamento (la Tomba dei patriarchi di Hebron e la Tomba di Rachele di Betlemme) entreranno a far parte della lista del patrimonio nazionale dello Stato ebraico e, pertanto, potrebbero diventare inaccessibili ai musulmani. 
L’annuncio, che ha già suscitato dure proteste da parte dei palestinesi, è stato dato ieri dal primo ministro di Tel Aviv Benjamin Netanyahu, che ha anche rivelato un piano di restauro per le due aree del valore di quasi 80 milioni di euro. 
“Lo scopo della lista è fare un elenco dei siti di maggiore importanza per il popolo ebraico. La nostra esistenza su questo territorio non dipende solo dalla nostra forza militare, economica o tecnologica, ma è ancorata innanzitutto e soprattutto alla nostra tradizione nazionale ed emotiva”, ha dichiarato il portavoce del governo israeliano Mark Regev. 
L’annuncio di Netanyahu è stato duramente criticato dall’Autorità nazionale palestinese (Anp), secondo cui il provvedimento impedirà l’accesso dei musulmani ai siti e, più ingenerale, rischia di far naufragare definitivamente i negoziati di pace tra le due parti, fermi da oltre un anno. 
“Riteniamo che questa nuova violazione sia particolarmente pericolosa perché potrebbe alimentare la natura religiosa del conflitto”, ha detto il funzionario palestinese Ghassan Khatib all’Associated Press
Particolare tensione si è registrata a Hebron. 
Nella città cisgiordana – dove circa 500 coloni ebrei vivono in una enclave circondata da quasi 200 mila palestinesi – i negozi sono rimasti chiusi in segno di protesta. 
Sempre a Hebron, un centinaio di giovani palestinesi è sceso in piazza per protestare contro l’annuncio di Tel Aviv e si è scontrato con i soldati israeliani, con lancio incrociato di pietre, bottiglie e candelotti lacrimogeni. 
Infine, la decisione di Tel Aviv ha ricevuto anche reazioni da parte della comunità internazionale.
Il governo della Giordania ha definito quella israeliana “una provocazione”, mentre il coordinatore Onu per il processo di pace in Medio Oriente, Robert Serry, si è detto “preoccupato” per gli ultimi sviluppi nella regione e ha rivolto un appello “alla moderazione e alla calma”. 

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Tel Aviv caccia altri palestinesi dalle proprie case

Purtroppo le autorità israeliane sembrano essere le uniche ad aver capito che la soluzione a due Stati promossa dagli Usa può essere facilmente aggirata, sottraendo ogni giorno una porzione di territorio alla controparte, con lo scopo di creare un unico grande Paese. Non si tratta nemmeno di una cosa che l’esecutivo di Tel Aviv tenta di far passare sotto traccia. I decreti di espulsione e demolizione delle abitazioni palestinesi a Gerusalemme e in Cisgiordania vengono infatti emessi con una certa costanza dalle autorità israeliane, con la scusa che essi riguardano soltanto edifici costruiti abusivamente. Sembrerebbe, però, che questi provvedimenti colpiscano esclusivamente le costruzioni illegali nelle quali risiedono cittadini arabi ai margini e all’interno della Città Santa o lungo le vie che collegano fra loro i grandi insediamenti ebraici illegali.
L’ultimo di questi eventi, che si ripete ormai sempre più spesso, si è verificato soltanto ieri con l’approvazione da parte della municipalità di Gerusalemme del piano 5834B, nel quale si stabilisce la costruzione di cinque edifici di sei piani ciascuno sui terreni sottratti ai palestinesi nel sobborgo di Beit Safafa, situato sulla strada che collega la Città Santa a Hebron. Solo alcuni giorni fa all’interno della stessa Gerusalemme, nel quartiere arabo di Silwan, il presidente del Consiglio municipale Nir Barkat ha dato il via insieme con la polizia allo sgombro e all’abbattimento di circa 50 edifici dove risiedevano famiglie palestinesi. Nello stesso giorno a ben 36 abitanti di Beit Hanina, un altro quartiere arabo della Città Santa, è stato notificato lo sfratto esecutivo. Secondo il centro di cultura italo-palestinese Al Quds in quest’ultimo caso si tratterebbe più che altro di una vendetta nei confronti dei congiunti di Mari Radayda, l’uomo che guidò un bulldozer contro un autobus e un’auto della polizia israeliana che poi lo uccise a colpi di arma da fuoco.
Proprio come accaduto l’11 febbraio scorso per il caso di Mohammad Khatib, il militare palestinese che uccise un soldato israeliano mentre questo era fermo ad un semaforo nei pressi di un check point. La famiglia del funzionario delle forze armate dell’Anp si è vista, dopo ore di inutili interrogatori, portare via la casa dai commilitoni della vittima. La stessa sorte poi toccata ad altri cinque nuclei familiari residenti nei pressi dell’insediamento di Barta’a in Cisgiordania. Sarebbe ora che l’Autorità nazionale palestinese facesse qualcosa di concreto per arginare questo fenomeno, anche perché non si tratta di un’azione fine a se stessa, ma di un piano ben preciso già esposto dal vicepremier israeliano Danny Ayalon. Il numero due dell’esecutivo di Netanyahu ha ammesso senza problemi che l’obiettivo di Tel Aviv è proprio quello di costringere in questo modo l’Anp a trasferire gli arabi senza più casa all’interno di quello che dovrebbe un giorno diventare il territorio del futuro Stato di Palestina. Difficilmente però l’Anp si muoverà per far fronte a tutto questo finché i suoi vertici saranno occupati da politicanti piegati alla volontà degli Stati Uniti e di Israele. A cominciare dal presidente Mahmud Abbas.

 

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Dopo Monaco 1972 Arafat fermò… con l’amore la furia dei terroristi palestinesi

La rivista americana The Atlantic ha ripreso, in una collezione postata sul sito una serie di articoli dedicati agli intrecci tra amore e politica, pubblicati a partire dal 1938. Vi proponiamo un estratto da un post.

Come riuscì Yasser Arafat a fermare la furia dei terroristi del Settembre Nero dopo il Massacro di Monaco del 1972? Se la domanda è estremamente interessante, la risposta – racchiusa in un articolo di Bruce Hoffman pubblicato nel dicembre 2001 – lo è, se possibile, ancor di più.

A raccontare l’incredibile strategia messa a punto da Abu Iyad, il capo dell’intelligence dell’Olp (l’Organizzazione per la liberazione della Palestina), è uno dei suoi uomini più fidati, che lo aiutò a partorire la straordinaria – e insieme semplicissima – idea.

Se la strage degli atleti israeliani aveva ottenuto lo scopo di attirare l’attenzione mondiale sulla causa palestinese e di far guadagnare all’Olp un posto da osservatore speciale all’interno dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dopo quell’episodio Arafat si trovò nella difficile situazione di dover “sedare” l’attivismo della sua cellula più pericolosa, consapevole che qualunque altro atto di violenza avrebbe fatto perdere alla sua organizzazione tutto ciò che aveva così faticosamente guadagnato. Convincere quegli uomini pronti a tutto per la causa non sembrava, però, affatto facile e l’idea di spiegar loro la “convenienza politica” del cambio di rotta era semplicemente utopica.

Così, Iyad e il fedelissimo generale intervistato da Hoffman tentarono l’impossibile: accasare tutti i membri del Settembre Nero in modo che perdessero la voglia di combattere. I due uomini girarono per settimane di città in città reclutando le più belle ragazze palestinesi in nome dell’amor di patria e, incredibilmente, riuscirono a “sistemarne” almeno un centinaio con gli ex-terroristi, che si mostrarono entusiasti della possibilità di sposarsi e di ricevere come bonus aggiuntivo un appartamento a Beirut con tv e frigorifero e 3 mila dollari. A chi avesse avuto un figlio entro un anno, inoltre, l’Olp regalò altri 5 mila dollari e fu così che i più temibili uomini di al-Fatah si trasformarono in placidi padri di famiglia.

Ma non è tutto. Per essere sicuri che il piano funzionasse sul lungo termine, Iyad e il generale misero a punto un test a cui periodicamente sottoposero i loro uomini: si trattava di proporre loro semplici missioni pacifiche in alcune città europee dove si trovassero delle sedi dell’Olp. Nella totalità dei casi, gli ex-terroristi si rifiutarono temendo che sarebbero stati arrestati e che avrebbero perso per sempre la propria famiglia.

 

 

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Mo: capo Hamas ucciso, altri 4 sospetti

2010-02-23 10:50:00

(ANSA) – BUBAI, 23 FEB – Gli Emirati arabi uniti hannoidentificato altri 4 sospetti, con passaporti Gb e irlandesi,per l'assassinio a Dubai di un capo di Hamas. Il 20 gennaioscorso, uno dei fondatori del braccio armato di Hamas, MahmoudAl-Mabhouh, e' stato ucciso da un commando che ha usatopassaporti e carte di credito di cittadini europei, dopo averlirubati e clonati. Lo rendono noto fonti informate negli stessiEmirati arabi uniti.

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M.O.: Abbas, provocazioni Netanjahu su Gerusalemme non aiutano pace

ultimo aggiornamento: 23 febbraio, ore 20:03Bruxelles, 23 feb. (Adnkronos) – Le dichiarazioni rese dal premier israeliano Benjamin Netanjahu sui luoghi santi di Gerusalemme sono “provocazioni” che non aiutano il processo di pace. Lo ha detto il presidente palestinese Mahmoud Abbas, al termine di un incontro a Bruxelles con il presidente del Parlamento europeo Jerzy Buzek. Netanjahu ha dichiarato che la celebra spianata delle moschee a Gerusalemme e il sottostante Muro del Pianto sono integralmente eredita' culturali israeliane.

M.O.: Abbas, creazione stato palestinese interesse vitale per Israele

Bruxelles, 23 feb. – (Adnkronos/Aki) – La creazione di uno Stato palestinese e' di interesse vitale per Israele. Lo ha sostenuto il presidente palestinese Mahmoud Abbas, a Bruxelles per una serie di visite ufficiali con i vertici del regno del Belgio e dell'Ue. “Uno stato palestinese indipendente – ha affermato durante un dibattito con deputati e senatori belgi -e' di interesse vitale per Israele. Noi aspiriamo tutti a una pace giusta e durevole in uno stato che viva in pace con Israele”. Questo, ha proseguito il leader palestinese, portera' “pace e stabilita' a tutta la regione”.

 

 

 

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