Rassegna stampa del 25 febbraio.

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giovedì 25 febbraio 2010, 09:07

Nel Mossad il figlio del capo di Hamas

Esce allo scoperto Massav Hasan Yusef, il più insospettabile degli agenti di Israele in Palestina. Convertito in segreto al cristianesimo, ha impedito un gran numero di attentati suicidi

Come hanno fatto i servizi israeliani a eliminare, senza farsi prendere, a Dubai – ammesso che siano stati loro -, Mahmud al-Mahbhou, il principale fornitore di armi iraniane a Hamas? Non sono certo una razza speciale di 007 e gli errori commessi in passato lo confermano. Basta pensare all'uccisione, nel 1973, a Lillehamer, in Norvegia, di un cameriere marocchino scambiato per Ali Hassan Salame, uno degli organizzatori della strage degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco nel 1972. Oppure il fallito attentato ad Amman contro Khaled Mashaal, capo di Hamas, che obbligò il governo di Gerusalemme a rilasciare il fondatore e guida spirituale di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin, per liberare gli agenti israeliani arrestati dalla polizia giordana.
D'altra parte, nonostante lo sviluppo delle tecnologie per la raccolta di informazioni in campo nemico sia ormai diventato un elemento indispensabile per l'intelligence di ogni Paese (in Israele l'unità nota con la sigla 8200 si è mostrata molto efficace), la guerra in Irak e in Afghanistan ha messo in evidenza a spese degli americani come non si possa fare a meno degli agenti segreti. L'abilità dei servizi israeliani consiste nel saperne reclutare anche all'interno dei più ostili schieramenti nemici.

Un anno e mezzo fa, raccontavamo su queste pagine la storia di un leader degli Hezbollah che si era convertito all'ebraismo dopo aver per anni collaborato coi servizi israeliani nel Libano. Nell'intervista che ci aveva concesso, aveva spiegato come fosse arrivato alla convinzione che vivere in pace con Israele e, se necessario, aiutarlo a difendersi, fosse un dovere per un buon musulmano. Sembrava un caso unico nel suo genere. Invece mercoledì la prima pagina del quotidiano israeliano Haaretz è stata dedicata all'intervista di un suo giornalista con Massav Hasan Yusef, figlio di uno dei fondatori e leader di Hamas, lo sceicco Hasan Yusef.

Noto ai servizi col nome di «Principe verde», per anni è stato il miglior agente israeliano in Palestina. L'uomo-ombra a cui – secondo quanto scriveva ieri il quotidiano di Tel Aviv – moltissimi israeliani debbono, senza saperlo, la loro vita.

Questo agente ha permesso a Israele, con grande rischio personale, di prevenire l'arrivo di nuovi candidati suicidi, procurando informazioni su chi forniva loro le cinture esplosive e in seguito (in collaborazione con al-Fatah) ha contribuito a distruggere l'organizzazione di Hamas in Cisgiordania.

Venerdì il giornale pubblicherà l'intero testo dell'intervista, superando l'ostacolo della censura militare, che certo avrebbe preferito che questo agente restasse incognito. Ma i servizi hanno dato il loro accordo alla pubblicazione, perché il «Principe verde» ha deciso di pubblicare in America la sua storia. Hanno capito, anche sulla base di precedenti esperienze, che il tentativo di bloccare la pubblicazione avrebbe solo aumentato la popolarità dell'autore. Hanno cosi preferito ricordare pubblicamente i suoi meriti e sottolineare il fatto che Massav Hasan Yusef ha agito per convinzione, dopo essersi convertito al cristianesimo. Una prova che il radicalismo terrorista islamico non è un fronte monolitico. Legato a una ideologia di morte che non è mai stata parte della fede islamica, una volta arrivato al potere come a Gaza sopravvive grazie alla paura che incute alle masse.

Il caso del «Principe verde» non è comunque un caso isolato, anche se straordinario.

Una delle ricadute meno note del conflitto arabo-israeliano è il numero di palestinesi che discretamente si converte all'ebraismo o al cristianesimo e che, meno discretamente, fa la fila davanti agli uffici del ministero dell'Interno a Gerusalemme Est per ottenere la cittadinanza israeliana. I vantaggi economici e sociali sono evidenti. Ma il fatto che il numero delle domande abbia superato quota dodicimila la dice lunga su quello che molti palestinesi pensano, contrariamente a quanto afferma l'opinione pubblica araba e palestinese.

 

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Una palestinese attraversa il Muro (quale Muro?) per andare al mare

 

 


Seduta sul mio divano nella comoda casa milanese, ripenso al tempo passato in Palestina e cerco di scrivere la quarta parte del reportage per ALIBI, quella in cui con Mary, amica palestinese cristiana, passo il Muro per andare in clandestinità in Israele, o meglio al mare ad Asquelon a trovare Noa, una ragazza israeliana che dopo 2 anni di servizio militare (che in Israele è obbligatorio e dura 3 anni per gli uomini e 2 per le donne) si è trasferita in America ed è diventata un’attivista pacifista, nonostante la sua famiglia sia stata costretta a costruire un bunker sotto casa per difendersi da eventuali lanci di razzi dal confine di Gaza, a pochissimi chilometri da Asquelon.
Ma mentre ripenso a quella giornata così intensa di emozioni, cercando di dare forma ai miei pensieri, vengo distratta. In questi giorni infatti anche il nostro Presidente del Consiglio è andato a visitare la Terra Santa, per aiutare il processo di pace tra Israele e Palestina, almeno così si dice. Nonostante abbia le orecchie aperte, forse non riesco a sentire bene… Forse ho capito male qualcosa. È nello stesso posto dove ho trascorso due mesi anche io? Forse no, forse si riferisce a un altro Israele, a un’altra Palestina… Sta dicendo, tra le mille altre cose su cui non è questa la sede di soffermarsi, che non ha visto il Muro? Sono sicura di avere capito male. Non può non avere visto il Muro. Non può, su un tema tanto importante e delicato, sviare il discorso dicendo che non ha visto il Muro. Mi sento umiliata. E se mi sento così io, figuriamoci tutti i palestinesi. Mi sento presa in giro. Mi vergogno di essere italiana. Mi vergogno di fronte ai miei amici palestinesi. Ma non posso fare niente se non continuare a lottare come posso. Scrivendo, raccontando, mostrando le mie foto.
E allora quando io e Mary abbiamo attraversato il Muro, che non si nota essendo alto solo 9 metri, abbiamo guidato su una macchina con targa rigorosamente israeliana e siamo arrivati, dopo 2 ore di viaggio, in questa ridente località di mare: villette bellissime, ognuna con un giardino enorme e curatissimo, in una pace quasi surreale…e in fondo lo è.
Noa ci accoglie con un grande sorriso e ci accompagna nella sua splendida villa. Ci presenta i suoi genitori. Nessuno ancora sa che Mary è palestinese. Essendo cristiana non ha niente – come il velo – che non la possa fare sembrare italiana come me per esempio. Tutti noi dipendiamo da segni distintivi. Li cerchiamo. Ne abbiamo bisogno. Bisogna farsi riconoscere. Bisogna sapere con chi si parla. Devo metterti in qualche casella della mia testa. Se no come faccio a interagire con te? Senza velo non sei palestinese. Aristotele ci aiuta con il suo sillogismo: Tutti i palestinesi sono arabi. Tutti gli arabi sono musulmani. Tutti i palestinesi sono musulmani. Ma forse dobbiamo stare più attenti. Meno superficiali. Mary è una palestinese cristiana. È bella, pelle chiara, capelli lunghi mossi castani, indossa una minigonna e una canottiera.

Io sono più vestita di lei. Noa è vestita come lei. L’unica cosa che la fa sembrare una palestinese è che appena vede il cane di Noa impazzisce dalla paura. I palestinesi non sono abituati ad avere animali domestici. È un bisogno più occidentale forse. Chissà come mai. Forse ricerchiamo l’affetto che ci manca. Non abbiamo più la famiglia allargata come invece i palestinesi ancora hanno. Chi lo sa. Ci sediamo tutti intorno a un tavolo in giardino, facciamo colazione, prepariamo le “cose da mare”: asciugamani, crema solare, acqua, cappelli. Intanto chiacchieriamo. Il silenzio intorno a noi mi incute quasi timore. La mia mente inizia a pensare che proprio in questo paradiso da un momento all’altro potrebbe arrivare un razzo da Gaza. Così vicina. E si inizia a parlare anche di questo. E del bunker che ognuna di queste ville ha per difendersi da possibili attacchi. Ma ne parliamo per poco tempo. I genitori di Noa hanno capito che Mary è palestinese. Forse meglio chiacchierare del più e del meno. Forse meglio andare in spiaggia. Solo io, Mary e Noa. Spiaggia immensa. Vuota. Sembra che il mondo sia nostro. Non siamo a abituati noi italiani a queste spiagge, così immense, così vuote. Ma, qualcosa mi sembra strano. Non siamo in Israele? E allora… come mai i cartelli sono tutti scritti in russo?

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DA ADA SERENI E MIKE HARARI FINO AI GIORNI NOSTRI

'Mossad, base Italia', tutta l'agibilità concessa all'intelligence israeliana

Un volume di Eric Salerno ripercorre l'ascesa di un'agenzia ingerente su un paese ingerito

“Mossad, base Italia” è la storia di un'agibilità militare, quindi politica. Di un'agibilità che l'Italia ha, dall'ultima fase della seconda guerra mondiale in poi, sempre concesso ai servizi d'intelligence dell'allora nascitura Israele. Una vera e propria impresa, che ha dapprima ottenuto l'agibilità per l'immigrazione di molti ebrei in fuga dall'Europa verso la Palestina e ha poi ottenuto conoscenze, logistica e lasciapassare per la formazione e le azioni di natura militare. (intervista video ad Eric Salerno, giornalista autore di “Mossad, base Italia”, edito da il Saggiatore).

«L'Italia è stata la piattaforma per tutta questa impresa», spiega Eric Salerno, tra i decani del giornalismo italiano sulle vicende mediorientali. «Dall'Italia sono partiti per la Palestina 25-30mila ebrei usciti dall'Europa tormentata dalla guerra. In Italia si sono svolte molte delle operazioni per mandare armi in Palestina. In Italia sono stati addestrati i combattenti che hanno poi lottato nella guerra per la fondazione di Israele. Sempre in Italia sono stati preparati gli aviatori israeliani, mercenari e non».


“Mossad, base Italia” è un volume avvincente e scevro da gratuito sensazionalismo. «Per organizzare il da fare in Italia, la prima cosa che hanno fatto gli agenti guidati da Ada Sereni, vedova di un'esponente importante della comunità ebraica italiana morto durante la guerra, è stato parlare con De Gaspari: “Voi ci dovete aiutare, e sopratutto chiudere un occhio su quello che facciamo”. Poi hanno fatto leva sul conflitto est /ovest che stava nascendo e lì si sono create alleanze strane e peculiari». L'operato del Mossad in Italia, in sintonia con la storia della politica estera dello Stato ebraico, è sempre stato mosso dal principio de “il nemico del mio nemico è mio amico”. Un principio che come unico parametro ha sempre avuto l'urgenza dell'imminenza. «Alleanze di vecchi nemici che diventavano amici. Gli americani arruolavano gli ex nazisti, così facevano diversi servizi come anche il Mossad. Poi in Italia arruolavano anche ex fascisti o fascisti usciti appena dal conflitto: volevano dimostrare che non fossero contro gli ebrei, ma erano stati solo parte di un sistema legato alla Germania».

In tutto il processo di fondazione dello Stato ebraico, il ruolo delle donne è assolutamente rilevante. Se la paternità del Mossad italico è attribuibile a Mike Harari, la maternità è riconducibile ad Ada Sereni. «Il pragmatismo di Ada Sereni è il pragmatismo di Israele». Fu lei a trattare con De Gasperi, organizzare il flusso migratorio verso la Palestina, pianificare e realizzare l'armamento delle prime organizzazioni militari che scongiurassero il rifornimento degli eserciti arabi avversi. La donna, secondo l'occorrenza, strinse sodalizi con chiunque potesse tornare utile alla causa sionista: dai fascisti desiderosi di azioni anti britanniche, fino ai comunisti che vedevano nella causa israeliana un giusto risarcimento alle politiche antisemite di Italia e Germania. «Gli americani parlano di democrazia, ma la maggior parte dei loro alleati in alcune zone del mondo certamente non sono paesi democratici. Per avere la bomba nucleare, Israele ha intrattenuto rapporti con il Sud Africa dell'apartheid».


Una storia di terrorismo
“Mossad, base Italia” è anche una storia di terrorismo: non c'è altro modo per definire, intellettualmente parlando, il brutale omicidio del poeta palestinese Wail Zwaiter a Roma. «L'uccisione di Zweiter certamente si può definire terrorismo, all'interno di una lotta di terroristi di diverse nazionalità e con diverse idee. Poi possiamo decidere di non chiamarli terroristi ma combattenti per la libertà dei propri paesi, ma anche Begin era un terrorista». Begin, l'uomo che poi divenne anche primo ministro di Israele, «era un terrorista: era a capo dell'organizzazione che ha fatto saltare l'albergo King David a Gerusalemme e l'ambasciata britannica a Roma. Combattevano per quello che volevano, al fine di creare e rafforzare lo stato d'Israele, come stanno combattendo e hanno combattuto i palestinesi. Una cosa che ho notato in tanti anni che mi occupo di Medio Oriente è che i palestinesi, tutto sommato, scimmiottano tutto quello che gli israeliani e gli ebrei hanno fatto per fondare il loro Stato. I documenti dell'Irgun distribuiti in Italia dopo l'attentato all'ambasciata britannica, sono simili a molti documenti distribuiti dai palestinesi, da Hamas come da altri».


“Mossad, base Italia” è una storia destinata a proseguire. Un'impresa che continua a operare non solo in Italia, ma in ogni parte del mondo. «La segnalazione degli almeno 26 agenti del Mossad fatta dalle autorità di Dubai, ritenuti responsabili dell'assassino del palestinese di Hamas, è un fatto interessantissimo». 26 agenti che, prima di colpire una delle menti militari di Hamas, hanno contraffatto passaporti europei e soggiornato nelle nostre città. «È normalissimo che alcuni di questi abbiano transitato per Roma o Milano». Ma quello che colpisce la sensibilità comune è come questi presunti agenti siamo persone assolutamente organiche alla società: «Giovani normali, turisti, uomini di affari, tutta gente con facce normali. Provengono da una società civile, israeliana». Una società completamente militarizzata dove l'esercito, come il Mossad, sono l'istituto fondante ancor più delle istituzioni politiche. Ma il Mossad rimane l'intelligence più all'avanguardia dell'area. Con la Siria troppo impegnata sul controllo sociale e politico interno; l'Egitto che, oltre al controllo interno, affida all'intelligence buona parte del lavoro diplomatico sull'area; con il Libano che vive la frammentazione degli interessi delle comunità confessionali anche dentro gli apparati di intelligence, il Mossad ha gioco assolutamente facile. Ma, come tutte le istituzioni israeliane, anche il Mossad è soggetto al logoramento della propria missione. Quanto potrà durare la felice sintesi tra il servizio d'intelligence e la società israeliana?

(alessandro di rienzo)2010-02-25 17:45:10

 

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23/02/2010Cinque anni dopo

La lotta nonviolenta di Bil’in compie gli anni

scritto per noi da Barbara Antonelli

Corrono frenetici taxi, service e auto private sulla strada dissestata e polverosa che dalla periferia di Ramallah arriva a Bil'in, villaggio della Cisgiordania. “Fi el afle fi Bil'in, el lyom”, c'e' un party oggi a Bil'in, dice il tassista mentre mi lascia nella piazza all'ingresso del paese, mai stata cosi affollata da giornalisti e dimostranti venuti da tutta la Cisgiordania, da Israele e anche dall'estero per partecipare alla consueta manifestazione del venerdi, contro il muro.

Oltre 2mila persone, 3mila dicono gli organizzatori, una folla festosa di attivisti, la banda di giovanissimi scout palestinesi, il gruppo israeliano di percussioni Ka/Ya Samba, i clown. 
Tutti accorsi a festeggiare cinque anni di caparbietà del comitato popolare del villaggio.
Da cinque anni, ogni venerdi, attivisti israeliani e internazionali marciano insieme al comitato popolare contro la costruzione della barriera con cui Israele ha espropriato i residenti di due terzi della terra agricola coltivabile, per l'espansione dei vicini insediamenti. Cinque anni che hanno reso Bil'in un esempio della nonviolenza palestinese contro l'occupazione israeliana, destando una sempre maggiore attenzione da parte dei media, anche mainstream; una formula basata sulla creativita' e la costanza, diventata un modello per altri villaggi della Cisgiordania. Dieci giorni fa, le immagini dei manifestanti a Bil'in travestiti da Na'vi, il popolo che nell'ultimo colossal di James Cameron, Avatar, si ribella ai colonizzatori, hanno fatto il giro della stampa internazionale.

C'erano anche le istituzioni venerdi scorso, Salam Fayyad, primo ministro palestinese, venuto a sostenere la lotta non violenta, ha ringraziato “il comitato popolare ma anche tutti quelli che hanno sostenuto la battaglia di Bil'in in questi anni, il diritto dei palestinesi a vivere liberi e in modo dignitoso”. C'erano anche molti rappresentatnti del Consiglio Legislativo Palestinese, Mustafa Barghouthi, Walid A'ssaf, Abdallah Abdallah e anche invitati europei, tra cui il sindaco di Ginevra, Remy Pagani, che ha ricordato come ” la comunità internazionale nulla abbia fatto per l'applicazone del diritto internazionale nei territori occupati Palestinesi”.

Qui a Bil'in si vive nel ricordo di Bassem. Non c'e' un solo speaker nei comizi pre-manifestazione che non l'abbia ricordato: Bassem Abu Rahme, ucciso nel 2009 da un candelotto di gas lacrimogeno, che gli ha perforato il torace. Perche' se e' vero che da cinque anni si manifesta, da altrettanti anni l'esercito israeliano tenta con tutti i modi di indebolire la lotta popolare nonviolenta: incursioni notturne, arresti generalizzati, intimidazioni e una repressione violenta della marcia ogni venerdi, con gas lacrimogeni, proiettili di gomma, e a volte proiettili veri. 31 attivisti di Bil'in sono ancora in carcere: tra loro Abdallah Abu Rahme, arrestato il 10 settembre 2009, per la cui liberazione e' stata lanciata una campagna sostenuta da diverse organizzazioni che si battono per la difesa dei diritti umani. Dalla prigione di Ofer nel quale e' detenuto (prigione israeliana nei territori occupati palestinesi), Abdallah in collegamento audio ha salutato i manifestanti e ricordato il legame forte che lega gli attivisti palestinesi a quelli israeliani e internazionali, “perche' la lotta popolare non violenta e' qualcosa di molto piu' grande della sola giustizia per Bil'in o per la Palestina, e' il simbolo di una lotta condivisa contro l'oppressione”.

E allora si e' marciato come tutti i venerdi, fino alla barriera che divide il villaggio dalle terre agricole. Per venti secondi i manifestanti hanno pensato che l'esercito non ci fosse. Hanno superato la recinzione metallica e appeso bandiere palestinesi, hanno tirato giù 30 metri di reticolato e filo spinato. Allora e' iniziata la pioggia di lacrimogeni, granate assordanti, idranti che spruzzano skunk, un'acqua puzzolente, una sostanza chimica “il cui odore ti resta attaccato addosso per giorni” dice chi a Bil'in e' di casa. Alcuni battono subito la ritirata, altri restano, un'ora o due, seduti sotto gli ulivi, a guardare da lontano la scena, sulla terra avvelenata dai gas lacrimogeni. Il bilancio della giornata e' di oltre 15 intossicati e qualche ferito lieve.

Alle tre ci si avvia verso la piazza del paese, alla ricerca di un taxi, è ora di tornare a casa. Con una seppur piccola vittoria per cui gioire: la sentenza che la Corte Suprema di Giustizia isrealiana ha emesso nel 2007 perché il muro fosse rimosso e il suo percorso spostato, e' stata finalmente applicata dall'esercito israeliano; il 15 febbraio sono iniziati i lavori di spostamento del reticolato, lavori che restituiranno a Bilin quasi la meta' dei dunum di terra confiscati. “La Corte israeliana aveva gia' emesso la sentenza due anni fa, ma è grazie alla nostra battaglia, non alla Corte, che l'esercito ha deciso di applicare la sentenza proprio adesso”, dice Mohammed Khatib, del Comitato popolare. “La Corte Internazionale di giustizia dell'Aja ha decretato che l'intero muro é illegale e andrebbe smantellato, non solo parzialmente come ha deciso la Corte.” Una decisione molto sofferta, visto che il comitato, una volta accolta la sentenza, non potra' piu' ricorrere alla Corte: il villaggio ha votato per accettare e continuare però le azioni di protesta per l'illegalità del tracciato e del muro.
“Riprendiamoci la nostra terra occupata dal 1967, piccolo pezzo dopo piccolo pezzo e continuiamo a lottare”, riporta il comunicato stampa. La battaglia va avanti allora, appuntamento al prossimo venerdi.

http://www.osservatorioiraq.it/index.php

Come muore la pesca a Gaza


di Carlo M. Miele
Osservatorio Iraq, 25 febbraio 2010

Il blocco economico imposto sulla Striscia a partire dal 2007, le restrizioni alla pesca e i frequenti attacchi della marina israeliana rendono impossibile la vita dei pescatori palestinesi di Gaza. E la situazione è sensibilmente peggiorata nell’ultimo anno, dopo l’offensiva militare israeliana del gennaio 2009.

È quanto emerge dalle testimonianze raccolte nell’enclave palestinese da Irin News, agenzia di stampa legata alle Nazioni Unite. 

“Adesso – dice Muhamed Subuh al-Hissi, membro del sindacato dei pescatori di Gaza – gli israeliani ci sparano contro in ogni momento, e senza ragione. La marina continua a sequestrarci l’attrezzatura da pesca e a rompere le nostre reti. Vogliamo trovare una soluzione, ma non sappiamo quale. Per quanto può durare questa situazione?” 

In base agli accordi di Oslo, sottoscritti nel 1993 da Israele e dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp), i pescatori palestinesi hanno il permesso di uscire in mare per circa 20 miglia nautiche. 

Nel 2000, dopo lo scoppio della seconda Intifada, lo Stato ebraico ha ridotto arbitrariamente questo limite a tre miglia, ma – secondo i palestinesi – la situazione è definitivamente degenerata nell’ultimo anno, quando gli israeliani hanno iniziato ad aprire il fuoco contro ogni imbarcazioni, comprese quelle che si trovano sottocosta. 

Sono tante le storie drammatiche raccolte a Gaza da Irin News.

Sami al-Qouqa è un ex pescatore di soli 30 anni, proveniente dal campo profughi di al-Shati, nel nord della Striscia. Ha perso la propria mano sinistra nel marzo 2007, quando la sua imbarcazione da pesca è stata presa di mira dal fuoco della marina israeliana in un incidente documentato dalPalestinian Centre for Human Rights (Pchr). 

Da allora Qouqa non può lavorare, e lui e la sua famiglia per sopravvivere dipendono dalle razioni della Agenzia Onu per i profughi palestinesi (Unrwa). 

Gli israeliani – come ha ribadito a Irin News il portavoce dell’esercito Avikhay Adrii – si difendono dalle accuse sostenendo che la marina colpisce solo i mezzi sospettati di contrabbandare armi all’interno di Gaza, minacciando così la sicurezza di Israele. 

A febbraio, in seguito al rinvenimento di esplosivo su una spiaggia israeliana, il capo della marina, il generale maggiore Eliezer Marom, ha dichiarato alla stampa che le “organizzazioni terroriste” stavano “facendo un uso cinico dei pescatori di Gaza per i propri fini”. 

Secondo il Pchr, tuttavia, solo nell’ultimo anno sono stati 36 gli attacchi compiuti dai militari israeliani ai pescatori palestinesi, mentre questi si trovavano all’interno della zona “protetta”. 

I risultati di questa politica sono evidenti.

Dieci anni fa – afferma l’istituto di ricerche palestinese Pal-Think – a Gaza vi erano circa 6 mila pescatori che raccoglievano circa 3 mila tonnellate di pesce all’anno; adesso non superano le 3600 unità.

 

http://www.medarabnews.com/

25/02/2010

Original Version: Gaza’s defiant tunnellers head deeper underground

Il reportage del noto giornalista britannico Robert Fisk mette a nudo l’ipocrisia internazionale dell’assedio di Gaza, che obbliga i palestinesi a costruire tunnel sotto il confine, rifornendo Hamas del cemento di cui necessita, mentre gli abitanti di Gaza non possono ricostruire le loro case e non hanno cibo per sfamarsi

***

Sono la vera resistenza. Sono i polmoni attraverso i quali Gaza respira. E’ vero, missili, razzi Qassam, munizioni per Kalashnikov ed esplosivi passano attraverso i loro corridoi sotterranei. Ma – ed è questo il loro compito più importante – gli operatori dei tunnel di Gaza provvedono a fornire linfa a questo assediato pseudo-staterello islamico: carni fresche, arance, cioccolata, camicie, pantaloni, giocattoli, sigarette, abiti da sposa, carta, interi motori di automobili in quattro pezzi, batterie per auto e persino tappi per bottiglie di plastica. Questi uomini vengono bombardati dagli israeliani, muoiono per il crollo dei loro tunnel, e ora si trovano ad affrontare un nuovo muro egiziano,  e persino la paura di annegare. Per gli israeliani possono essere dei terroristi – l’uso indiscriminato di questo termine lo rende abbastanza privo di senso, oggigiorno – ma sono degli eroi per i palestinesi di Gaza. Forse anche degli eroi ricchi.

In questo momento, tuttavia, Abdul-Halim-Mohsen è preoccupato per la costruzione del muro egiziano. Siede accanto allo scoppiettante falò nei pressi dell’ingresso del suo tunnel, scaldandosi le mani al fuoco, respirando denso fumo azzurrino, mentre una grande tenda bianca sopra di lui trasforma i suoi compagni in ombre di Rembrandt, mezzi visi, maglioni pesanti, bagliori luminosi nel buio, con il generatore che sibila in un angolo.

“Certo che ho paura del muro egiziano,” dice Al-Mohsen. “Inonderanno i tunnel. Come possiamo difenderci? Potremmo affogare”. Rivolge il palmo delle mani verso di me, come per dire  “che cosa ci possiamo fare?”, un gesto usato da tanti palestinesi, ma lui sta parlando seriamente. I tunnel sotto il confine tra Gaza e l’Egitto sono un business, un gioco da professionisti, e le bombe di Israele sono una sfida piuttosto che un problema. C’è persino una ferrovia in miniatura con quattro carrelli lungo uno dei pozzi. Il denaro fa scorrere le ruote.

Fedeli ai trattati con Israele e con il Quartetto (del signor Blair di Kut al-Amara [l’assedio di Kut al-Amara del 1915-1916, nel quale gli inglesi furono duramente sconfitti, assurge qui a simbolo della disfatta britannica in Iraq (N.d.T.) ] ), gli egiziani hanno annunciato il mese scorso che costruiranno un muro – i muri oggigiorno sono la moneta del Medio Oriente, da Kabul e Baghdad alla Cisgiordania – tra le macerie del sud della Striscia di Gaza palestinese e l’Egitto, al fine di schiacciare e chiudere i tunnel  “terroristi”. Le ONG straniere nella Striscia di Gaza vedono in questa manovra un modo, già ampiamente utilizzato dagli egiziani, per gettare fumo negli occhi agli israeliani e compiacerli – il che significa compiacere gli americani – aggiungendo che il muro egiziano scenderà solo 5,5 metri sottoterra, ben al di sopra della profondità dei tunnel. Forse è nell’interesse degli operai dei tunnel essere più pessimisti. Al-Mohsen sembra realmente preoccupato per l’iniziativa egiziana.

“Se inondano i tunnel, noi saremo ancora più in pericolo,” dice. “Ci vuole un’ora per uscire dalla galleria se si cammina accucciati o carponi. Quando gli israeliani bombardano, ci arrampichiamo fino alla sponda egiziana – gli israeliani non bombardano la sponda egiziana – ma se gli egiziani ci fermano, saremo vittime dei bombardamenti se il tunnel crolla”.

Me lo chiedo anch’io, soprattutto quando Abu Wadieh ci invita a guardare la volta cavernosa che si apre in un angolo lontano della tenda. Non si tratta di una fossa, ma di un tunnel verticale di pietra e mattoni solidamente costruito, di quasi 4,5 metri di larghezza, 27 metri di profondità – così profondo che riesco a malapena a vedere le piccole braccia degli uomini molto al di sotto di me che appendono sacchi di frutta a un grosso gancio d’acciaio – e più di mezzo miglio di lunghezza. Una fune porta i sacchi in superficie mentre il generatore sibila e gli uomini all’ingresso del tunnel danno una leggera spinta ai sacchi in modo che essi, dondolando, finiscano nelle loro braccia. Questi uomini conoscono il proprio lavoro. Tutti dichiarano di non interessarsi di politica, naturalmente. Non ci sono armi che passano attraverso i loro tunnel. No, certamente.

Un camion si è avvicinato alla tenda a marcia indietro, una squadra di uomini impila frutta e verdura, mobili e bottiglie di Coca-Cola egiziane nel camion. Chiedo ad al-Mohsen – il quale giura  (trattenendo un sospiro) che sarà un ingegnere quando verrà la pace – a cosa stia pensando. Ha visto immagini di altre gallerie e ha guardato un film molto tempo fa, in cui dei prigionieri stranieri – inglesi – fuggivano da un campo di concentramento tedesco attraverso un tunnel. Certo. La Grande Fuga! Richard Attenborough, James Garner e Steve McQueen, e il vagone ferroviario che li traghettava fuori dal loro stalag (lager (N.d.T.) ). Ciò garantisce la qualità professionale del tunnel – e anche della linea ferroviaria. Tuttavia, scelgo di non ricordare ad al-Mohsen quello che è successo ad Attenborough.

Ma questo è un affare serio. Delle organizzazioni non governative stimano che Hamas trattiene il 15% dei profitti del fatturato degli operatori dei tunnel, e ciò garantisce a questa “nobile”  istituzione – aspramente criticata da Israele, Stati Uniti e Europa da quando ebbe l’audacia di vincere le elezioni palestinesi del 2006 – una sicura rendita annua di 350 milioni di dollari (225 milioni di sterline ).

Così, mentre il mondo impone l’assedio a Gaza e condanna un milione e mezzo di persone alla miseria e – in alcuni casi – alla fame, Hamas si rifornisce del calcestruzzo, dei materiali da costruzione, di ferro e armi, che le sue abbondanti riserve di denaro possono acquistare.

Mentre l’UE vigliaccamente consente ad Israele di privare i civili palestinesi di cemento per ricostruire le loro case dopo il bagno di sangue dell’anno scorso a Gaza – in quanto Hamas potrebbe utilizzare il cemento per costruire bunker – Hamas stesso ha abbastanza riserve di cemento per costruire una città di bunker o un mare di moschee, per non parlare degli edifici che ha eretto proprio di fronte alle truppe israeliane a Erez.

In altre parole, i tunnel mantengono Hamas in attivo, e Gaza in vita. I poveri palestinesi, ovviamente, devono essere sfamati dalle Nazioni Unite. I tunnel, pertanto, non rappresentano solo una serie di arterie tra Gaza e l’Egitto, ma anche una grande ipocrisia internazionale.

Abu Wadieh, che impiega 35 uomini che lavorano all’interno e al di sopra del tunnel di Mohsen, sta accanto al fuoco scoppiettante, con la kuffiah che gli avvolge il capo come il casco di un muratore, fregandosi le mani al vento freddo che si riversa nella tenda, mentre l’ultimo camion porta le sue ricchezze a Gaza City.

“Temo che gli uomini se ne andranno tutti, se ci sarà un’altra guerra”, dice. “Ma sono esperti. Sanno cosa fare.”

A soli 100 metri, si intravede l’impugnatura gialla di un martello pneumatico egiziano. Fanno da sfondo l’orizzonte e le fondamenta di un muro grigio. Dietro di esso, una bandiera egiziana fa capolino da una torre di guardia dove i soldati della Repubblica Araba d’Egitto si assicurano che i loro fratelli arabi palestinesi rimangano assediati nella discarica di Gaza.

Robert Fisk è un noto scrittore e giornalista britannico; è corrispondente dal Medio Oriente per il quotidiano britannico “The Independent”; risiede a Beirut

 

http://www.repubblica.it/

Gerusalemme, 08:26

M.O.:ISRAELE COSTRUIRA' ALTRI 600 EDIFICI A GERUSALEMME EST

Si allontana ulteriormente ogni ipotesi di ripresa dei negoziati israelo-palestinesi. Le autorita' israeliane stanno per approvare un piano edilizio per la costruzione di altri 600 alloggi a Gerusalemme Est, annessa dallo Stato ebraico nel 1980 ma considerata dai palestinesi Cisgiordania. Il presidente dell'Anp Abu Mazen ha ripetutamente chiesto il congelamento degli insediamenti per far ripartire i colloqui ma Israele si e' limitato ad offrire una moratoria di 10 mesi .

 

http://www.ilmessaggero.it/

Capo Hamas ucciso, identificati altri 15
sospetti. Partiti dall'Italia 8 del commando

Il figlio di un dirigente di Hamas informava il servizio
di sicurezza israeliano. Hamas: «Indagheremo»

TEL AVIV (24 febbraio) – La polizia di Dubai ha identificato 15 nuovi sospetti per l'assassinio, avvenuto il 20 gennaio scorso, di uno dei fondatori del braccio armato di Hamas, Mahmoud Al-Mabhouh: lo ha riferito la tv al Arabiya precisando che sei di loro erano in possesso di documenti d'identità britannici, tre sono irlandesi, tre australiani e tre francesi. Molti di loro, inoltre, risultano aver utilizzato carte di credito tutte rilasciate dallo stesso istituto bancario. Sale così a 26 il numero delle persone sospettate di essere coinvolte nella vicenda. 

Otto uomini del commando venivano dall'Italia. 
Secondo gli inquirenti i 26 membri del commando si sono riuniti a Dubai prima dell'omicidio, provenendo da sei diverse città dell'Europa e da Honk Kong. In particolare, otto di loro sarebbero giunti a Dubai dall'Italia: sei da Roma e due da Milano, ma nessuno di loro aveva passaporti italiani. Dodici membri viaggiavano con passaporto britannico, sei con passaporto irlandese, quattro con documento francese, tre con documento australiano e uno con passaporto tedesco.

Il figlio di un dirigente di Hamas informava i servizi di sicurezza israeliani. Lo Shin Bet, il servizio di sicurezza israeliano, ha utilizzato per dieci anni in Cisgiordania un informatore di prim'ordine: il figlio dello sceicco Hassan Yussef, un leader politico di Hamas. Lo riferisce il quotidiano Haaretz. Massab Hassan Yussef, questo il suo nome, ha oggi 32 anni e vive da diversi anni negli Stati Uniti, dove ha abbracciato il cristianesimo. 

Un libro di Mussab racconterà i retroscena. Secondo il quotidiano israeliano è di prossima pubblicazione un suo libro, “Figlio di Hamas”, in cui Mussab Hassan Yussef ricostruisce le proprie attività e rivela fra l'altro i retroscena delle attività dei servizi segreti israeliani nei Territori. 

Mussab ha aiutato lo Shin Bet a sventare decine di attentati suicidi palestinesi, dice il giornale, ha favorito l'arresto dei responsabili di gravi attentati, fra cui Ibarhim Hamed, Abdallah Barghuti, nonchè del leader di al-Fatah Marwan Barghuti. Mussab aiutò lo Shin Bet – secondo Haaretz – anche nell'arresto del proprio padre, lo sceicco Hassan Yussef: ciò per evitare che venisse eliminato. 

«Israeliani riconoscenti». Un ex ufficiale dello Shin Bet ha detto a Haaretz che moltissimi israeliani hanno un debito di riconoscenza nei confronti di Mussab, in quanto questi non ha esitato a mettere costantemente la sua vita a repentaglio per impedire spargimenti di sangue. Il giornale anticipa che nei prossimi giorni pubblicherà una lunga intervista con lui. 

Hamas è stato colto di sorpresa dalle rivelazioni odierne di Haaretz. «Sappiamo che Israele spesso mente e che fa propaganda» ha detto all'Ansa Taher a-Nunu, portavoce dell'esecutivo di Hamas a Gaza. «Ora dovremmo investigare, controllare la fondatezza di quelle affermazioni». 

«Sceicco al di sopra di ogni sospetto». Ad ogni modo, ha precisato a-Nunu, la figura dello sceicco Hassan Yussef (ossia del padre di Mussab) resta «al di sopra di qualsiasi sospetto». Da parte sua un altro portavoce di Hamas, Mushir al-Masri, ha detto alla stampa locale che «la macchina propagandistica di Israele lavora di continuo mediante la propagazione di notizie false per minare alla base la strenua posizione nazionale dei palestinesi». Le informazioni di Haaretz potrebbero dunque rientrare, a suo parere, «nella guerra psicologica che Israele conduce contro il popolo palestinese».

 

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25-02-10

M.O.: CORTE UE, NO REGIME DOGANALE CE-ISRAELE PER PRODOTTI CISGIORDANIA

 

 

 

(ASCA) – Roma, 25 feb – ''I prodotti originari della Cisgiordania non possono beneficiare del regime doganale preferenziale istituito dall'accordo Comunita' europea-Israele''. Lo rende noto la Corte di giustizia dell'Unione europea in un comunicato .

''L'affermazione delle autorita' israeliane, secondo cui prodotti fabbricati nei territori occupati beneficerebbero del trattamento preferenziale accordato alle merci israeliane non vincola le autorita' doganali dell'Unione'', ha sottolineato la nota.

''Con la sentenza pronunciata in data odierna, la Corte rileva che i due accordi di associazione hanno ciascuno una sfera di applicazione territoriale propria: l'accordo CE-Israele si applica al territorio dello Stato di Israele, mentre l'accordo CE-OLP si applica al territorio della Cisgiordania e della Striscia di Gaza'', precisa.

''La Corte osserva che il diritto internazionale generale vieta di porre obblighi a carico di un soggetto terzo, quale l'Autorita' palestinese della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, senza il suo consenso. L'accordo CE-Israele non puo' essere quindi interpretato nel senso che le autorita' palestinesi siano obbligate a rinunciare a esercitare le competenze loro devolute dall'accordo CE-OLP, in particolare con riferimento al rilascio dei documenti doganali attestanti l'origine delle merci prodotte nei territori della Cisgiordania e della Striscia di Gaza'', ha concluso.

 

 

 

 

 

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