Rassegna stampa del 26 marzo.

Rassegna stampa del 26 marzo.

A cura di Chiara Purgato.

http://www.ilgiornale.it/?SS_ID=-1

Tensione a Gaza, scontri: morti 2 soldati israeliani, colpiti anche 2 palestinesi

Due soldati israeliani e due palestinesi uccisi nell’attacco a est di Khan Younis. Colpita una pattuglia israeliana è seguito uno scontro a fuoco. L'azione rivendicata dalle brigate Qassam

Gaza – Due soldati israeliani e due palestinesi sono rimasti uccisi in un’esplosione a est di Khan Younis, nella striscia di Gaza. Secondo la televisione satellitare araba al Arabiya, una pattuglia israeliana è stata l’obiettivo di una bomba e all’esplosione è seguito un conflitto a fuoco. Oltre ai due militari, due palestinesi sono stati uccisi nella sparatoria, ha aggiunto al Arabiya.

La ricostruzione dell'attacco L’attacco, rivendicato dal braccio armato di Hamas, le Brigate Ezzedin al Qassam, era un tentativo di sequestro di soldati israeliani, ha indicato l’emittente, citando fonti non identificate. In precedenza, testimoni palestinesi avevano riferito di un’esplosione molto forte avvenuta a Kissoufim, un vecchio punto di passaggio tra la striscia di Gaza e il territorio israeliano. Un palestinese è stato gravemente ferito dalle granate dei tank israeliani successive all’esplosione, mentre un elicottero sorvolava il settore.

 

http://notizie.virgilio.it/

M.O./ Gaza, due palestinesi feriti in due distinti incidenti

E' controllata dal movimento integralista islamico Hamas

Gaza City, 25 mar. (Apcom) – Due palestinesi sono rimasti feriti a colpi di arma da fuoco dalle forze israeliane in due distinti incidenti avvenuti nella striscia di Gaza, controllata dal movimento integralista islamico Hamas. E quanto si è appreso da fonti sanitarie.

Mouaouiya Hassanein, il capo delle emergenze a Gaza, ha dichiarato che un operaio a giornata si trova in “condizioni molto critiche” dopo essere stato raggiunto da una pallottola alla schiena vicino al punto di passaggio di Soufa, nel sud della striscia di Gaza.

Un pescatore è rimasto inoltre ferito al largo della costa nord di Gaza da proiettili provenienti da navi israeliane, ha aggiunto. La marina israeliana apre spesso il fuoco a titolo di avvertimento perché i pescatori restino limitati nella loro zona di pesca di 3 miglia (circa 5,50 chilometri).

L'esercito israeliano ha dichiarato di non essere al corrente dell'incidente avvenuto vicino a Soufa. Ha aggiunto che il pescatore è caduto e ha battuto la testa quando la marina ha effettuato spari di avvertimento.

 

M.O./ Damasco, manifestazione contro insediamenti Israele

Organizzata dal governo siriano

Damasco, 26 mar. (Ap) – Decine di migliaia di siriani e palestinesi si sono radunate nella piazza di Damasco in una marcia della rabbia, organizzata dal governo siriano, contro gli insediamenti israeliani a Gerusalemme est.

La folla a piazza Youssel al-Azmi ha sventolato le bandiere siriane e palestinesi e ha esposto ritratti dei leader di Hamas, mentre venivano intonati slogan anti-israeliani. Un importante funzionario del movimento integralista islamico, Mohammed Nazzal, ha condannato quella che ha definito la “brutale aggressione” siriana ai santuari. Gli Stati Uniti e i Paesi arabi vogliono che Israele fermi la costruzione di case ebraiche a Gerusalemme est, la parte della città che i palestinesi rivendicano come capitale del loro futuro stato.

 

http://www.repubblica.it/

M.O.: NETANYAHU, “SU GERUSALEMME NON SI CAMBIA ROTTA”

La politica israeliana non cambia rotta sulla questione di Gerusalemme. E' il monito con cui il premier Benjamin Netanyahu ha concluso il suo viaggio a Washington. 'La posizione del premier' si legge in una nota del gabinetto di Netanyahu, 'e' che non ci saranno cambiamenti nella politica israeliana su Gerusalemme perseguita dai governi che si sono succeduti negli ultimi 42 anni' .

 

http://www.carta.org/

La crisi tra Israele e Usa

Non solo Gerusalemme est, e non solo la Palestina. Il gelo tra Obama e Netanyahu va molto più in profondità.

«La crisi tra Stati uniti e Israele riguarda qualcosa di molto più grande dei colloqui indiretti con i palestinesi. Per quanto riguarda il presidente Barack Obama e i suoi più stretti consiglieri, il primo ministro Benyamin Netanyahu è da incolpare per aver danneggiato nulla di meno dell’immagine degli Stati uniti nel Medio oriente e nel mondo musulmano». Così scrive Akiva Eldar, uno dei più acuti osservatori israeliani, dalle pagine del quotidiano Haaretz. 
Nei giorni della visita del vicepresidente Joe Biden, fonti diplomatiche statunitensi hanno lasciato filtrare uno dei commenti «a caldo». L’atteggiamento del governo israeliano, pare che Biden abbia detto, «mette in pericolo vite americane in Afghanistan, in Iraq e in Pakistan». Un tono assolutamente inusuale e un argomento determinante per l’atteggiamento dell’opinione pubblica statunitense.
Nelle ultime settimane, in effetti, il tono della polemica tra il governo israeliano e la Casa bianca è salito. Le cronache della visita di Netanyahu a Washington, riportate con minuzia di particolari dai giornali israeliani, indicano una chiara volontà statunitense di mettere sotto pressione il primo ministro israeliano. Obama ha usato ogni mezzo per far capire a Netanyahu che stavolta si fa sul serio, o almeno più sul serio. Dai piccoli grandi sgarbi concessi dal protocollo diplomatico [niente conferenze stampa, niente foto con le strette di mano, udienza a tarda sera, niente picchetti d’onore] fino alle richieste politiche precise, sembra sia arrivato il cambiamento di rotta che una buona parte dei palestinesi e molti israeliani aspettavano dalla nuova presidenza Usa. 
E’ ancora presto per misurare quanto sia profondo questo cambiamento: mentre l’attenzione mondiale era concentrata sul fallimento di Netanyahu, a Washington c’era anche il ministro della difesa israeliano Ehud Barak che ha concluso alcuni accordi commerciali con il Pentagono per la fornitura di tre aerei da trasporto C130J, 70 milioni di dollari l’uno, pagati dai contribuenti statunitensi grazie al programma di assistenza militare. Barak avrebbe anche voluto chiudere sulla fornitura all’Iaf, l’aviazione israeliana, del nuovo caccia F35, ma a quanto pare l’accordo non è stato ancora trovato.

Le conseguenze più pesanti della crisi tra Usa e Israele le sta senza dubbio subendo Netanyahu. Il falco del Likud ha dimostrato, soprattutto, di non avere capacità di controllo sul proprio governo. Prima c’è stata l’uscita del ministro dell’intero Eli Yishai sulle 1600 nuove abitazioni a Ramat Shlomo, poi, venerdì, prima dell’incontro con i ministri per riferire della visita a Washington, è arrivata una seconda magra figura: uno dei portavoce del primo ministro ha annunciato che con gli Stati uniti era stato raggiunto un accordo sugli insediamenti dei coloni ebrei nei Territori occupati. Meno di un’ora dopo è arrivata una frettolosa e imbarazzata smentita. Netanyahu, però, non molla e ripete in ogni occasione davanti alla stampa israeliana di non aver alcuna intenzione di modificare la sua maggioranza come, lascia intendere, la Casa bianca avrebbe piacere che fosse. Non sarebbero in discussione né il posto di Avigdor Lieberman, il leader di Israel Beitenu messo al ministero degli esteri, né quello di Yishai, leader del partito religioso Shas, a capo del dicastero degli interni, che in Israele è tradizionalmente attribuito agli ortodossi e che si occupa sì dei permessi di costruzione [assieme al ministero per l’edilizia] ma non di sicurezza [c’è un ministero apposito]. 
La leadership di Netanyahu viene erosa sia dall’interno che dall’esterno. Oltre alle critiche che vengono dallo Yesha, il consiglio che riunisce alcune delle anime dei movimenti dei coloni, c’è una crescente insofferenza anche in pezzi dell’establishment militare, preoccupato perché le divergenze su Gerusalemme e sui colloqui con i palestinesi possono indebolire la posizione israeliana rispetto ad altri e più gravi «pericoli», reali o percepiti come tali, dall’Iran ai sospetti di riarmo degli Hezbollah libanesi.

In questo senso, Akiva Eldar ha ragione due volte. C’è qualcosa di più profondo e di più grande nella crisi politica tra gli Stati uniti e Israele. Spiega Naomi Paiss, direttrice della comunicazione del New Israel Fund [un fondo che raccoglie i contributi degli ebrei americani per sostenere le Ong israeliane che si occupano di diritti sociali, pace, ambiente] che «l’80 per cento degli ebrei americani ha votato per Obama anche perché spera in un cambiamento nell’atteggiamento della Casa bianca verso il governo israeliano». E tra gli ebrei americani, secondo Paiss, «cresce la distanza rispetto alle scelte del governo israeliano e di questo governo in particolare». L’Aipac, insomma, la potente organizzazione di lobbying che Netanyahu non ha mancato di incontrare a Washington, non rappresenta più – ammesso che mai lo abbia fatto – l’opinione della maggioranza degli ebrei statunitensi. 
Il secondo punto è quello segnalato da un articolo di Avraham Burg, già presidente della Knesset, su Haaretz di qualche giorno fa. A proposito di Gerusalemme, Burg scrive che «la capitale israeliana – ebrea e araba – è diventata la capitale di pericolosi e allucinati fanatici. Questa non è la città di tutti i suoi abitanti, né la capitale di tutti i suoi cittadini. È una città triste che appartiene ai suoi coloni, ai suoi Ultra-Ortodossi, ai suoi abitanti violenti e ai suoi messia». Come dire che sono i coloni, e il governo che ne segue le orme, i responsabili della perdita dell’anima israeliana. Nemmeno Netanyahu può fingere molto a lungo di non vederlo.

 

http://www.rinascita.eu/index.php

Dal mandato britannico alla Nakba

 

     

 

 

Durante il ventennio che precedette il secondo conflitto mondiale  migliaia di ebrei emigrarono in Palestina. Fu un esodo incontrollato che aveva come unico obiettivo, quello di sovvertire lo sviluppo demografico a vantaggio delle popolazioni di religione ebraica. Molti saranno in quel periodo gli episodi di violenza perpetrati dagli israeliani ai danni delle popolazioni arabe, tanto che nell’aprile del ‘36, il Supremo comitato arabo diede avvio ad uno sciopero generale che imponeva la fine dell’immigrazione ebraica, compreso il divieto di vendita delle terre ai coloni.
Il Comitato inoltre sancì il rifiuto generale di pagare le tasse e chiese la fine del mandato britannico, nonché elezioni immediate.
Nel 1937 fu proposto da una commissione britannica (Commissione Peel) la divisione della Palestina in due parti: uno israeliano (circa 1/3 delle terre comprensivo della Galilea e della pianura costiera) ed uno arabo.
I palestinesi si opposero chiedendo ancora a gran voce il blocco dell’immigrazione dall’Europa, nonché una garanzia per le minoranze all’interno di un unico stato comune.
I britannici risposero sia rafforzando fortemente il loro dispositivo militare con un ulteriore dispiegamento di uomini, sia adottando un atteggiamento più severo nei confronti del dissenso arabo. Detenzione (reclusione senza imputazione o processo), coprifuoco, abbattimento di abitazioni: tutte pratiche a cui ricorsero i britannici in quel periodo. La principale organizzazione militare ebraica, l’Haganah, nata in risposta ai moti del 1920 e trasformata in un esercito clandestino centralizzato forte di 14.500 uomini dopo i moti del 1929, appoggiò di fatto gli sforzi repressivi britannici. Sebbene gli amministratori britannici non riconoscessero ufficialmente l’Haganah, le forze di sicurezza britanniche cooperarono con essa per formare la Polizia Ebraica degli Insediamenti, le Forze Ausiliarie Ebraiche e gli Squadroni Speciali Notturni, così da risparmiarsi la difesa della popolazione ebraica. Sempre nel 1937 un gruppo minoritario scissionista dell’Haganah, l’organizzazione Irgun Zvai Leumi (chiamata anche per il suo acronimo ebraico Etzel), avviò una politica di rappresaglia e di vendetta, anche contro civili. Da questo momento in poi verranno alla luce tutti gli elementi di strategia del terrore che getteranno le basi per il piano sionista di pulizia etnica in terra di Palestina.
La Seconda Guerra Mondiale era alle porte, l’immigrazione ebraica dall’Europa centrale al suo acme, mettendo a rischio l’intero equilibrio socio-politico nella regione. Malgrado il governo britannico avesse reso pubblico un documento atto a limitare l’affluenza indiscriminata di ebrei in Palestina (White Paper), navi stracariche di immigrati provenienti dall’Europa, viaggiando di notte per eludere il blocco inglese, scaricarono migliaia di persone sulle spiagge. Durante la guerra, i nuclei armati sionisti dell’Haganah e dell’Irgun, si organizzarono con l’obiettivo di rivolgere contro gli stessi inglesi la loro lotta di liberazione del territorio dalle popolazioni arabe autoctone. Alla loro guida era stato eletto un uomo che trent’anni dopo, nelle vesti di primo ministro di Israele, avrebbe firmato un trattato di pace con l’Egitto di Anwar el Sadat: Menachem Begin, gesto che gli valse la nomina a premio Nobel per la Pace, malgrado gli efferati crimini di cui si rese responsabile di una dura e sanguinosa repressione contro il popolo arabo di Palestina.  
Fu proprio sotto la guida di Begin che nel 1944 i sionisti mossero una rivolta contro il governatorato inglese, infatti, mentre una parte degli ebrei era convinta che si potesse raggiungere l’obiettivo di conquista della Palestina attraverso l’acquisizione dei territori, l’altra parte, quella dell’Irgun, più reazionaria, diede inizio ad una serie di attentati contro l’amministrazione inglese. 
L’attentato terroristico più noto – a cui partecipò anche il futuro premio Nobel Menachen Begin – fu certamente quello del King David Hotel di Gerusalemme, portato a termine da sei membri dell’Irgun travestiti da arabi: nell’attentato morirono quasi cento persone.
Al termine della seconda guerra mondiale la situazione palestinese era ormai giunta al limite, con l’Inghilterra ormai incapace di arginare un’imminente guerra civile. Infatti Londra, non riuscendo più a procrastinare la rivolta degli arabi che giorno dopo giorno si vedevano portar via le proprie terre, furono costretti a rimettere la delicata questione nelle mani delle Nazioni Unite, che erano da poco nate dalle ceneri della Lega delle Nazioni, organo che le aveva assegnato il mandato venticinque anni prima.
Nel frattempo gli scontri fra palestinesi ed ebrei si facevano sempre più gravi, col confluire in Palestina di nuove ondate di ebrei europei sopravvissuti alla guerra, oltre a quelli che avevano risposto all’appello del sionismo da ogni altra parte del mondo.
Di nuovo un comitato speciale delle Nazioni Unite tornò a proporre una spartizione della terra che assegnava il 57% delle terre agli ebrei ed il 43 agli arabi, con Gerusalemme che sarebbe temporaneamente rimasta sotto il controllo internazionale. C’è da sottolineare che i palestinesi non facevano direttamente parte delle Nazioni Unite, e dovevano quindi farsi rappresentare dai delegati dei confinanti paesi arabi, Siria, Libano e Egitto; malgrado ciò gli arabi di Palestina risposero con un diniego alla proposta britannica.
Il 29 Novembre 1947, con la famigerata Risoluzione 181 il piano fu sottoposto al voto dell’Assemblea Generale dell’Onu con 33 Paesi a favore, 13 contrari, e 10 astenuti.
Contemporaneamente l’Inghilterra annuncia la restituzione del mandato entro il 15 maggio del 1948. Ma i fermenti provocati dalla decisione Onu esplosero molto prima di quella data, precipitando la regione nel caos. Il numero dei militari britannici morti continuava a salire e gli Stati Uniti premevano affinché Londra permettesse l’immigrazione ad un numero ancora maggiore di ebrei.
E’ l’inizio della Nakba, la catastrofe, che culminerà nel 1948, con la creazione di Israele sulle terre, sulle città e sui villaggi della Palestina e con la diaspora di milioni di palestinesi. 
Infatti, il 14 maggio 1948, a Tel Aviv, gli ebrei proclameranno lo stato d’Israele. Il proclama ufficiale enuncia: “Noi membri del Consiglio nazionale che rappresenta il popolo ebraico nel mondo, riuniti in solenne assemblea, nel giorno della scadenza del mandato britannico sulla Palestina, per virtù dei diritti naturali e storici del popolo ebraico, in forza della Risoluzione dell’assemblea generale dell’Onu, proclamiamo la costituzione di uno stato ebraico in Palestina, che prenderà il nome di Israele. Nasce il governo di Israele. Gli ebrei agiscono subito , senza aspettare l’ufficializzazione da parte dell’Onu. Il consiglio nazionale ebraico assume provvisoriamente funzioni di governo e di ordine pubblico. Ben Gurion sarà il primo ministro e ministro della Difesa.

 

http://www.loccidentale.it/

MO. Lega Araba accorda 500 mln di aiuti per palestinesi di Gerusalemme

I ministri degli esteri arabi hanno deciso di fornire aiuti per 500 milioni di dollari ai palestinesi di Gerusalemme. L'accordo è stato raggiunto durante una riunione preparatoria del vertice della Lega araba in programma nel fine settimana a Sirte, in Libia, secondo quanto riferito dal segretario generale dell'organizzazione panaraba.

“Si, è stato adottato”, ha risposto Amr Mussa durante una conferenza stampa ai giornalisti che gli chiedevano se i 22 ministri si erano accordati sugli aiuti richiesti dai palestinesi. L'accordo sullo stanziamento sarà ratificato sabato al vertice di Sirte. L'Autorità nazionale palestinese (Anp) aveva chiesto ai paesi della Lega araba 500 milioni di dollari per aiutare i palestinesi a resistere all'allargamento degli insediamenti israeliani, che li sta spingendo fuori da Gerusalemme est, la parte araba della città.

 

 

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