Rassegna stampa dell’11 marzo.

Rassegna stampa dell'11 marzo.

A cura di Chiara Purgato.

http://www.repubblica.it/
Durante la visita del vicepresidente Usa la rivelazione dei piani di espansione del governo di Gerusalemme provocano un quasi incidente diplomatico. Palestinesi furiosi
Israele: nuovi alloggi a Gerusalemme est Netanyahu si scusa, Biden rilancia negoziati
Il premier: tempismo infelice, e comunque il progetto è a lunga scadenza
E il vice di Obama replica: superare la vicenda e riprendere i colloqui

GERUSALEMME – Israele ha minato alla base il clima di fiducia con i palestinesi quando, due giorni fa, ha annunciato l'estensione di un rione ebraico di Gerusalemme est; ma, alla luce delle spiegazioni fornite ieri e oggi dal premier israeliano Benyamin Netanyahu, la vicenda va ora superata e gli Stati Uniti ritengono sempre necessario rilanciare al più presto negoziatifra Israele e Anp. Lo ha affermato il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden in un lungo discorso alla Università di Tel Aviv in cui ha ribadito che i legami fra Israele e Usa restano saldi e non possono essere spezzati.

Il discorso di Biden è iniziato con forte ritardo, probabilmente legato alla contemporanea diffusione da parte dell'ufficio di Netanyahu di un comunicato in cui il premier pubblicamente esprimeva rammarico perché la rivelazione dei progetti di estensione del rione di Ramat Shlomo (almeno 16 mila alloggi) era arrivata prorpio durante la visita di Biden in Israele.

La mossa del governo israeliano, condannata dagli Stati Uniti, ha destato forte collera a Ramallah. Il negoziatore capo palestinese Saeb Erekat ha affermato oggi che l'Anp si attende che i progetti di Ramat Shlomo siano annullati. In caso contrario, ha avvertito, il presidente Abu Mazen non potrebbe autorizzare la ripresa dei negoziati. Da parte sua la stampa israeliana precisa che il governo sta progettando l'estensione di numerosi rioni ebraici a Gerusalemme est: i nuovi alloggi in fase di progettazione sono fra 20 mila e 50 mila, afferma Haaretz.

Ma nel suo comunicato Netanyahu ha chiarito a Biden che i progetti di Ramat Shlomo le prime case si vedranno solo fra anni. Il vicepresidente ha accolto questa spiegazione con soddisfazione e ha spronato i dirigenti israeliani a “non farsi sfuggire l'occasione” di trovare una intesa al più presto con Abu Mazen e con il suo premier Salam Fayad che, a suo parere, hanno raggiunto risultati degni di nota nella riorganizzazione delle strutture politiche palestinesi e nel mantenimento dell'ordine pubblico in Cisgiordania.

Agli studenti di Tel Aviv Biden ha confermato che gli Stati Uniti faranno il possibile, isolando l'Iran anche con sanzioni, per impedire che Teheran venga a dotarsi di armi nucleari. Biden ha difeso con passione la politica di Barack Obama di apertura al mondo islamico moderato, di pari passo con la lotta contro le forze estremistiche. Una politica che a suo parere gioverà non solo agli interessi degli Stati Uniti ma anche di Israele.

http://notizie.virgilio.it/
Palestina, rilasciato il giornalista freelance sospettato da Hamas di spionaggio
E' stato rimesso in libertà dopo oltre tre settimane di interrogatori – Il giornalista britannico freelance, Paul Martin, dopo oltre tre settimane di interrogatori a Gaza per il sospetto di spionaggio, è stato rilasciato dalle autorità di Hamas. Lo riferisce la stampa locale. Il giornalista è stato visto entrare nella residenza di un dirigente locale di Hamas Mahmud a-Zahar. In giornata Martin dovrebbe passare dal valico di Erez e raggiungere Israele. Fonti locali aggiungono che deputati britannici i giorni scorsi sono giunti appositamente a Gaza per perorare la causa di Paul. Martin, secondo il ministero degli interni di Hamas, era sospettato di “collaborazionismo” con i servizi di sicurezza israeliani e con oppositori palestinesi di Hamas nella Striscia.

http://www.apcom.net/
MM.O./ Anp annulla cerimonia in onore di militante palestinese
Nel '78 Dalai Mughrabi partecipò a agguato a bus israeliano
Ramallah (Cisgiordania), 10 mar. (Ap) – L'Autorità nazionale palestinese (Anp) ha annullato una cerimonia in onore di una attivista palestinese che più di 30 anni fa partecipò ad un sanguinoso agguato ad un autobus israeliano. I palestinesi avevano in programma domani di dedicare una piazza della città cisgiordana di Ramallah a Dalal Mughrabi per il ruolo da lei svolto nel dirottamento di un autobus nel 1978 lungo la autostrada costiera dello Stato ebraico. Trentotto persone rimasero uccise nell'attacco. L'Anp non ha fornito spiegazioni riguardo alla decisione. Israele aveva criticato con veemenza l'iniziativa palestinese definendola un incitamento al terrorismo e se ne era lamentato anche con gli Stati Uniti. Questo gesto conciliatorio arriva all'indomani dell'autorizzazione da parte di Israele per la costruzione di 1.600 nuove case a Gerusalemme Est, iniziativa che ha fatto infuriare i palestinesi.

http://www.mediapolitika.com/wordpress/
PALESTINA COME PANDORA: AVATAR IN RIVOLTA
Il villaggio di Bi’lin, circondato da ben cinque colonie o insediamenti (per usare una parola political correctly rispetto la pratica di occupazione israeliana), tre a oriente, verso il cuore della Cisgiordania e due a occidente, verso il mar mediterraneo, è una società incontaminata tra oliveti e terra che sta perdendo parte del proprio territorio che verrà annesso ad Israele, dunque, un’ occupazione ulteriore rispetto quella denunciata dalle Nazioni Unite dopo la guerra del 1967.
La comunità palestinese rischia l’isolamento, un isolamento forzato dal muro che annetterebbe di fatto le colonie di Modi’in Ilit e Lapid Menora. Un muro alto nove metri che sottrae ulteriore terra, un muro d’apartheid che strozza l’economia palestinese fino ad asfissiarla, rendendola dipendente dalla sola economia israeliana. Proprio nel villaggio di Bi’lin, dal 2005, i cittadini hanno dato vita ad un comitato popolare. Ogni venerdì, uomini, donne, bambini e internazionali (la presenza di internazionali serve a garantire l’incolumità anche dei palestinesi, così che l’esercito israeliano abbia qualche remora in più rispetto lo sparare per uccidere)  manifestano davanti alla porta del muro che separa i 1.700 abitanti dalla loro terra e dal resto della Palestina. Una resistenza pacifica che spesso ha innervosito l’esercito di Tel Aviv che in diverse occasioni ha occupato il villaggio. Pacifista come il messaggio del film Avatar, mai arrivato in quelle zone, che alcuni abitanti sono però riusciti a vedere grazie a delle copie pirata.
Il paragone che è saltato in mente agli attivisti è presto fatto i Palestinesi come gli indigeni Nav’i, pronti alla morte per difendere la propria terra, i propri cari e le proprie tradizioni ed Israele nella parte ben interpretata degli spietati ed arroganti conquistadores. Proprio da qui è nata l’ultima protesta: gli attivisti mascherati da finti avatar si sono recati davanti al muro per la loro protesta pacifica ma i soldati israeliani non hanno gradito questa interpretazione da parte dei palestinesi e subito hanno aperto il fuoco, disperdendo cosi la folla (
http://www.youtube.com/watch?v=Chw32qG-M7E&feature=player_embedded ). Questa è solo una delle innumerevoli proteste che avvengono in Palestina per tutelare il loro diritto di vivere nella loro terra. Ora che il film Avatar è uscito dalle sale italiane, continuiamo a tenere i riflettori accesi sulla Palestina.

http://italian.cri.cn/index.htm
La Cina protesta per la costruzione degli insediamenti israeliani a Gerusalemme est

L'11 marzo a Beijing il portavoce del ministero degli Esteri cinese Qin Gang ha affermato che il governo cinese è estremamente contrario alla costruzione degli insediamenti israeliani a Gerusalemme est e nella Cisgiordagna.Nel corso di una conferenza stampa di routine, Qin Gang ha detto che la parte cinese ritiene che nella fase cruciale di riavvio dei negoziati indiretti tra Palestina e Israele, l'iniziativa israeliana ha distrutto le basi per i negoziati e l'impegno della comunità internazionale. La parte cinese sollecita Israele a fermare immediatamente la costruzione degli insediamenti e ad impegnarsi al meglio per riavviare i negoziati.

http://www.sienafree.it/index.php
Corsi intensivi post graduate a favore di studenti universitari palestinesi
Il progetto sarà illustrato venerdì 12 marzo da una delegazione del ministero degli Affari esteri
Un progetto di cooperazione tra le Università di Siena, Bologna, Sapienza di Roma, Palermo, Pavia e Politecnico di Milano e le Università della Palestina, che porterà 10 laureati palestinesi a seguire in Italia corsi post graduate : è quanto sarà illustrato domani, 12 marzo, all’Università di Siena da una delegazione del ministero degli Affari esteri, composta daElisabetta Belloni, direttore generale della cooperazione italiana, Massimo Maria Caneva, coordinatore cooperazione universitaria – cooperazione Italiana  e da Alberto Bertoni, capo ufficio formazione in Italia e borse di studio cooperazione italiana.

Il progetto di cooperazione, che è proposto dall’Acri (Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio), ha l’obiettivo del di favorire l'approfondimento delle tematiche che sono prioritarie per il sistema accademico palestinese, come economia e sviluppo, turismo relazionale nel Mediterraneo, sanità e affari umanitari, secondo metodologie didattiche e di ricerca interdisciplinari, per generare una comprensione globale delle problematiche e allo stesso tempo favorire risposte adeguate ed efficaci  alle diverse necessità e complessità sociali, economiche ed ambientali della popolazione.

La delegazione del ministero incontrerà il rettore e i presidi delle facoltà di Giurisprudenza, Scienze politiche e Lettere e filosofia, al fine di illustrare il progetto di cooperazione e di approfondire le strategie e le nuove linee guida del coordinamento cooperazione universitaria allo sviluppo; successivamente si terrà un incontro con i docenti e gli studenti dei master e dei corsi di laurea in cooperazione attivati presso l’Ateneo. Con il rettore Focardi la delegazione incontrerà rappresentanti della Fondazione Monte dei Paschi di Siena.

I corsi si svolgeranno tutte le mattine per 3 ore per 12 settimane con docenza dedicata in lingua inglese e  accompagnamento da parte di un tutor, anche per tutti i problemi logistici. Secondo il programma del progetto, l’Università di Siena sarà la prima, in ordine, ad accogliere i dieci studenti, che frequenteranno i suoi corsi. Il calendario proseguirà nelle altre università che partecipano al progetto.

http://www.terranews.it/
Dalla terra, energia geotermica per le case della Cisgiordania
AMBIENTE. Oltre 500 abitazioni popolari a basso costo nel cuore dei Territori Occupati. Questo il progetto di Khaled Sabawi, architetto palestinese di venticinque anni. «Il distretto sfrutterà il calore della crosta terrestre e del Sole».
«Vivere in Cisgiordania costa. Un affitto può raggiungere i mille euro al mese, riscaldamento e bollette del gas alle volte superano i 500 euro a trimestre. Noi vogliamo costruire delle case popolari che prendano l’energia direttamente dalla terra e che non costino oltre gli 80mila dollari ad appartamento». Khaled Sabawi, venticinque anni, occhi e capelli nerissimi e un accento british, è un ingegnere palestinese che ha vissuto e studiato a Waterloo, in Canada. Si è specializzato in sistemi a energia rinnovabile. Poi è tornato a casa sua a Ramallah, nei Territori Palestinesi Occupati, e si è portato dietro l’esperienza maturata e l’idea di costruire case che si scaldino con l’energia geotermica, una delle ricchezze della Cisgiordania.
 
Di recente gli Stati Uniti gli hanno dato credito e la Mena Geothermal, la società che dirige dal 2007, ha firmato un accordo con la Us trade and development agency per uno studio di fattibilità che consentirà di costruire un distretto geotermico a Ramallah con oltre 500 case popolari a risparmio energetico. In effetti la Palestina punta da tempo sull’energia alternativa, che potrebbe rappresentare un importante canale d’indipendenza economica e anche politica per il Paese. Lo ha capito Khaled Sabawi, che con la Mena ha già realizzato nella zona alcuni uffici e un centro commerciale geotermici. Ma anche il Perc, Palestinian energy research center, e le Nazioni unite. A Gaza la bioarchitettura non è solo una scelta, ma un’esigenza dettata dalla necessità: non entrano materiali da costruzione e le case di fango, finanziate dall’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, sono diventate una realtà. Il nove febbraio scorso una famiglia di sette persone al campo profughi di Jabalia ha preso possesso di una casa di tre stanze, cucina e bagno, fatti di muri di fango.
 
«L’accordo che abbiamo firmato a gennaio di quest’anno con la Trade and development agency degli Stati Uniti ci assicura un contributo di 438mila dollari per mettere a punto uno studio di fattibilità mirato a un sistema di riscaldamento e raffreddamento geotermico in una zona di Ramallah, nel cuore dei Territori Palestinesi Occupati». Spiega ancora Khaled, figlio di Mohammed Sabawi, profugo del 1948, che ha lavorato in Kuwait e a Gaza e poi è espatriato con la famiglia nel 1988 per raggiungere il Canada. Khaled ha studiato all’estero ma sapeva che un giorno sarebbe tornato a casa. Le case popolari che ha progettato faranno parte del progetto Kober: a 13 chilometri da Ramallah sorgeranno 34 edifici su un’area verde di 60mila metri quadri, con 522 appartamenti per 3.000 palestinesi. Una sorta di distretto residenziale per poveri. Ogni edificio sarà ricoperto di pannelli solari. «Sappiamo che case veramente economiche si possono ottenere soltanto tramite uno sviluppo urbano sostenibile, combinato però a un’efficienza energetica necessaria a un tenore di vita accettabile. Solo riducendo annualmente i costi di gestione una casa può essere considerata economica: la tecnologia geotermica ha esattamente questo obiettivo», sottolinea Khaled. «La terra è una specie di enorme serbatoio di energia, in grado di assorbire circa il 50 per cento di quella solare. Il che significa 500 volte in più di quanta ne abbia bisogno ogni anno un essere umano per vivere». Fatto importantissimo in un Paese sempre assolato come la Palestina, dove nonostante la scarsità dell’acqua, il sole può essere ancora più prezioso della pioggia.
 
«Quello che non tutti sanno», aggiunge il giovane ingegnere «è che la temperatura nelle profondità della terra, a prescindere dalle stagioni, è sempre costante. I sistemi geotermici possono attingere a questa energia grazie a dei semplici tubi e la tecnologia fornita scalda e raffredda l’impianto centrale delle case o degli uffici». Attorno al tema del risparmio energetico si muove già la comunità internazionale dei Paesi donatori nei Territori Palestinesi. L’Italia è uno di questi, anche sono il Giappone e la Germania quelli maggiormente coinvolti e interessati ai nuovi progetti. 

 http://www.medarabnews.com/
Le narrazioni del Corano come spinta verso la pace
Original Version: Using Qur’anic narratives in pursuit of peace
Sebbene il conflitto arabo-israeliano fomenti le tensioni fra musulmani ed ebrei, il Corano non solo riconosce la similarità di queste due fedi e dei loro seguaci, ma fornisce numerosi esempi e racconti potentemente suggestivi che spingono verso la giustizia, la pace e l’armonia comune – scrive l’Imam Feisal Abdul Rauf
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Ritengo che il maggiore impedimento all’eliminazione della reciproca antipatia tra musulmani ed ebrei sia il conflitto israelo-palestinese. Sebbene questa disputa riguardi fondamentalmente la distribuzione delle risorse e il potere di controllare le decisioni, essa è spesso dipinta come un conflitto religioso. Troppo spesso, inoltre, le due parti hanno usato interpretazioni erronee e non pertinenti delle proprie scritture per demonizzare l’altro e per fornire una giustificazione per il mancato impegno verso una pace giusta.
Da una prospettiva islamica, ciò non potrebbe essere più fuorviante, poiché il Corano ci fornisce numerosi principi e racconti potentemente suggestivi che ci spingono verso la giustizia, la pace e l’armonia comune. Credo quindi che, sebbene la religione non rappresenti il problema principale nel conflitto israelo-palestinese, rappresenti tuttavia una parte fondamentale della soluzione.
Secondo le scritture, musulmani ed ebrei sono uniti dall’eredità del profeta Abramo incarnata nell’ ”etica abramica”, che è in fondo un monoteismo che predica la libertà umana, l’uguaglianza e la fratellanza. Il Corano non si stanca di ripetere che il suo compito è quello di ristabilire questa legge, e che il profeta Muhammad, e tutti i profeti venuti prima di lui, hanno predicato a questo scopo: “ I più vicini ad Abramo sono quelli che lo hanno seguito, [così come hanno seguito] questo Profeta, e quelli che credono” (Corano,  3:68).
L’Islam si definisce non tanto come la religione di Muhammad, ma come la religione di Dio, originariamente stabilita da Abramo. Essendo nati da una discendenza comune, gli ebrei (così come i cristiani) hanno una speciale denominazione nel Corano: essi vengono chiamati “la gente del Libro”, ahl al-kitab, o  “la gente delle scritture”. I musulmani credono che Dio abbia mandato agli ebrei, attraverso i loro profeti, le scritture contenenti i divini insegnamenti del messaggio di Dio. Di conseguenza essi possiedono la vera religione. Negare ciò sarebbe come contraddire il Corano, il quale non solo riconosce la similarità di ebrei e musulmani, ma definisce l’Islam attraverso di essi. “…Dì [alla gente del libro]: Noi crediamo a ciò che è stato rivelato a noi, come a ciò che è stato rivelato a voi. Il nostro Dio ed il vostro è Uno e lo stesso. Siamo tutti sottomessi a Lui” (Corano, 29:46). Quest’unità significa che sebbene esistano sicuramente delle divergenze tra di noi, esse non sono altro che discussioni in famiglia.
Il Corano critica gli ebrei per non essere riusciti ad accogliere la Torah e per l’eccessivo legalismo e l’esagerato autoritarismo di alcuni rabbini. Questi ed altri passaggi sono stati manipolati per ricondurre tutti gli ebrei a questo modello, coinvolgendoli tutti indiscriminatamente nei problemi contemporanei. Ad ogni modo, non vi è critica rivolta dal Corano agli ebrei che anche gli ebrei non abbiano rivolto a sé stessi o alla propria tradizione. Inoltre, nessun musulmano può negare che molte di queste colpe siano universali, difetti presenti in ogni comunità religiosa, compresa quella musulmana. Infatti il Corano non condanna mai totalmente nessun popolo, poiché i versetti che contengono delle critiche sono sempre affiancati da versetti che giustificano i giusti.

Il nostro compito è quindi quello di non dividere le nostre comunità in fazioni tra loro ostili a causa della religione, come hanno fatto alcuni. L’appello che Dio rivolge nel Corano agli ebrei ed ai cristiani, così come ai musulmani, risulta ancora appropriato, importante e necessario, oggi come quasi quattordici secoli fa, quando fu rivelato: “O gente del Libro! Uniamoci ora sotto un principio giusto, comune a tutti noi – che non adoriamo nessun’altro all’infuori di Dio, senza nulla associargli, e che non sceglieremo fra noi alcuni come signori all’infuori di Dio,” (Corano, 3:64). Questo ed altri passaggi sono profondamente ispiratori di dialogo, collaborazione e, in definitiva, di pace.
Il dialogo, il primo passo, offre l’opportunità di svelare il terreno comune dei valori e degli obiettivi condivisi,  i quali risuonano in ciascuna delle nostre fedi. Inoltre il dialogo forgia legami personali e relazioni di fiducia che hanno in sé il potenziale di attivare sforzi di collaborazione. Io sostengo un dialogo di questo tipo, orientato all’azione, e che vada oltre le parole.
Le organizzazioni e le istituzioni musulmane ed ebraiche devono costruire coalizioni per la pace. Sebbene ciò debba avvenire in numerosi settori, risulta particolarmente essenziale a livello dei vertici religiosi – tra i rabbini e gli imam, e tra gli attivisti religiosi. Sono queste amicizie e collaborazioni che possono aiutare a raggiungere la pace in Israele, in Palestina e in tutta la regione,   e che possono inoltre trasformare i rapporti tra musulmani ed ebrei a livello globale.
Tale lavoro di trasformazione potrebbe trarre la propria ispirazione dello straordinario periodo del Califfato di Cordova, che era situato nell’odierna Spagna. All’apice del suo splendore, nel X e XI secolo, Cordova vantava la società più illuminata, pluralista e tollerante sulla terra, un luogo in cui musulmani ed ebrei avevano un rapporto speciale. La mia organizzazione, la Cordoba Initiative, fa riferimento a questo lascito per spostare nuovamente le relazioni fra ebrei e musulmani verso la collaborazione attorno ai nostri valori e interessi condivisi. Stiamo utilizzando un potente modello di partnership orientata all’azione e basata sulla fede, per creare un punto di svolta nei rapporti tra il mondo islamico e l’Occidente nel corso del prossimo decennio, anche nel contesto di Israele e della Palestina. Credo che questo sia il nostro “mandato abramico”.
L’Imam  Feisal Abdul Rauf è presidente della Cordoba Initiative, che si impegna per migliorare i rapporti fra Islam e Occidente

 

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