Report da Ramallah.

Riceviamo da don Nandino Capovilla e pubblichiamo.

 

 

 

voci dalla Palestina occupata

BoccheScucite

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ramallah – 13 agosto 2008

 

 

 

Dal cielo

 

Ramallah, 13 agosto 2008.

 

Non è stato facile raggiungere il cuore della città, la Moukata, cullato da un fiume di oltre diecimila palestinesi venuti ad abbracciare il loro poeta Mahmoud. E’ come se l’intero popolo, ogni giorno da sessant’anni umiliato e oppresso, in questo giorno sia stato attratto qui dalla voce altissima di Darwish, inascoltato profeta di una liberazione mai compiuta. La terra che Israele ininterrottamente continua a rubare, dal villaggio di Mahmoud, Al Barweh, agli altri quattrocento distrutti nella Nakba, oggi vuole aprirsi e custodire nel suo grembo il suo amatissimo figlio.

Ma è dal cielo che scenderà Darwish. Infatti, se in qualsiasi altro Stato

del mondo il corteo funebre trasporta la bara lungo le strade, un Paese

frantumato da un’occupazione che blocca strade e movimento, è costretto a gridare la sua dignità trasportando la bara in elicottero, perchè almeno da morti i palestinesi possano sentirsi liberi di spostarsi sulla loro terra, senza check-point e strade proibite. Ma forse, questi diecimila, forse ventimila sguardi che puntano al cielo sono anche un segno per riconoscere che da Mahmoud fino all’ultimo palestinese, "tutti i figli di Dio hanno le ali" -come cantavano i negri schiavi in America- perchè chiamati a vivere liberi sulla terra che per Lui è "promessa" non ad uno solo, ma a tutti i popoli.

 

Penso di esser l’unico non giornalista ad infiltrarsi nella zona riservata

alla stampa, e se sono senza il pass che riproduce il volto dolce di

Mahmoud, ho però sulla mia t-shirt alcune sue parole dolcissime: “Tesserò per te un fazzoletto di ciglia. Scolpirò poesie per i tuoi occhi con parole più dolce del miele. Scriverò ‘sei palestinese e lo rimarrai’”. Infinite volte in questi giorni, con il Team di Ricucire la Pace di Pax Christi, ho ritrovato questa fiera e tenace volontà di custodire l’identità palestinese, in mille volti e storie, da Jenin a Betlemme, da Nazareth a Nablus. Abbiamo sperimentato che, come ricordavano i pochi quotidiani italiani che hanno omaggiato il poeta, egli non poteva che essere ‘voce della resistenza e dell’esistenza’. Si resiste in Palestina anche semplicemente e duramente cercando di esistere. Scegliendo di abitare le poverissime case dei campi profughi e condividendo le quotidiane vessazioni imposte dal perverso sistema di occupazione, abbiamo dovuto ancora una volta ricordarci e ricordare che l’indifferenza di fronte ad una tale ingiustizia è responsabilità pesantissima di tutti noi. Ma se mi guardo intorno ed è impossibile contare le telecamere accese di quasi un centinaio di giornalisti, è però facilissimo constatare con amarezza che non c’è l’ombra di nessuna rete italiana…(Ma dopo tutto siamo a ferragosto…e poi forse è meglio che sia stato in ferie il solito corrispondente del TG delle otto, che sarebbe stato capace di infangare anche la memoria del più grande poeta palestinese). D’altra parte -a pensarci bene- questi che sono stati

annunciati come "funerali di Stato", si stanno celebrando in un Paese che Stato non è, anzi, sembra che la comunità internazionale, suddita del diktat assoluto degli Usa, non abbia ancora fatto niente per ottenere questo riconoscimento. Ben sapendo questo, mi fa sorridere la giornalista della BBC, che in diretta, forse dimenticando che la Palestina non è uno Stato ma inconsapevolmente onorando così il grande Darwish, chiude il suo pezzo scandendo chiaramente davanti alla telecamera: "…BBC, Ramallah, Palestine".

 

Sotto il solo cocente migliaia di palestinesi sembrano qui anche per

battersi il petto e ammettere che avrebbero dovuto ascoltarlo prima il loro poeta, per unire in una sola resistenza il disperato grido di tre milioni di esseri umani sfiniti e stanchi. E in questo tempo oscuro, dove quel piccolo uomo a dieci metri da me –Abu Mazen- non è certo leader forte per spingere verso la pace,  si rischia di inaugurare solo un altro mausoleo. Proprio qui, esattamente qui dove le corsie rosse  non mi fanno dimenticare che questo luogo era diventata la “prigione” del grande Presidente Arafat.

 

Devo prepararmi ad accogliere il gruppo di italiani del Pellegrinaggio di Giustizia. Lascio nel tramonto rosso  questa Ramallah che piange, e riprendo a leggere nel bus per Gerusalemme altre straordinarie poesie di Darwish. Ma come si sa, spesso le poesie diventano preghiera… e la preghiera diventa supplica, e vibra di rabbia quando vedo che al lunghissimo muro di apartheid ci sono ancora operai al lavoro: stanno aggiungendo un metro in più di filo spinato agli otto di cemento, perchè si avvicina il Ramadan e Israele non sopporta più che centinaia di palestinesi tentino ogni volta di scavalcare il muro ad Al-Ram, con centinaia di scale…

 

Mahmoud, che questa terra hai visto violare e usurpare,

gettale tu tutte le scale necessarie al tuo popolo. 

Tu, dal cielo.

Mentre "qui -come hai scritto- il nostro sangue pianterà il

suo ulivo”.

 

Nandino Capovilla

Campagna Ponti e non Muri www.paxchristi.it

nandyno@libero.it

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