Reportage dai campi profughi palestinesi in Libano: cittadini di serie ‘zero’

Di Angela Lano, Beirut. 

 

Sono 400 mila i profughi palestinesi che vivono in Libano, generazione dopo generazione, da sessant’anni.

Sono sparsi in 12 campi profughi ufficiali e 25 clandestini. Non hanno diritti, né cittadinanza, non possono esercitare una lunga lista di professioni, hanno scarsi mezzi per curarsi e per studiare, sono spesso il capro espiatorio delle tensioni e dei conflitti interni libanesi e sono uno degli obiettivi privilegiati dei piani di destabilizzazione dei governi israeliani e statunitensi. I palestinesi, anche in Libano, sono le vittime sacrificali del progetto americano di un “Nuovo Medio Oriente”.

 Mercoledì 8 dicembre. Iniziamo (*)il nostro viaggio tra i rifugiati palestinesi in Libano  con la visita al campo profughi di Mar Elyas, a Beirut: è il “centro” della vita politica palestinese, in quanto è sede delle rappresentanze di tutti i partiti.

 Ci riceve il leader locale del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), Marwan Abdel ‘Aal, e ci parla della difficile condizione di vita dei suoi connazionali in Libano: “La situazione sta peggiorando, sia socialmente sia a livello lavorativo e scolastico. Il rispetto dei nostri diritti qui è molto scarso. Una volta l’Olp si occupava dei profughi, ma ora se ne disinteressa.

“Noi qui siamo il punto più debole delle leggi libanesi, che ci escludono da tutto, anche dalla possibilità di ottenere la cittadinanza”.

‘Aal viene dal campo profughi di Nahr al-Bared, centro della guerra civile del 2007: “Siamo stati strumentalizzati, siamo stati noi l’oggetto della guerra, scatenata da forze più grandi di quelle dello stesso Libano. C’è stata e c’è tuttora una volontà di destabilizzazione del Paese. Tali fenomeni, infatti, sono fomentati da ‘fuori’ attraverso elementi che si infiltrano all’interno di certe realtà. L’obiettivo di quel conflitto all’interno del campo di Nahr el-Bared era di far scoccare la scintilla della rivolta in tutti gli altri campi. I palestinesi dovevano essere usati per creare tensioni in Libano. Il risultato è che 40 mila persone sono state sfollate e sistemate in strutture provvisorie. Una tragedia nella tragedia”.

Abdel ‘Aal è il responsabile del progetto “Ricostruzione di Nahr el-Bared”, che coinvolge 18 fazioni palestinesi.

Usciamo dall’ufficio del Fplp e giriamo per i vicoli del campo: un labirinto di case, cortili, magazzini, uno addossato sull’altro, e sviluppato in verticale, a causa del divieto di edificare nuove abitazioni. La mancanza delle più basilari condizioni di igiene e sicurezza sono evidenti a tutti.

  Ci dirigiamo verso la casa di Mohammad, uno dei 5000 palestinesi senza documenti, cioè, persone che per il governo libanese “non esistono”. Si tratta di una sorta di “clandestini”, anche se risiedono nel Paese da decenni. Non hanno documenti e quindi appena lasciano il campo sono arrestati. Sono la categoria più bassa della già tragica scala umana del profugo.

“Sono di Yafa (la Giaffa dell’occupazione israeliana, ndr) – ci racconta Mohammad – e, dopo la Nakba, con la famiglia mi sono rifugiato in Giordania, dove sono stato registrato come profugo. Sono andato in Libano a studiare, a metà degli anni ’70. Nel 1982, durante l’invasione sionista, ho abbracciato la resistenza: è questa la mia colpa, che pago con la mancanza di un qualsiasi documento che attesti la mia residenza e identità. Avevo un passaporto giordano, che non mi è stato più rinnovato.

“Nel 1983 mi sono sposato e ho avuto cinque figli che avevano bisogno di certificati anagrafici per poter frequentare le scuole, viaggiare, lavorare.

“Nel 2008 mi era stato detto che c’era la possibilità di regolarizzare me e tutti i miei familiari, così mi sono presentato per richiedere finalmente i documenti, ma mi hanno arrestato in quanto ‘clandestino’.

“Ai miei figli hanno dato permessi provvisori, di un anno, che non lasciare loro di fare nulla. Uno di loro, che si trovava negli Emirati Arabi con visto scaduto, è stato fermato in aeroporto prima di partire per il Libano, e trattenuto lì dentro per otto mesi. È stato rilasciato a seguito di pressioni internazionali, e poi, appena ha potuto, se n’è andato Norvegia, dove ha chiesto asilo politico.

“Le autorità libanesi rifiutano intenzionalmente di trovare soluzioni al caso dei 5000 palestinesi senza documenti. Sanno bene che se vengono respinti alla frontiera, nessuno stato arabo li accoglierà, e che non possono tornare in patria, in Palestina”.

Mohammad ci spiega che esistono tre categorie di profughi: quelli registrati dall’Onu, nel ’49; quelli non registrati; i senza documenti. I primi sono in possesso di documenti libanesi che hanno validità di tre o cinque anni; i secondi hanno documenti (con scadenza annuale), ma non risultano nell’elenco dei profughi; gli ultimi sono persone inesistenti per il governo del Libano. Sono, cioè, gli ultimi tra gli ultimi.

 Proseguiamo il nostro viaggio tra i campi profughi palestinesi nel Libano.
Il campo di Burj el-Barajneh è un luogo inquietante: una gabbia di un kmq per 25 mila esseri umani che vivono sotto un vasto reticolato di fili elettrici e tubi per l’acqua pericolosamente intrecciati sopra le loro teste.

 Le associazioni caritatevoli. Visitiamo la “Al Ghawth – Humanitarian Relief for development society”, che si occupa del sostegno agli orfani, di adozioni a distanza, assistenza medico – sanitaria attraverso diversi ambulatori e centri per disabili, e di formazione professionale. Al campo di Nahr el-Bared fornisce acqua, pacchi viveri e altri aiuti economici, mentre nella valle della Bekaa, dove d’inverno il termometro scende considerevolmente, garantiscono alle famiglie 40 litri di gasolio da riscaldamento.

Parallelamente all’erogazione dei tanti servizi che il governo libanese e l’Olp non garantiscono, il centro ha promosso un progetto di micro-credito per sviluppare piccole attività commerciali, in modo da rendere la gente più autonoma e meno dipendente dall’assistenzialismo.

 La scuola materna. I nostri ospiti ci portano nell’asilo da loro gestito: sono diverse classi di bambini in età tra i tre e i cinque anni. I piccoli ci accolgono sorridenti, intonando teneri cori di benvenuto.

Proseguiamo il nostro giro per i vicoli del campo, attraversando vere e proprie foreste di cavi e tubi, che ogni mese, ci spiegano gli abitanti, provocano la morte per folgorazione di ragazzini e adulti.

Fango, immondizia e l’assenza di una qualsiasi forma di raccolta dei rifiuti contribuiscono a creare un clima insalubre in tutta l’area.

Entriamo nella sede del Comitato popolare: è un’istituzione attiva in tutti i campi profughi e rappresenta tutte le forze politiche palestinesi. Essa ha lo scopo di tutelare la sicurezza, arrestando i criminali e consegnandoli alla polizia libanese, e di mediare i conflitti interni.

“I nostri diritti civili e di proprietà non esistono – ci spiega uno dei responsabili -. Non possiamo comprare immobili e la costruzione delle abitazioni si sviluppa in verticale, con finestre che si specchiano in altre, negando ogni privacy e creando tensioni tra vicini di casa. Non abbiamo il permesso neanche di allacciare la corrente e l’acqua, ed è per questo che ci sono ragnatele di fili dovunque. La quantità di kilowatt concessa dal governo libanese è rimasta invariata rispetto a decenni fa, quando l’area era meno popolata. Ogni 48 ore le famiglie hanno diritto a mezz’ora per riempire serbatoi da 200 litri. Questo avviene in condizioni normali, ma quando manca la corrente per le pompe, si rimane a secco. Inoltre, l’acqua contiene il 60% di sale e per essere bevuta necessita di filtri, che non sono forniti dalle autorità libanesi, ma devono essere comprati da privati. Pochi, dunque, possono permetterseli.

Discriminazione professionale “Noi palestinesi siamo autorizzati dallo stato libanese a svolgere soltanto alcune professioni, prevalentemente umili. Ben 72 ci sono proibite – tra cui quelle del medico, ingegnere, architetto… La maggior parte di lavora nei campi, occupandosi di piccole attività di commercio, o come manovale, in nero e mal pagato. Non ci sono contributi previdenziali e assicurativi.

“Per ciò che riguarda l’educazione scolastica, l’Unrwa garantisce le elementari, le medie e le superiori. Le aule sono poche e sovraffollate, e spesso il livello di preparazione non è adeguato. Qui a Beirut ci sono 65 mila studenti e una sola scuola superiore.

“L’università è a pagamento e chi non ottiene le borse di studio, non può accedervi: su 500 che passano l’esame di maturità, soltanto 100 trovano posto. La maggioranza è costretta ad abbandonare gli studi.

“Prima del 1982 (l’invasione israeliana del Libano, ndr), il 90% dei palestinesi si iscriveva all’università. Dall’83 in poi, a causa delle continue e prolungate chiusure delle scuole, sono iniziati i problemi, e la mancanza delle rimesse dall’estero, soprattutto dai Paesi del Golfo, dopo il 1990 (prima guerra del Golfo, ndr), ha notevolmente impoverito i profughi.

Per tutti noi questa è una vita piena di rinunce. Una vita durissima”.

La sanità. Lasciamo l’associazione umanitaria e dopo poco entriamo nell’ospedale “Haifa”, uno dei cinque istituiti nei campi profughi in Libano. È una struttura della Mezzaluna Rossa palestinese, appartenente all’Olp e finanziata dall’Unione Europea, con 42 posti letto destinati a circa 50 mila palestinesi.

Patologie più diffuse. Il direttore dell’ospedale ci spiega che i bambini soffrono di problemi gastro-intestinali causati dall’alta concentrazione di sale nell’acqua, di allergie e malattie polmonari provocate dall’umidità e dall’aria malsana. Molto alta è la percentuale di persone affetti da diabete da eccesso di zuccheri.

Molto diffusi sono anche lo stress e problemi psicologici dovuti alla drammatica condizione in cui le persone del campo sono costrette a vivere.

Per gravi malattie tipo il cancro, l’ospedale Haifa garantisce solo la diagnostica e non le cure, e ai pazienti che non possono permettersi di andare in un ospedale libanese, a pagamento, non restano molte possibilità di sopravvivenza.

 Nel pomeriggio, incontriamo il responsabile dell’Ufficio politico di Hamas a Beirut: Rafaat Abu Yasir, scrittore e giornalista.

“400 mila profughi (residenti effettivi sono in realtà 250 mila, perché gli altri sono emigrati in Europa e nel resto del mondo) – esordisce – vivono in 12 campi ufficiali – riconosciuti dall’Unrwa, e dunque aventi il diritto a servizi e assistenza – e 25 illegali, che non ricevono nulla.

Il governo libanese non riconosce i diritti dei palestinesi in Libano, e non offre alcun servizio. Le leggi del Paese mancano di ogni riferimento ai diritti dei palestinesi – lavoro, studio, proprietà, salute, spostamento, ecc. -, ma li tratta esclusivamente come un problema di ‘sicurezza’.

Siamo discriminati in tutti i campi. Qui viviamo peggio che in tutti gli altri campi profughi.

“La situazione lavorativa è pessima: il 60% lavora all’interno dei campi stessi, facendo mestieri umili. La disoccupazione oscilla dal 25 al 40%, a seconda delle aree. Il reddito mensile per famiglia è di 300 dollari, ma per vivere in Libano ci vanno almeno 1000 dollari.

“L’università libanese è pubblica, ma costa 200 dollari all’anno solo per la retta, e poche famiglie possono garantirla ai propri figli, inoltre, molti indirizzi sono preclusi ai palestinesi (soprattutto le facoltà scientifiche).

Il bilancio dell’Unrwa per i profughi in Libano ammonta a 70 milioni di dollari, ma il 50% viene speso per mantenere funzionari e impiegati, stranieri e palestinesi; un’altra alta percentuale se ne va per i costi delle strutture e dei veicoli. Per l’assistenza e la sanità rimane ben poco: i rifugiati sono lasciati a se stessi.

Per ogni campo, l’Onu garantisce infatti soltanto un medico, che deve occuparsi di decine di migliaia di persone.

I servizi erogati dall’Olp sono molto bassi e le strutture arretrate. Ora che non ha più bisogno dei voti dei palestinesi, li lascia a se stessi”.

Questioni politiche: Hamas in Libano. “Ci consideriamo come profughi che lottano per il diritto al ritorno in patria. Sono 62 anni che soffriamo: l’origine di questa situazione è la scacciata dalla nostra terra. Come tutti i popoli del mondo, anche noi abbiamo il diritto di vivere nella nostra patria.

L’occupazione sionista è la causa della nostra sofferenza. La resistenza è la nostra scelta. Noi lavoriamo al miglioramento dell’esistenza dei palestinesi in Libano, per una vita pacifica e dignitosa, e per il loro diritto al ritorno in Palestina.

Siamo molto impegnati nei tentativi di riunificate tutte le forze palestinesi, perché vi sia un comando unico che gestisca i campi.

Inoltre, dialoghiamo con tutti i movimenti libanesi: non abbiamo interessi di potere in questo Paese. Vogliamo ritornare a casa, in Palestina. Non vogliamo che si scatenino altre guerre civili e carneficine, come quelle scoppiate in passato: per i governi libanesi, infatti, è facile usare i palestinesi come capro espiatorio dei conflitti e problemi interni”. 

Sentenza sull’omicidio di Rafic Hariri (ex primo ministro libanese ucciso in un attentato nel 2005. Si legga: http://www.voltairenet.org/article167602.html).

“Il nostro compito è di difendere i palestinesi dalle eventuali conseguenze della sentenza emanata dal Tribunale speciale per il Libano (STL): tutti cercheranno di coinvolgere il nostro popolo. Noi sosteniamo Hezbollah, in quanto forza di resistenza contro Israele, ma sui problemi inter-libanesi non interveniamo. Non vogliamo avere nulla a che fare.

Siamo ben consapevoli che, al di là delle dichiarazioni di principio, tutti i partiti libanesi sono contenti se i palestinesi se ne vanno via di qui. Infatti, la politica libanese nei confronti dei rifugiati ha due aspetti: il trasferimento e la mera sopravvivenza”.

 I campi profughi sono un esempio di come si possa tenere una popolazione in uno stato di miseria calcolata, voluta, per indurla ad andarsene quanto prima, e se da 400 mila persone è passata a 250 mila, evidentemente questa strategia è vincente.

 Usciamo dal campo profughi più angosciante che abbiamo mai visto, e ci dirigiamo verso il cimitero dei martiri di Sabra e Shatila.

È un giardino desolato, con una grande tomba, dentro alla quale sono state sepolte, in una enorme fossa comune, circa 1000 persone, vittime dell’eccidio che si consumò nel 1982, ad opera delle falangi libanesi, aiutate dall’esercito israeliano.

Il campo di Shatila è a un chilometro dal cimitero. Per raggiungerlo bisogna percorrere una strada affollata che passa dentro un mercato frequentatissimo, sporco e pieno di mercanzie. Decidiamo di non andarci: i nostri accompagnatori non hanno coordinato la nostra visita con i responsabili dell’area.

Torniamo a Beirut. La città, molto vasta, è un susseguirsi di quartieri appartenenti a “comunità” etnico-religiose e politiche diverse: sciiti di Amal, sciiti di Hezbollah; sunniti (anch’essi divisi in varie appartenenze politiche), cristiani diverse confessioni.

Zone visibilmente ricche,  con edifici moderni ed eleganti, hotel lussuosi e magazzini ricolmi di merci, si alternano ad altre povere. Dovunque sono visibili i segni dei bombardamenti israeliani e delle passate guerre civili.

Ai margini della metropoli, si apre invece una baraccopoli, misera e sporca.

Beirut – Tiro, 9 dicembre.

Al mattino presto lasciamo l’hotel e ci dirigiamo verso Tiro, costeggiando per qualche chilometro una distesa di slums: edifici fatiscenti, con persone poverissime che lavorano davanti a negozi sporchi e a officine altrettanto malsane. È un paesaggio da favelas, quello che osserviamo.

Abbandonata la periferia di Beirut, iniziano le cittadini con case e villette e campi coltivati. Sembra di essere passati da un mondo all’altro, in poco tempo. Ma tutto il Libano è così. Ce ne renderemo conto presto, attraversandolo da nord a sud.

Oltrepassiamo Sidone attraverso un check-point, un posto di blocco militare.

Lungo il percorso, sfilano ai due lati della strada chiese e moschee, istituti islamici e cristiani, uno a fianco all’altro.

Arriviamo a Tiro, dove ci aspetta il direttore locale dell’Unrwa, dalla quale dipendono per la sopravvivenza tre campi profughi e 12 raggruppamenti illegali, per un totale di 95 mila profughi. 

“I perimetri dei campi sono rimasti quelli degli anni ’50 – ci spiega il dirigente -. All’epoca ospitavano 7000 rifugiati, ora invece ne hanno 29 mila ciascuno. Ecco perché essi hanno dovuto svilupparsi verticalmente e in aree illegali, non riconosciute, dove vivono 73 famiglie (circa 300 persone).

La restrizione nell’entrata di materiali edili, di mobili, e del transito stesso dentro e fuori dal campo, crea gravi difficoltà per i palestinesi.

Una recente ricerca svolta dall’Unrwa in collaborazione con l’università americana di Beirut, evidenzia un aumento esponenziale della povertà tra i profughi, in particolare a Tiro”. 

Accesso alle Università. “I servizi erogati dall’Agenzia dell’Onu sono limitati e, per esempio, non contemplano l’accesso all’università. Ecco che l’anno scorso, ad esempio, degli 800 studenti palestinesi che hanno dato la maturità, soltanto 75 hanno ricevuto borse di studio, mentre altri 15 sono stati aiutati da parenti o da altri benefattori. 700 hanno dovuto così rinunciare a proseguire gli studi.

Da quando, come responsabile Unrwa in Libano, c’è il vostro connazionale Salvatore Lombardo, la situazione sta migliorando un po’: sta cercando di riformare le attività scolastiche, inserendo altri insegnanti e aggiungendo nuove discipline. L’effetto è positivo e incoraggiante”. 

Edilizia. “Nei campi ci sono almeno 1000 case che necessitano di ristrutturazione, ma i fondi, donati dagli Emirati Arabi Uniti, bastano per 350”.

Lasciamo l’ufficio dell’Unrwa e ci rechiamo a visitare il campo di Burj el-Shamaliy.

All’ingresso troviamo un check-point di forze libanesi. Durante l’occupazione israeliana la postazione era un avamposto militare, ma ora è utilizzato dall’esercito libanese per monitorare i residenti palestinesi.

Ci fermano mezz’ora, per controllare i nostri passaporti. Finalmente, dopo un’ispezione accurata delle pagine e dei nostri nomi nella lista che avevano fornito loro i nostri accompagnatori, ci lasciano andare.

 Arriviamo in un asilo costruito nel 1967 dall’Associazione Assumud, finanziata dall’Olp. Tre classi accolgono circa 80 bambini e 4 insegnanti.

La giovane direttrice, Hiba, ci conduce in giro per la struttura e ci presenta i piccoli, tutti vestiti di azzurro, lindi e ordinati, e molto educati….

Nei piani superiori ci sono locali per la formazione professionale dei giovani, con laboratori di informatica e di altre discipline.

Anche in questo campo visitiamo i comitati civili, i cui responsabili ci spiegano che Burj el-Shamaliy è stato soprannominato “Campo dei Martiri”, per l’alto numero di vittime durante il massacro del 1982: 96 morti.

“L’Onu ha la responsabilità legale e morale di sostenerci –afferma un rappresentante del Comitato -, visto che è stata lei a creare Israele, invece, i servizi erogati vengono addirittura ridotti”. 

Sanità. “Qui ci sono 20 mila abitanti e un solo ambulatorio con due medici che lavorano quattro ore. Essi ricevono 400 pazienti al giorno. Danno solo calmanti, per qualsiasi patologia. Il 95% delle medicine è a pagamento. Per le malattie croniche è concessa solo una dose al mese, le altre devono comprarsele.

Le convenzioni con gli ospedali prevedono solo alcuni interventi chirurgici, ma le strutture meno care hanno posti limitati.

Per gli interventi cardiaci, l’Unrwa passa 3000 dollari, ma il costo è di 6000. Come fanno a trovare i soldi? Paradossalmente, dopo i 60 anni, la cifra si abbassa a 2000”.

Cittadinanza. “In questo campo soltanto 6000 profughi hanno ottenuto la cittadinanza: si tratta degli abitanti di 7 villaggi confinanti con il Libano, che durante il Protettorato francese erano libanesi, e che dopo l’occupazione israeliana si sono trasformati in profughi.

Beffa delle beffe, con la cittadinanza libanese, questi palestinesi hanno perso lo status di rifugiati e i servizi concessi dall’Onu. Avendo una formazione culturale bassa, non trovano lavoro. Sono considerati libanesi solo per il servizio militare, per il resto sono lasciati a se stessi”.

Sussidi. “Il 66,4% dei poveri del campo viene sfamato da associazioni caritatevoli e dall’Unwra. Questa dà 110 dollari all’anno al 12% di questo 66,4%. Quindi, quasi nulla”.

  Ci rechiamo alla scuola materna “Bambino felice”. È una struttura costruita nel 1992, che ospita 200 bimbi tra i 3 e i 6 anni, divisi in 8 classi.

Il nome dell’asilo non deve trarre in inganno: qui manca tutto. Non ci sono giochi, non c’è nulla. Le famiglie devono portare frutta e verdura per la mensa. La retta è di 75 dollari all’anno, ma il 30% dei bambini è esente, perché troppo povero. Un piano della struttura è senza finestre, e d’inverno fa freddo.

Entriamo nelle aule, semispoglie, con bimbi seduti intorno a un tavolo, con un pezzetto di pongo ciascuno che girano e rigirano tra le dita, mentre ci osservano con occhioni sgranati, cantando canzoncine di benvenuto.

Fanno una grande tenerezza: non hanno nulla, nemmeno l’essenziale, e mandano a memoria storie e canti per passare il tempo. Sono educati e ordinati e si lasciano fotografare sorridendoci curiosi. 

Usciamo per strada con i loro visetti impressi nella nostra mente, con i loro sorrisi innocenti e le loro manine che impastano un pezzo quasi invisibile di pongo, e non riusciamo a non pensare che generazioni e generazioni di bambini sono accomunati dalla stessa miseria e ingiustizia, che li vede prigionieri in campi profughi dove non c’è neanche l’indispensabile.

Veniamo sorpassati da gruppi di scolaretti che tornano a casa. Sono tantissimi, così come gli adolescenti e giovani seduti per le strade, a passare il tempo oziando, disoccupati e senza la possibilità di andare a scuola.

Tuttavia, seppur povera, qui la situazione è meno drammatica di quella dei campi di Beirut.

Giriamo tra i vicoli e le stradine, e raggiungiamo un cimitero –memoriale. Durante la guerra del 1982, in questo piccolo cortile su cui si erge il momento funebre c’era un rifugio dove avevano cercato riparo 90 persone, che un bombardamento ha ucciso in pochi istanti, trasformando il luogo in una grande tomba collettiva.

Usciamo da Burj el-Shamaliy ed entriamo a Abo al-Bus, un altro campo profughi, dove visitiamo la “Human Charity for Relief & Development”: è un’organizzazione caritatevole fondata nel 2003 per aiutare i profughi a migliorare la propria condizione di vita. Si occupa di adozioni a distanza, sostegno alle vedove, e di vari progetti di sviluppo, tra cui la costruzione di pozzi, i corsi professionali per disoccupati. Gestisce anche tre asili nido e ambulatori medici, e opera in tre campi profughi ufficiali e in diversi illegali.

Il budget annuale è di 3 milioni di dollari, che ricevono da Ong e associazioni in diverse parti del mondo, tra cui anche l’italiana Abspp.

Poco dopo, ci rechiamo a trovare il direttore della scuola superiore dell’Unrwa, “Deir Yassin”, il prof. Fathi Sharif. La sua è una bella casa, rispetto alle altre del campo, accogliente. Ci fa entrare nel salotto e, come consueto in ogni visita presso campi, uffici, famiglie, partiti e associazioni, i nostri ospiti ci offrono da bere caffè, tè e succhi di frutta. 

“Il nostro unico rifugio come palestinesi sono le scuole dell’Unrwa – ci spiega il professore -. In Libano ce ne sono 72, tra elementari, medie e superiori, con 30 mila alunni. Una delle conseguenze delle dure condizioni socio-economiche dei rifugiati palestinesi è l’abbandono scolastico, che inizia già alle elementari, con il 18-19%, che nelle medie e superiori diventa il 56%. La percentuale più alta è alle medie. Lasciano la scuola per garantire un pezzo di pane alla famiglia. Alle superiori arrivano in 15 mila.

“Nel 2009, su 1100 studenti che hanno passato l’esame di maturità, soltanto 80 hanno ottenuto una borsa di studio che ha permesso loro di iscriversi ad alcune facoltà universitarie – quelle scientifiche sono quasi del tutto precluse ai rifugiati, per questioni di discriminazione. Non esistono divieti formali, ma quando vai a iscriverti e dici che sei palestinese ti rifiutano l’ammissione in diverse facoltà.

“Proseguire gli studi è molto difficile. Le università private sono costosissime, e dunque inaccessibili.

“L’Olp in Libano è la responsabile della distruzione del sistema scolastico. I tanti fondi che ancora riceve, se li tiene per sé e per il suo giro di amici. Fatah s’è trasformato da movimento di resistenza a compagnia finanziaria che non pensa più ai palestinesi”. 

Usciamo anche da questo campo profughi, pieni di dati, informazioni, testimonianze e… critiche verso la dirigenza palestinese.  

Torniamo verso Beirut. Entrati in città, nella zona sud, c’è ad attenderci un giovane che ci accompagnerà dal portavoce di Hamas in Libano, esattamente dal responsabile dell’Ufficio politico, Ali Baraka.

 La famiglia di Ali Baraka era di Nazareth, ma lui è cresciuto nel campo di Shemaliy, e da 12 anni vive a Beirut, dove si occupa dell’Ufficio politico di Hamas.

“La presenza palestinese in Libano è divisa in diverse realtà politiche. Il nostro compito, qui, è di trovare un referente unico che rappresenti il popolo palestinese. Abbiamo avviato questo tentativo nel 2005, ma ad oggi non abbiamo raggiunto l’obiettivo.

“I nostri interlocutori di Fatah ci dicono che c’è già l’Olp e non accettano altri, ma noi non lo riconosciamo”.

Ne chiediamo il motivo. “Perché nel 2005, al Cairo, tutti i partiti palestinesi lì riuniti hanno raggiunto un accordo per la riforma dell’Olp e per l’ingresso di altri movimenti; tuttavia, poiché quanto promesso non è stato rispettato, noi non possiamo riconoscere l’Organizzazione così com’è”. 

Rappresentanza interna palestinese e presa di distanza dai conflitti esterni. “Ciò su cui siamo riusciti a metterci tutti d’accordo è la creazione di un Comitato di sicurezza per il campo profughi di Nahr el-Bared che mette insieme l’Olp e l’”Alleanza”, un raggruppamento di varie sigle: Fplp (Comando generale), Pc rivoluzionario, Saika, Hamas, Jihad islamico.

“Non vogliamo infatti che vengano creati altri conflitti e che si ripeta ciò che è successo lì. Tutti dialogano con questo comitato: Unrwa, governo, ecc. Abbiamo lavorato per tenere fuori i palestinesi dagli scontri inter-libanesi, e finora ci siamo riusciti. Ora ci preoccupano le eventuali conseguenze della sentenza Hariri: non vogliamo che i palestinesi vengano coinvolti in conflitti interni alle forze libanesi.

“Allo scopo, abbiamo formato un Comitato di coordinamento dei partiti palestinesi in Libano. Abbiamo proposto che le cariche di presidente e di vice-presidente ruotino tra Fatah e Hamas, ma Fatah vuole la presidenza senza vice, e noi non abbiamo accettato. Deve esserci un riconoscimento reciproco, dobbiamo essere alla pari… Abbiamo proposto all’Olp di indire elezioni per scegliere i componenti del Comitato, ma loro non vogliono, perché temono che il risultato vada a nostro vantaggio. Hanno paura di perdere.

“Hamas in Libano c’è dal 1992, l’Olp dagli anni ‘60, quindi dicono: ‘Siete arrivati dopo di noi, cosa volete?’

“Per otto anni, cioè fino al 2000, l’Ufficio di Hamas ha svolto un lavoro politico, solo dopo ha iniziato quello sociale e assistenziale nei campi”.

Pacificazione inter-libanese. “A fianco del nostro impegno a trovare una rappresentanza politica comune e a tener lontani i palestinesi dalle tensioni interne libanesi, sentiamo il dovere di lavorare per la pacificazione del Paese. Abbiamo capito che non basta essere neutrali: dobbiamo incoraggiare la riconciliazione.

Ci sono forze che vogliono trascinarci dentro il conflitto tra sunniti e sciiti. I primi ci vogliono con loro perché anche noi siamo sunniti; gli sciiti vogliono che stiamo dalla loro parte perché appoggiano la resistenza. Tuttavia, noi non prendiamo posizione a favore di nessuno: non vogliamo che i palestinesi siano nuovamente trascinati dentro guerre civili. Noi li abbiamo informati che qui siamo ospiti e che vogliamo tornare a casa.

“Secondo noi, il vero obiettivo della sentenza Hariri è quello di far scoppiare una guerra tra sunniti e sciiti. Diranno infatti che gli sciiti sono gli autori dell’assassinio. È ciò che vuole Israele: indebolire le forze di resistenza rappresentate da Hezbollah, per riattaccare il Libano. Il progetto sionista è quello di sradicare la resistenza e tutti i movimenti che sostengono i palestinesi.

“Ecco perché vogliamo tenere fuori i rifugiati da queste tensioni. I libanesi, alla fine, hanno sempre trovato un accordo tra di loro, ma se ci schieriamo con l’uno o con l’altro, rischiamo di far deflagrare il conflitto.

“Siamo consapevoli che ci sono due progetti: uno americano e uno per la Palestina.Abbiamo valutato che il progetto filo -Usa, che è lo stesso che continua a permettere l’occupazione della Palestina, vuole strumentalizzarci nelle tensioni interne libanesi”.

Diritti dei palestinesi. “Noi lavoriamo per la tutela dei diritti dei rifugiati palestinesi. Sia i sunniti sia gli sciiti non hanno mai garantito il rispetto dei nostri diritti, per non deludere i loro alleati nei partiti di estrazione cristiana. Entrambe le correnti hanno rifiutato l’approvazione della legge per la promozione dei diritti civili dei profughi, ma ora tutte e due ci vorrebbero per lottare l’una contro l’altra. Noi combattiamo l’occupazione israeliana della Palestina, non ci interessa rimanere in Libano”.

Fatah e gli accordi di “pace”. “Il movimento di Fatah nei campi profughi ha armi e soldi. Tutti i suoi membri hanno carte di credito da cui prelevano gli stipendi.

“Netanyahu ha informato Abu Mazen che non è più il partner giusto per la pace, e che per continuare a lavorare con gli israeliani deve riconoscere Israele ‘in quanto stato ebraico’, e smettere di richiedere il congelamento delle colonie. Il presidente dell’Anp ha scoperto, tra l’altro, che gli Usa hanno deciso di rimpiazzarlo con Mohammad Dahlan, ma costui è impresentabile e renderebbe ancora più evidente il servilismo dell’Autorità palestinese al disegno statunitense-israeliano.

“Su questa base, non ci resta che sperare che falliscano gli Accordi di Oslo (1993) e che l’Anp si sciolga, perché non hanno portato nulla di buono al popolo palestinese”.

 Beirut – Sidone, 10 dicembre

Superiamo il check-point ed entriamo a Sidone, e ci dirigiamo verso il Centro benefico “Al-Rafa”, dove ci aspetta il direttore, Walid Yassin.

“I profughi palestinesi a Sidone sono 120 mila – ci racconta -. Di questi, 5000 vivono a Mi’eh w Mi’eh; 40 mila, in un quartiere di Sidone e in raggruppamenti illegali; 75mila, nel campo di Ein el-Helweh.

“La maggior parte di loro viene dall’Alta Galilea ed è qui dal 1948. L’area destinata al campo è la stessa di allora, anche se la popolazione è triplicata. Le case sono una addossata all’altra, il sole non riesce neanche a entrare. Ci sono vicoli completamente bui. Tutto ciò provoca gravi problemi psico-fisici. Appena possono, i ragazzi scappano da qui.

“Di fronte a questa situazione drammatica, noi cerchiamo di sostenere le famiglie con diversi progetti: formazione scolastica presso l’Istituto “Istanbul”, finanziato dalla Ong turca Ihh; costruzione di pozzi; distribuzione di gasolio da riscaldamento; decalcificazione dell’acqua per uso domestico; adozione di orfani e sostegno scolastico ai più bisognosi; centro di micro-imprenditoria femminile; organizzazione annuale del festival 'Un sorriso per gli orfani' e di campeggi estivi per i ragazzini; distribuzione di pacchi-viveri, vestiti e soldi alle famiglie sempre più impoverite; installazione di generatori di corrente nelle case delle persone meno abbienti, che non riescono a pagare le bollette delle forniture elettriche.

“Nel campo di Ein el-Helweh non entra neanche il sole, e gli abitanti sono costretti a tenere sempre la luce accesa”.

Andiamo allo “Shifa for Medical & Humanitarian Services”, una società caritatevole libanese di sostegno ai palestinesi.

Incontriamo in direttore, Majdi Krajem, che ci spiega: “Sono specializzato nel soccorso medico ai profughi palestinesi. Il nostro obiettivo è di servire la gente e di sviluppare il lavoro medico nei campi.

“I nostri servizi sono gratuiti, con tariffe simboliche. Ci occupiamo della prevenzione del tumore alla mammella e di altre patologie. Organizziamo corsi di primo soccorso per la protezione civile. Stiamo lavorando con la Croce Rossa libanese per mettere punti di pronto soccorso e antincendio nei campi. Abbiamo distribuito 11 ambulanze, perché quelle libanesi non possono entrare nei campi profughi.

“Poiché i vicoli sono molto stretti, stiamo pensando di far arrivare veicoli piccoli, che possano passare agevolmente”.

Il dott. Krajem ci illustra le esigenze sanitarie della sua organizzazione: migliorare l’allestimento della sala operatoria; sostituire le apparecchiature diagnostiche obsolete; acquistare tac e altre strumentazioni mediche.

“I macchinari per le ecografie sono vecchi e gli esiti illeggibili – aggiunge -. Chi ha bisogno di un esame diagnostico, viene sottoposto a raggi X. Per le ecografie deve andare a Beirut e pagare anche 100 dollari.

“Per i malati di tumore, l’Onu sborsa il 30%, per il restante 70, essi devono rivolgersi alle strutture private libanesi, molto costose. L’Onu non passa neanche le protesi e la chirurgia d’impianto”. 

 Dopo averne sentito parlare per diverse ore, giunge finalmente il momento di visitare Ein el-Helweh. Come consueto, veniamo fermati al check-point militare libanese per più di mezz’ora.

Rimaniamo subito colpiti dal “clima” del campo, caratterizzato, appunto, da mancanza di luce naturale, da molta sporcizia e caos, e da tanta gente, per lo più miliziani, che se ne va in giro armata.

Ein el-Helweh ha poco del nome che si porta appresso, “L’occhio (o la fonte) della bella”. Come tutti i campi, è un luogo di grande sofferenza, di prova  concreta, visibile, dell’ingiustizia subita da un intero popolo 62 anni fa. Ma questo posto ha una tristezza e una cupezza maggiori: le persone ci guardano con diffidenza, ci salutano in inglese e non in arabo…, come fossimo degli intrusi, e non degli ospiti.

In questo campo ci sono stati molti conflitti interni tra le varie fazioni palestinesi, e la presenza di paramilitari palestinesi armati di tutto punto ne è un effetto, e forse pure una causa.

Fermiamo l’auto davanti all’ambulatorio “Khalid Ibn al-Walid”, un’ampia struttura sanitaria creata nel 1999 da diverse organizzazioni umanitarie saudite, kuweitiane e dall’InterPal di Londra.

Il direttore ci spiega che il progetto era partito con tre cliniche, ma che ora ne hanno diverse e con tutte le specializzazioni mediche.

“I servizi offerti da questo ambulatorio sono gratuiti – afferma -, con tariffa simbolica. Ogni visita costa 8000 lire libanesi (circa 4 euro), divise tra medico e amministrazione. Gli stessi medici che lavorano qui part-time, nei loro centri privati prendono 40 dollari. Qui fanno volontariato.

“L’ambulatorio è aperto dalle 8 alle 15, ma il nostro obiettivo è di farlo funzionare 24 ore su 24, in day-hospital”.

L’intervista viene interrotta dal richiamo alla preghiera comunitaria del venerdì, che si svolgerà da lì a poco nella moschea adiacente.

I nostri ospiti e i nostri amici e colleghi musulmani vanno a pregare, mentre noi osserviamo dagli scalini dell’ingresso della clinica il brulichio della strada. 

Poco meno di un’ora dopo, al termine della funzione religiosa, facciamo visita al leader militare di Fatah in Libano.

Per raggiungerlo abbiamo attraversato un reticolato oscuro e claustrofobico di vicoli e stradine strette e senza sole, e piene di ragnatele di fili elettrici che sfiorano tubi per l’acqua, balconcini che s’incastrano contro le finestre di altri edifici. Per terra c’è acqua e fango che si mescolano alla sporcizia. Ad un tratto, si apre ai nostri occhi uno spiazzo luminoso, piuttosto ampio per la media lugubre del campo. La casa del nostro ospite è grande e si affaccia su un cortile per le feste, con alberi e giochi per i bambini. È impossibile non notare subito la differenza marcata con le altre abitazioni.

Uomini armati e dall’aria poco rassicurante ci accolgono e ci portano da Munir Maqdah (Abu-l- Hasan), il responsabile generale dei Tanzim (dall’arabo, “organizzazione”), praticamente l’esercito di Fatah.

 Abu –l-Hasan si presenta in mimetica, armato, e con un bimbetto in braccio. È un contrasto forte, che ci colpisce e ci provoca un senso di disagio. Consegna il piccolo a una guardia, e ci fa accomodare su una terrazza, dove sono predisposti tavolini e sedie.

“Abbiamo abbracciato le armi nel 1948 – inizia a raccontare -. I campi sono pieni di armi. Della sicurezza si occupano i comitati popolari che rappresentano tutte le forze politiche, e che si coordinano con la polizia libanese”. 

Gli domandiamo come si collochino, nel panorama delle brigate della resistenza palestinese, poiché, ricordiamo, il presidente dell’Anp, Abu Mazen, ha posto il divieto alle azioni militari contro Israele. Sostanzialmente, a livello ufficiale, ha sciolto le tutte le brigate (quelle di al-Aqsa sono state dissolte nel 2007, almeno in teoria).

“Noi, come Tanzim, facciamo parte della resistenza – risponde – e siamo pronti a reagire a qualsiasi attacco. Le brigate al-Aqsa (braccio armato di Fatah, ndr) sono nate qui (in realtà sono nate in Palestina, poco dopo l’inizio della seconda Intifada, ndr)”.

Gli chiediamo allora se loro pensano di portare avanti la resistenza contro Israele nonostante il divieto della leadership dell’Anp.

“Noi siamo come il mare: ora siamo tranquilli, ma quando sarà necessario, ci muoveremo. Finché ci sarà un pollice di terra palestinese occupata, avremo l’obbligo di liberarla. Non aspetto che Abu Mazen mi dica di difendermi, lo faccio e basta. Chi va a morire, a fare il martire, mica aspetta di essere autorizzato. Lo fa e punto”.

Gli facciamo notare che dalle sue parole emerge un conflitto tra la linea politica decisa dall’Autorità nazionale palestinese di Ramallah e quella militare.

“Il sistema mondiale spinge verso la ‘pace’, ma il nostro popolo vuole la resistenza. Abbiamo rispettato la ‘tregua’ (hudna, in arabo). Io stesso l’ho firmata, ma le nostre esercitazioni continuano”.

A questo punto del discorso, gli chiediamo come considera gli arresti giornalieri di membri della resistenza da parte dell’Anp in Cisgiordania. Ci risponde che ritiene “una illegalità l’esistenza dell’Anp sotto la bandiera israeliana. Sostegno Abu Mazen nella sua idea di sciogliere l’autorità palestinese”.

Non esistono divisioni interne, incalziamo, tra i partiti e i movimenti?

“Noi in Libano siamo lontani dalle divisioni interne presenti in Palestina. Deve esserci unità sui principi basilari, e l’ostinazione israeliana a non voler riconoscere i nostri diritti, aiuta molto l’unità interpalestinese. Ci compatta. Quando i combattenti palestinesi scendono in strada tutti insieme, costringono l’Anp a scegliere un’altra direzione”.

Che ne è dunque del progetto sostenuto anche dall’Anp di “due stati – due popoli”?

“Non è un’opzione realizzabile. Anche il più moderato dei palestinesi, quello che voleva la pace con Israele, ora è disperato. Il 45% della Cisgiordania è nelle loro mani. I governi israeliani sono tutti terroristi e ciò che ci è stato preso con la forza, verrà ripreso con la forza. Perché mai devo riconoscere il diritto di Israele sulla mia terra? I documenti catastali che attestano la nostra proprietà della Palestina esistono ancora”.

Abu – l -Hasan ci congeda: avevamo a disposizione circa 30 minuti, e sono già passati, tra una domanda e l’altra, e un sorso di tè e caffè. Ma non ci manda via prima di mostrarci un po’ di armi, appese qua e là, quasi a voler mostrare la sua forza o, forse, la determinazione del suo gruppo alla resistenza. Ci accompagna con la sua scorta fino all’ingresso di un vicolo stretto e oscuro, e poi ci saluta.

Rimaniamo tutti in silenzio per un po’, pensierosi e perplessi per le risposte, l’ostentata simpatia, e la dimostrazione muscolare del capo dei Tanzim e dei suoi uomini.

Ma le nostre riflessioni vengono presto interrotte da una nuova visita, quella all’Ufficio politico di Hamas a Sidone, situato all’interno del campo profughi.

Entriamo in un edificio un po’ cadente, come la maggior parte delle case e delle palazzine del campo, e in un appartamento altrettanto modesto e piuttosto caotico.

Ci accomodiamo in un ampio salotto e salutiamo i nostri cordiali ospiti, che ben presto riempiono i nostri tavolini di cibo e bevande.

Il responsabile dell’Ufficio è Fadel Taha. Anche lui, come la maggior parte dei politici, medici e operatori umanitari da noi incontrati fino a qui, ci racconta dell’immensa sofferenza dei profughi palestinesi e dei grandi disagi giornalieri che devono affrontare.

“La situazione sanitaria è molto grave. In questo campo, quando piove, si allagano strade e case, e nascono seri problemi per la salute della popolazione. In quanto palestinesi senza diritti, siamo costretti ad accettare qualsiasi lavoro, in nero e sottopagato. I check-point all’ingresso del campo scoraggiano ogni tentativo di uscire per cercare un lavoro. I giovani rimangono qui, perché hanno paura che fuori li arrestino…Ce ne sono circa 2000 già schedati, e spesso per niente. Vivono in una situazione difficile, umiliante.

“Neanche una casa possiamo permetterci; i pochi palestinesi che possono comprarla, devono registrarla a nome di un libanese”.

Le attività di Hamas nel campo. “Come una qualsiasi altra forza palestinese, noi siamo presenti attraverso Ong e vari progetti e servizi assistenziali. Vediamo la sofferenza del nostro popolo e cerchiamo di aiutarlo, sostenendolo in tanti modi.

“Nel campo sono rappresentate tutte le realtà politiche palestinesi – islamiche, laiche, marxiste – e ognuna collabora con l’altra. Il governo libanese non offre nulla ai palestinesi. Se, per esempio, un generatore elettrico si guasta, dobbiamo fare una raccolta e ricomprarlo.

“Con la scusa di scoraggiare la stabilizzazione dei profughi, ci stanno affamando e massacrando a poco a poco. Loro si offendono se diciamo che sono razzisti, ma è così. Siamo in Libano come rifugiati per una precisa volontà regionale, ma noi vogliamo tornare a casa, in Palestina”.

Torniamo a Beirut che è già sera. Nei nostri tre giorni di permanenza in Libano abbiamo visitato campi profughi dal nord al sud, incontrato politici di tutti i principali schieramenti palestinesi, operatori umanitari, Comitati popolari, medici, insegnanti e gente comune: tutti rifugiati e con la speranza di far ritorno in patria al più presto, anche se l’attesa, per molti, dura da generazioni.

La loro vita in Libano è misera, emarginata, deprivata di ogni diritto. Vivono in una drammatica condizione di apartheid. Sono cittadini di serie “0” e attendono dalle leggi e dalle organizzazioni umanitarie e legali internazionali il ripristino della giustizia e del loro diritto al ritorno.  

(*) Delegazione italiana in visita ai campi profughi palestinesi in Libano: Mohammad Hannoun, Api – Associazione palestinesi in Italia; Angela Lano, giornalista e direttore agenzia stampa InfoPal; Hamza Piccardo, editore e scrittore; Giovanni Sorbello, attivista umanitario; Dario Rossi, avvocato “Giuristi democratici”.

Le prime due parti del reportage sono state pubblicate qui: Viaggio tra i campi profughi palestinesi nel Libano: cittadini di serie zero

Viaggio tra i campi profughi palestinesi nel Libano: cittadini di serie zero (2ª parte)

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