Reportage tra i profughi in Sicilia: l’incontro con Siriani e Palestinesi

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Catania, 19 agosto. Di Angela Lano e Sulaiman Hijazi.

Siamo nella moschea della Misericordia, dove sono ospitati alcuni profughi palestinesi e siriani.

Un gruppo di rifugiati è arrivato in Sicilia sabato 15 agosto, in un barcone con altri 440. Provengono dal campo di Yarmouk, a Damasco. Dalla Siria sono arrivati in Egitto, e da lì, su un peschereccio sgangherato, fino ad Augusta, in provincia di Siracusa, dopo giorni di navigazione.

Ahmad è un giovane palestinese di 22 anni, e risiedeva a Yarmouk: “Abbiamo passato sette giorni in mare – ci racconta -. Il capitano non aveva la minima idea della rotta da seguire. Continuava a telefonare ai suoi capi… Eravamo 440 persone in una barca piccola, gli uni sugli altri. Non riuscivamo neanche a respirare. Alcuni sono svenuti. Se avessi saputo delle condizioni del viaggio e della barca, non sarei partito. Ci dicevano che affondano solo le navi che partono dalla Libia, invece non è vero. Anche dall’Egitto partono pescherecci vecchi e malconci pieni di gente che paga migliaia di dollari”.

Dall’Egitto come dalla Libia, il traffico marittimo di esseri umani frutta milioni di dollari. La gente paga come se salisse a bordo di una nave da crociera – 1000, 2000, 3000 dollari – ma si imbarca su gommoni o pescherecci fatiscenti, con personale di bordo incapace e criminale. Il guadagno dei trafficanti è altissimo. Siamo nell’ordine di un milione di dollari a “viaggio”. Impossibile non immaginare che in tale business non siano coinvolti, oltre alle gang criminali, politici, governi e mafie varie.

“Abbiamo lasciato il campo di Yarmouk – continua Ahmad – perché era spesso sotto bombardamenti. Ho visto troppi morti. L’ISIS è rimasta nel campo per due settimane, poi è andata via, ma nel frattempo ha massacrato 400 persone, molti dei quali membri di Hamas. Hanno seminato il terrore.

“La mia famiglia si è divisa: mio fratello e mio padre sono andati a stare nel centro di Damasco, mia madre al Cairo e io in Italia. La mia metà, però, è la Germania, dove ci sono dei cugini che mi possono accogliere e aiutare. Voglio continuare a studiare”.

Yassin è un Palestinese di 28 anni. Ha con sé la giovane moglie e i due figli. Anche loro sono partiti dall’Egitto, dal porto di Alessandria: “Ci avevano promesso una nave di lusso, con quel che abbiamo pagato i passaggi! Abbiamo dato loro 2000 dollari a testa. Invece ci hanno fatto salire su una barca scassata. Abbiamo temuto di morire in mare. Per fortuna siamo qui sani e salvi e ora tenteremo di raggiungere la Svezia, dove abita mio fratello”.

Catania, 20 agosto. Moschea della Misericordia.

Sono arrivate altre persone: gruppi di siriani fuggiti da Damasco. Sono di classe media: ingegneri, professionisti. Erano 600 in barca.

Un uomo di mezza età, Ibrahim, ingegnere e impresario, ci racconta di aver lasciato il suo Paese perché la sua fabbrica e la casa erano state bombardate. Si trovavano in un’area di Damasco, al-Qaboun, dove c’erano dei ribelli e il regime l’ha colpita. “Mio fratello e 12 cugini sono stati uccisi nei bombardamenti – ci spiega -. Ho lasciato la Siria con la famiglia un anno e mezzo fa. Abbiamo attraversato il Libano e siamo poi arrivati in Egitto. Siamo rimasti lì per un anno, continuando a tentare di imbarcarci per l’Europa, ma siamo stati imprigionati tutti, anche i bambini piccoli.

“All’inizio pensavamo di rimanere in Egitto, ma ci sono troppi disordini, troppa violenza, droga, abusi sessuali… e così abbiamo deciso di andare via, tentando varie volte, fino a riuscire a salire in barca. Abbiamo pagato 2000 dollari a testa, con sconti per i figli piccoli. In tutto abbiamo dato 11 mila dollari. Una cifra enorme. Ora tentiamo di raggiungere la Germania, dove vive mio figlio maggiore”.