Ricordando la Naksa del 1967

Ramallah – WAFA. Il 5 di giugno del 1967, lo stato occupante israeliano lanciò un attacco preventivo contro Egitto, Giordania, Iraq e Siria. Dopo che ebbe colpito le difese aeree di questi paesi, Israele conquistò Gerusalemme Est, Cisgiordania e Gaza, così come le Alture del Golan siriane e la penisola egiziana del Sinai.

Vent’anni dopo essere stato riconosciuto come stato indipendente sulle rovine della Palestina storica, Israele iniziò un’occupazione che sarebbe diventata la più lunga della storia moderna. In quanto tale, Israele prese il controllo dell’ultimo 22% della Palestina storica che non fu in grado di occupare nel 1948.

Il termine “Naksa”, o “battuta d’arresto”, si riferisce alla Guerra dei Sei Giorni del 1967, che iniziò il 5 giugno e che vide Israele triplicare le sue dimensioni ed iniziare i suoi oltre 55 anni d’occupazione.

Quasi 400mila palestinesi furono sfollati dall’invasione israeliana, aggiungendosi alle centinaia di migliaia di rifugiati sradicati nel 1948 dalle milizie d’invasione sioniste pre-israeliane. Circa la metà venne sfollata per la seconda volta in meno di 20 anni.

Il numero di rifugiati palestinesi nei campi gestiti dall’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione (UNRWA) in Cisgiordania, Striscia di Gaza, Giordania, Siria e Libano è ulteriormente cresciuto.

L’attacco vide Israele ignorare i confini della Linea Verde precedentemente concordati e stabiliti nell’armistizio del 1949 con Egitto, Giordania, Libano e Siria, che separavano l’Israele di nuova costituzione dalle aree palestinesi della Cisgiordania e di Gerusalemme, amministrate dalla Giordania, e da Gaza, amministrata dall’Egitto.

In seguito all’assalto, facilitato dal forte sostegno degli Stati Uniti, Israele impose un’occupazione militare in Cisgiordania e Gaza e annetté Gerusalemme Est, che continua occupata fino ad oggi.

I palestinesi nei “territori palestinesi occupati” da allora sono soggetti a una brutale occupazione militare israeliana e agli attacchi dei coloni ebrei armati, per i quali la vittoria di Israele era una licenza per colonizzare la terra che credono sia stata loro promessa – e a loro soltanto – da Yahwè.

Nel 2005, Israele ritirò le sue truppe ed i suoi coloni da Gaza, come parte di un piano di disimpegno unilaterale sotto il defunto primo ministro israeliano Ariel Sharon.

Nonostante molte risoluzioni delle Nazioni Unite che ne richiedano il ritiro da questi territori, Israele continua ad occuparli tranne la penisola del Sinai. Israele si ritirò da questo territorio nel 1982, a seguito di un trattato di pace con l’Egitto.