'Sangue sulle nostre mani', di Uri Avnery.

“Sangue sulle nostre mani”

Uri Avnery, 14 aprile 2007-04-17

Da Maan News. 

Il 17 aprile è noto ogni anno dai palestinesi come il Giorno dei Prigionieri. 

In questo momento, le negoziazioni sullo scambio dei prigionieri sono in piena attività. 

Il termine “negoziazioni”è in realtà inappropriato. “Contrattazioni”sembra essere il termine più adatto. Si potrebbe anche usare un’espressione più brutta: “ traffico di esseri umani”. 

L’affare in questione riguarda esseri umani, che sono invece trattati come dei beni, per i quali gli ufficiali delle due parti si contendono, come se fossero un pezzo di terra o un sacco di frutta.

Ai loro occhi, infatti, e negli occhi dei loro sposi, genitori e bambini, non sono dei beni. Sono vita stessa.

Subito dopo la firma dei trattati di Oslo nel 1993, “Gush Shalom”pubblicamente chiamò il primo ministro, Yitzhak Rabin, con l’intento di liberare tutti i prigionieri palestinesi.

La logica era semplice: sono in realtà prigionieri di guerra. Hanno fatto semplicemente quello che hanno fatto al servizio della loro gente, esattamente come i nostri soldati. Le persone che li hanno mandati sono stati i capi dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), con cui abbiamo appena firmato un accordo di vasta portata. C’è alcun senso nel firmare un accordo con i comandanti mentre i loro subordinati continuare a marcire nelle nostre prigioni?

Quando si fa la pace, i prigionieri di guerra si aspettano di essere rilasciati. Nel nostro caso, questo dovrebbe essere non soltanto un segnale di umanità, ma anche di saggezza. Questi prigionieri vengono tutti dalle città e dai villaggi. Mandandoli a casa, rilasciandoli, significherebbe uno scoppio di gioia per tutti i Territori Occupati. E’ difficile infatti che si trovi una famiglia palestinese che non abbia almeno un parente in carcere.

Se l’accordo, abbiamo detto, non viene fatto per rimanere solo su un pezzo di carta, ma per essere riempito di contenuto e di spirito, non ci sarebbe così un altro atto più saggio di questo.

Sfortunatamente, Rabin non ci ha dato retta. Aveva molte cose positive, ma fu una persona piuttosto chiusa, priva di immaginazione. Egli stesso fu prigioniero di concetti di “sicurezza”ristretta. Secondo il suo punto di vista, i prigionieri erano dei beni che dovevano essere trattati, scambiati per qualche altra cosa. Prima della fondazione di Israele, lui stesso è stato tenuto in detenzione dagli inglesi per qualche tempo, come molti altri, nonostante ciò non è stato capace di imparare la lezione che ha avuto dalla sua esperienza.

Noi consideriamo ciò una questione fatidica, per quel che riguarda gi sforzi di pace. Insieme, all’indimenticabile Faisal Huisseini, l’adorato leader della popolazione palestinese di Gerusalemme orientale, abbiamo organizzato una dimostrazione contro la prigione di Jneid a Nablus. E’ stata la dimostrazione israelo-palestinese più grande che si sia mai vista, vi hanno partecipato  più di 10 mila persone.

Invano. I prigionieri non sono stati rilasciati. 

Quattordici anni dopo, niente è cambiato. Alcuni prigionieri sono stati rilasciati, altri però vi hanno preso il posto. Ogni notte, i soldati israeliani catturano una dozzina di palestinesi.

In una sola volta,  ci furono circa 10000 palestinesi, uomini e donne, dai minori agli anziani.

Tutti i nostri governi li hanno trattati come dei beni. E dei beni non vengono dati via per niente, essi hanno un prezzo. Molte volte è stato proposto di rilasciare alcuni prigionieri come un gesto per Mahmoud Abbas , con lo scopo di fronteggiare faccia a faccia Hamas. Tutti questi consigli sono stati rifiutati da Ariel Sharon e Ehud Olmert.

Oggi, i servizi di sicurezza oppongono lo scambio di prigionieri  al rilascio del soldato israeliano Gilad Shalit e questo non perché il prezzo, circa 1400 prigionieri in cambio di un solo prigioniero, è esorbitante, ma perché al contrario, per molti israeliani sembra abbastanza normale che un soldato israeliano valga 1400 “terroristi” (prigionieri palestinesi). I servizi di sicurezza inoltre hanno sollevato molti altri pesanti argomenti: se i prigionieri vengono rilasciati per un soldato “rapinatore”, questa azione incoraggerà altri terroristi a catturare nuovi soldati.

Infine, alcuni dei prigionieri rilasciati ritorneranno nelle loro organizzazioni e alle loro attività, e questo significherà ulteriore sangue versato. I soldati israeliani saranno così costretti a rischiare le loro vite allo scopo di arrestarli ancora.

Ma c’è ancora qualcos’altro in agguato: alcune delle famiglie degli israeliani uccisi negli attentati,  sono organizzati in gruppi legati all’estrema destra. Come può questo governo, privo di qualsiasi posizione permanente, fronteggiare una così tale pressione?

Per ciascuno di questi argomenti c’è un altro contro-argomento. 

Non rilasciando i prigionieri ciò conduce i terroristi ad avere una perenne giustificazione a “rapinare”i soldati. Dopo tutto ciò, non c’è nient’altro che sembra non convincerci nel rilasciare i prigionieri. In queste circostanze,  azioni del genere avranno sempre grande popolarità con la gente palestinese, che include migliaia di famiglie che stanno aspettando il ritorno dei loro cari.

Da un punto di vista militare, c’è anche un altro difficile argomento: “I soldati non sono lasciati in campo”. Questo deve essere ben tenuto in mente, è un sostegno principale della morale militare. Ogni soldato deve sapere che se verrà catturato, l’esercito israeliano farà tutto il possibile, ogni cosa affinché venga liberato. Se questa credenza è ben sottolineata, i soldati saranno dunque pronti a correre rischi in battaglia?

Inoltre, l’esperienza dimostra che un’alta proporzione di prigionieri palestinesi non ritornano nel ciclo della violenza, dopo vari anni di detenzione, tutti quanti loro vogliono vivere in pace e dedicare il loro tempo ai propri figli. Riescono a influenzare moderatamente chi li circonda. 

L’argomento politico riguarda tutte e due le parti. C’è una certa pressione da parte delle “vittime de
l terrore”, tuttavia esiste una tensione ancora più alta da parte delle famiglie dei soldati catturati.

Nell’ebraismo,c’è un comandamento chiamato “riscatto dei prigionieri”, che riguarda la situazione della comunità perseguitata dispersa in tutto il mondo, in base al quale, ogni ebreo deve fare un sacrificio e pagare una certa somma per il rilascio di un altro ebreo da prigione. Se i pirati turchi hanno catturato un ebreo dall’Inghilterra, gli ebrei di Istanbul devono pagare il riscatto per quel prigioniero. Ancora oggi in Israele vale questo comandamento.

Numerose dimostrazioni e manifestazioni, incontri pubblici ecc.. si stanno tenendo in favore del rilascio del prigioniero Gilad Shalit. Gli organizzatori non dicono apertamente che lo scopo è di spingere il governo ad accettare lo scambio, ma dal momento che non c’è altro modo per riaverlo vivo, cioè che il messaggio sia messo in pratica.

L’argomento più duro discusso da coloro che si oppongono allo scambio è che i palestinesi stanno chiedendo il rilascio dei prigionieri con il “sangue delle loro mani”. Nella nostra società, le parole  “sangue ebreo”, due parole appartenenti alla destra, sono abbastanza da far chiudere la bocca persino a molti di sinistra. 

Nella terminologia dei servizi di sicurezza, questa definizione può essere applicata non soltanto a una persona che ha partecipato in un attacco in cui sono stati uccisi israeliani, ma anche a chiunque abbia pensato all’azione, a chiunque abbia dato l’ordine, o l’ abbia organizzata e contribuito ad eseguirla, a chiunque abbia preparato le armi o trasportato gli attentatori sul posto ecc…

Secondo questa definizione, ogni soldato e ufficiale dell’esercito israeliano ha “sangue nelle sue mani”, insieme con molti politici.

Qualcuno che ha ucciso o ferito israeliani, è forse differente da noi, soldati israeliani di ieri e di oggi? Quando io ero un soldato nella guerra del 1948, in cui dieci migliaia di civili, di combattenti e soldati di entrambe le parti, perirono, io facevo parte di questa macchina da guerra nell’unità di comando di Samson’s Foxes . Ho sparato migliaia di pallottole, se non addirittura dieci migliaia. Mi trovavo a sparare maggiormente di notte, per cui non potevo vedere bene dove avrei colpito, e se anche fosse, non avrei saputo a chi avrei sparato. Dunque ho anche io mani sporche di sangue?

L’argomento ufficiale è che i prigionieri non sono soldati, e allora non sono neanche prigionieri di guerra, ma comuni criminali, assassini.

Questo non è un argomento nuovo. Tutti i regimi coloniali nella storia hanno sempre detto la stessa cosa. In nessuna rivolta o lotta di un popolo oppresso, è stato mai riconosciuto il suo nemico come legittimo combattente. I francesi non hanno riconosciuto i combattenti per la libertà dell’Algeria, così come gli americani non riconoscono i combattenti iracheni e afgani (essi sono tutti terroristi, che possono essere torturati e tenuti in condizioni abominevoli), il regime dell’apartheid sud africano trattava Nelson Mandela e i suoi compagni come criminali,così gli inglesi facevano con Mahatma Gandhi e i combattenti ebrei in Palestina. In Irlanda, impiccavano i membri del background irlandese, lasciandoli morire con il sottofondo delle canzoni (“ Sparami come un soldato irlandese, non impiccarmi come un cane, perché io ho combattuto per la libertà dell’Irlanda, in quel settembre nero”). 

La finzione che i combattenti per la libertà sono ritenuti comuni criminali è necessaria per legittimare un regime coloniale, e rendere più facile per un soldato sparare alla gente. Un comune criminale agisce nel suo interesse. Un combattente per la libertà o un “terrorista”, come molti sodati, crede invece di servire la sua gente o la sua causa. 

Il paradosso di questa situazione è che il governo israeliano sta negoziando con persone che loro stesse hanno speso tempo nelle prigioni israeliane. Quando i nostri leaders parlano del bisogno di affrontare gli elementi palestinesi, essi intendono principalmente questo. 

Quella è una caratteristica della situazione palestinese, che dubito esista in altri paesi occupati. Persone che hanno speso 5, 10 o 20 anni nelle prigioni israeliane, e che hanno tutte le ragioni del mondo per odiare le nostre raffiche, sono abbastanza aperte ad avere contatti con gli israeliani. 

Dal momento che io conosco alcuni di loro, e alcuni di loro sono stati degli amici stretti, mi sono meravigliato molte volte di ciò.

Alle conferenze internazionali ho incontrato molti attivisti irlandesi. Dopo diverse birre di Guinness, mi hanno detto che non hanno provato gioia più grande nella loro vita nell’uccidere gli inglesi. Mi è venuta alla mente allora la canzone del nostro poeta Nathan Alterman, in cui prega Dio così: “Dammi dell’odio grigio come un sacco” (per i nazisti). Cent’anni dopo di oppressione, ecco come si sentirono.

Di certo, i miei amici palestinesi odiano l’occupazione israeliana , ma non odiano tutti gli israeliani, per il solo fatto di essere israeliani. In prigione, la maggior parte di loro, hanno imparato a parlare l’israeliano correttamente, ascoltavano la radio israeliana, leggevano i giornali israeliani e guardavano la televisione israeliana. Essi sanno che ci sono diversi tipi di israeliani, così come ci sono diversi tipi di palestinesi. La democrazia israeliana, che permette ai membri del Knesset di diffamare il loro primo ministro ha avuto una forte impressione su di loro. Quando il governo israeliano ha dimostrato una certa prontezza nel negoziare con i Palestinesi, i migliori partners li trovarono proprio tra gli ex-prigionieri.

Questo è anche vero per i prigionieri che sono stati rilasciati ora. Se Marwan Barghouti fosse rilasciato, sarebbe un normale partner per ogni sforzo per costruire la pace.

Io sarei veramente felice quando sia lui sia Gilad Shalit verranno rilasciati liberi.

 Traduzione di Silvia Marchionne

 

 

 

 

 

 

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