Shaykh Raed Salah in carcere: aveva partecipato alla Freedom Flotilla.

InfoPal. Dal 25 luglio, Shaykh Ra’ed Salah, il leader del Movimento islamico nei Territori Palestinesi Occupati nel '48 (Israele, ndr) ha cominciato a scontare una pena carceraria di 5 mesi, per aver preso parte alla Freedom Flotilla – che il 31 maggio scorso è stata assaltata dalle forze israeliane in un atto di pirateria internazionale.

Salah, che si trovava sulla nave Mavi Marmara, con monsignor Hilarion Capucci, ex vescovo melchita di Gerusalemme, e molti altri rappresentanti religiosi e politici arabi ed europei, era stato arrestato insieme a tutti gli altri passeggeri della Flottiglia, ma, in quanto palestinese, era stato processato davanti al tribunale di Ashqelon e condannato il 13 luglio a una pena detentiva, che verrà scontata nella prigionie di Ramle, nota con il nome di Ayalon. 

Poco dopo l’attacco alla Freedom Flotilla, Israele aveva diffuso false notizie sulla morte del leader islamico, poi smentite. In quell’occasione, egli aveva dichiarato che tali notizie trasmesse dai media israeliani erano collegate ad alcuni precedenti tentativi volti ad assassinarlo. Si legga: Un piano per uccidere lo shaykh Raed Salah?;   Fonti israeliane: ferito gravemente Shaikh Raed Salah durante l'attacco israeliano contro la Flotta della Libertà;   Silenzio stampa israeliano sulle attuali condizioni dello Sheikh Raed Saleh;   Lo Sheikh Raed Salah: 'Israele aveva premeditato il mio assassinio a bordo della nave'.

Il 3 giugno, dalla corte di 'Ashqelon, Salah e altri palestinesi a bordo della Flotilla, avevano ricevuto una sentenza per gli arresti domiciliari, l'imposizione di una multa e il divieto di lasciare il Paese per 45 giorni.

Rilasciato dalle autorità israeliane il 4 giugno, Raed Salah, aveva spiegato che i commando israeliani avevano tentato di assassinarlo intenzionalmente e che era rimasto in vita solo perché i soldati avevano sbagliato il tiro, colpendo a morte un altro passeggero: “Una volta salito su un'imbarcazione dei commando israeliani – aveva raccontato -, mi è stato chiesto il passaporto e, quando hanno realizzato chi fossi, sono rimasti delusi e scioccati perché erano convinti di avermi assassinato (…). È  venuto da me il Capo di stato maggiore in persona, Gabi Ashkenazi, per accertarsi della mia identità”.

Condanna per la pulizia etnica in corso a Gerusalemme. In una breve intervista rilasciata alla Fondazione “al-Aqsa per il Patrimonio”, pochi giorni prima che cominciasse a scontare la pena carceraria di cinque mesi, il leader islamico ha espresso la propria condanna e ha manifestato apprensione per il destino dei quattro deputati palestinesi, minacciati di espulsione dalla propria città, al-Quds (Gerusalemme).
Ha parlato di un “preludio all’espulsione dell’intera popolazione palestinese dalla città, sulla scia di quanto fu fatto nel 1948”.

Ha puntato il dito contro l’Accordo di Oslo, che aveva decretato la possibilità di “legalizzare” l’attuale situazione territoriale e lo status dei cittadini palestinesi.

In quell’occasione si confinò la questione di Gerusalemme – e con essa dei luoghi santi musulmani – in un vicolo cieco. Non affrontando la situazione all’epoca, si vollero creare i presupposti e lasciare mano libera ad Israele perché oggi possa completare una pulizia etnica sui palestinesi di Gerusalemme e sui quelli che vivono nei Territori Palestinesi Occupati nel ’48 (Israele).

Lo shaykh ha rivolto anche parole dure contro l’Autorità nazionale palestinese (Anp) guidata da Mahmud ‘Abbas, chiedendo di ammettere il fallimento delle proprie politiche e di aver prodotto unicamente un’involuzione nell’esistenza del popolo palestinese.
Ha richiamato ad una presa di posizione comune, idee promosse dalla comunità tutta e ad una coesione, auspicando quindi l’unità nazionale palestinese – tra leadership, fazioni politiche, organizzazioni e popolazione.

Persecuzioni contro Salah e altri esponenti palestinesi. Tra le misure coercitive adottate contro Salah, noto e amato rappresentante dei palestinesi musulmani, ma molto amico anche delle Chiese cristiane, specialmente quella Ortodossa, Israele ha incluso il divieto di ingresso a Gerusalemme per un periodo di diverse settimane, e rinnovabile di volta in volta.

Si tratta di un decreto militare basato sui Regolamenti d'Emergenza, risalenti al periodo dell'amministrazione britannica sulla Palestina storica: il primo ordine valeva per un periodo di sei mesi. Tuttavia, il 9 luglio, due giorni prima della scadenza, l’esercito di occupazione lo ha esteso fino al 29 luglio, e da lì, ci sarà un'ulteriore proroga trimestrale, anche se Salah si trova ormai in carcere.

L'ordinanza militare israeliana fornisce pure una dettagliata mappatura delle aree alle quale è stato interdetto l'accesso al leader del Movimento islamico nei Territori Palestinesi Occupati del '48.

Gerusalemme è al centro di una feroce contesa tra i suoi cittadini palestinesi, un'intera popolazione occupata che ne rivendica i diritti spirituali e nazionali, e un governo d'occupazione israeliano pronto a “ripulirla” dei suoi abitanti autoctoni.

Le persecuzioni scatenate con Salah, contro altri leader politici e religiosi palestinesi, e contro la popolazione gerosolimitana e cisgiordana, è di natura politica e razziale: Israele sta portando avanti un progetto di “pulizia etnica” da 62 anni, a fasi alterne, ma costanti.

(Fonti: InfoPal, Palestine.info, Quds Press)

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