Stato d’Israele e Stati canaglia. Dal Manifesto.

Da www.ilmanifesto.it dell’8 luglio


Stato d’Israele e Stati canaglia
Maurizio Matteuzzi
Se esistono nel mondo parecchi Stati canaglia non democratici che vengono additati alla pubblica esecrazione, bisognerà pur riconoscere, prima o poi, che c’è anche qualche Stato canaglia democratico. Se non cambiano le cose, Israele con tutta la sua democrazia per gli israeliani (ma non per gli arabo-israeliani), fa di tutto per essere un democratico Stato canaglia, forte del potere di condizionamento e di ricatto sull’occidente che l’immane tragedia dell’olocausto gli ha concesso e che esercita. Un condizionamento e un ricatto che si avvertono anche in questi giorni in cui sta infliggendo alla popolazione palestinese di Gaza un tremendo «castigo collettivo», condannato da tutte le leggi internazionali. E che non ha nulla a che vedere con l’obiettivo di salvare la vita del povero soldato Shalit. Il vero scopo è un altro. E’ la lucida – ma forse, a gioco lungo, suicida – volontà di distruggere il governo di Hamas, certo sgradevole e problematico ma uscito da elezioni regolari, e di infliggere – ancora una volta – una punizione collettiva alle masse palestinesi che, anche per l’opera di incessante disgregazione/ delegittimazione di Arafat e dell’Olp, di al Fatah e dell’Anp, hanno avuto l’ardire di votare per il movimento islamico. Prima o poi bisognerà pur riconoscere che il vero obiettivo dei governi di Israele è quello di digregare/delegittimare non solo gli integralisti di Hamas ma qualsiasi governo o struttura che i palestinesi si sono dati da Madrid e Oslo in poi, per dimostrare agli occhi di un mondo cieco che «non c’è un partner» con cui poter trattare la pace e che l’unica via d’uscita sono le iniziative unilaterali – dal Muro al ritiro da Gaza, da Sharon a Olmert. In realtà non sono gli israeliani che non hanno partner palestinesi ma i palestinesi a non avere partner nei governi israeliani. A cui non è mai passato per la testa di ritornare nei confini del ’67, l’unico modo per arrivare a una pace che non sia una beffa gonfia di nuovo e infinito «terrorismo». Prima o poi bisognerà pur riconoscere che Israele è un democratico Stato canaglia, quello che a livello internazionale più si fa gioco delle risoluzioni dell’Onu, della Corte di giustizia dell’Aja, delle Convenzioni di Ginevra. Concludeva un suo articolo su Haaretz, un paio di giorni fa, l’analista politico israeliano Gideon Levy: «Stiamo bombardando e sparando, tagliando l’elettricità e distruggendo, assediando e sequestrando come i peggiori terroristi e nessuno rompe il silenzio a chiedere per cosa diavolo fare e con quale diritto». Il silenzio. Gli americani, l’alleato automatico, si capisce. Mal’Europa? L’Italia? Una condanna di Israele per le «violazione dei diritti umani della popolazione palestinese» è passata al nuovo Consiglio per i diritti umani dell’Onu con il no dei paesi Ue (troppo «sbilanciata »). Ieri l’Unione europea ha accusato Israele di «uso sproporzionato della forza». Le stesse parole del ministro degli esteri D’Alema. Sarà questa la nuova linea della «equivicinanza»? L’annunciata «discontinuità» con Berlusconi chiede altro nella tragedia palestinese. Come la sospensione della legge di cooperazione militare Italia-Israele del 2005. Ma è difficile credere che in un governo in cui ci sono un sottosegretario che propone Israele nell’Unione europea e nella Nato (senza venire dimesso) e un partito il cui segretario (Franco Giordano) parla di «rigurgiti antisionisti» ci saranno discontinuità o equivicinanza. Al diavolo i palestinesi. Viva la democrazia israeliana.

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