Storie da Piombo Fuso: la famiglia Abu Rujailah

Storie da Piombo Fuso: la famiglia Abu Rujailah

Gaza – Pchr. “Quando arrivai lì, trovai molte persone della zona lavorare alla propria terra. Era tranquillo ed io mi sentivo sicuro e rimasi lì. All’improvviso una delle jeep che stava al confine si fermò e iniziò a sparare”.

Il 18 gennaio 2009, più o meno alle 10:00 del mattino, le forze israeliane situate al confine tra Israele e la Striscia di Gaza aprirono indiscriminatamente il fuoco in direzione dei contadini che lavoravano la terra, ad est del villaggio di Khuza, ad est di Khan Younis. Uno dei contadini, Maher Abdel Azim Abu Rujailah (23), venne ucciso, colpito da un proiettile che penetrò il braccio sinistro e il petto.

Maher era vicino a me, nel campo. Era dietro di me quando lo sentii gridare ‘Allah Akbar’ (Dio è grande) e scoprii che uno dei proiettili lo aveva colpito. C’era gente per terra che gridava”, ricorda sua padre Abdel Azim Abu Rujailah (59). Maher fu portato su un carretto trasportato da un cavallo, sotto una fitta pioggia di proiettili, e poi trasferito su un’auto. Fu dichiarato morto all’arrivo in ospedale.

Il 17 gennaio Israele dichiarò il cessate il fuoco”, ricorda Abdel Azim. “Il 18 gennaio molta gente era ritornata ad est Khoza per controllare le proprie terre e le case che avevano lasciato lì. Maher è [suo fratello] Yousef erano andati nel nostro pezzo di terra ed io li avevo seguiti perché mi preoccupavo per loro. Quando arrivai lì, trovai molta gente che lavorava sulla propria terra. Era tranquillo ed io mi sentivo sicuro e rimasi lì. All’improvviso una delle jeep che stava al confine si fermò e iniziò a sparare”.

Secondo una testimonianza che Yousef (29) rilasciò al PCHR dopo l’uccisione di suo fratello, la distanza tra Maher e il confine era di circa 800 metri. Yousef disse che la zona era tranquilla e che anche gli elettricisti vi stavano lavorando.

Avrei voluto che si prendessero tutti i lotti della nostra terra e che Maher fosse ancora vivo”, racconta Abdel Azim, che continua: “Mia moglie è stata colpita da due ictus dalla morte di Maher. Dal giorno dell’uccisione, soffro di problemi di cuore. Non possiamo dimenticarlo e la nostra sofferenza è costante. Lo ricordiamo quando vediamo i suoi indumenti, la sua stanza e qualsiasi cosa che lui abbia usato”.

 Talvolta, quando mi sveglio durante la notte, trovo le mie figlie che piangono. Quando vedono gli abiti di Maher iniziano a piangere”, dice Abdel Azim. “Anche le mie figlie hanno molta paura. Dowlat spesso si porta le mani alle orecchie quando sente gli aerei e dice ‘aiutami, padre’. Ha 24 anni e ha paura del buio”.

Abdel Azim ha anche visto grandi cambiamenti in sua moglie. “È stata veramente colpita. Prima dell’incidente stava bene, poi, dopo la morte di Maher, ha iniziato a soffrire. Era una donna molto forte. Adesso piange sempre”, dice. Ma’zouza, troppo emozionata per raccontare di suo figlio, parla piano: “Maher era molto vicino alle sue sorelle, specialmente ad Arwa. Una volta che aveva dei soldi disse ‘se muoio, dalli ad Arwa’. Il giorno prima della sua morte venne da me e mi chiese se suo padre potesse scrivergli un testamento. Lo spinsi a terra e mi sedetti sul suo petto. Stavamo scherzando su questa cosa”.

Oltre a soffrire per la perdita del loro figlio e fratello, la famiglia Abu Rujailah sta anche lottando finanziariamente come conseguenza della distruzione e della inaccessibilità della propria terra. Insieme a suo fratello, Abdel Azim, possiede quattro pezzi di terra ad est di Khan Younis, vicino al confine con Israele.

Le nostre terre erano coltivate ad ulivi ed aranci e vendevamo i prodotti. Ma dall’inizio della seconda Intifada, l’esercito ci è passato sopra con i bulldozer continuamente. Prima dell’offensiva andavamo con regolarità nella nostra terra, ci stavamo fino a tardi e facevamo anche dei barbecue. La gente ci viveva: avevamo costruito degli edifici, ma durante l’offensiva venne tutto distrutto, insieme ai raccolti”, racconta Abdul Azim.

Abdul Azim affronta la stessa violenza che uccise suo figlio quando provo a continuare a coltivarla: “Quando provai a piantare piantine di ulivo, a ottobre dell’anno scorso, essi presero a spararmi e dovetti andarmene. Le piantine ora sono ora sono vicino a casa. Due dei quattro siti non possiamo più raggiungerli. Da quando li hanno spianati con i bulldozer non possiamo più raggiungerli. Se proviamo ad entrarci potrebbero spararci. Quei campi sono coltivati a ulivi di 50 anni”.

La famiglia affronta grosse perdite finanziarie come risultato degli attacchi. Abdel Azim dice: “Nel passato gli alberi che erano nelle nostre terre erano grandi e avevamo grossi raccolti. Vendevamo i frutti ed avevamo delle buone entrate. Ma dopo lo spianamento dei bulldozer abbiamo smesso di beneficiare della terra. E’ anche rischioso pensare di costruire qualcosa di nuovo; potrebbero ritornare e distruggere anche quello. I miei figli mi aiutano trovando da vivere attraverso altri lavori”. Wisam è temporaneamente impiegato come dottore, Ayman lavora in un ufficio di cambio e Yousef è disoccupato”.

Lo sguardo di Abdel Azim sul futuro è un mix di pessimismo e speranze. “Quando guardo al futuro, non vedo segni di miglioramento, neanche nel lungo periodo. Ho paure di altre guerre che potrebbero scoppiare e non mi sento tranquillo. Quando lascio casa è solo per 30 minuti al massimo, e non sono mai sicuro che ci ritornerò”. Per le sue speranze, dice: “Spero di poter vivere liberamente e in sicurezza, che l’occupazione finisca e che potremo viaggiare liberamente. Questo è tutto ciò di cui abbiamo bisogno”.

Il PCHR presentò una denuncia penale presso le autorità israeliane per conto della famiglia Abu Rujailah l’8 novembre 2009. Ad oggi, non è pervenuta alcuna risposta.

Traduzione per InfoPal a cura di Romina Arena

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