Storie da Piombo Fuso: la famiglia Hamouda

Gaza – PCHR – 11 gennaio 2009: la famiglia Hamouda.

Non posso più tenere un altro bambino tra le braccia, ho un nuovo nipote, di sei mesi, ma lo devo ancora prendere in braccio, sento che quel posto appartiene a Fares”.

La mattina dell’11 gennaio 2009, la casa di Intissar Hamouda, 41 anni, a Tal Al-Hawa, a Gaza City, finì sotto i colpi delle forze israeliane. Il fuoco dei tank israeliani uccise suo figlio, Fares Hamouda, che aveva due anni, e il figliastro Muhammed di cui lei si prendeva cura con suo marito Talat, 54 anni. Fares morì all’istante tra le braccia di Intissar, mentre Muhammed morì dissanguato poiché i medici non furono in grado di raggiungerli.

“Muhammed e Fares avevano molto in comune. Dopo la nascita di Fares non avevo potuto attaccarlo al seno, così fummo costretti a dargli il latte artificiale. Muhammed perse sua madre quando aveva dieci mesi e anche lui venne nutrito con latte in polvere per neonati. Come risultato, entrambi avevano le stesse malattie con gli stessi sintomi”, dice Intissar. Per tutto il periodo della loro breve vita insieme, i due fratelli erano vicini. “Fares rifiutava di andare a dormire fino a che Muhammed non tornava da scuola. Il giorno dell’attacco, Fares era ammalato, ma rifiutava di prendere la medicina da me, voleva che gliela somministrasse Muhammed”, racconta Intissar.

Successivamente all’attacco, Intissar rimase fortemente debilitata: “Non potei camminare da sola per sei mesi, a causa delle ferite alle gambe e al bacino; Avevo bisogno dell’aiuto delle mie figliastre per muovermi in casa”. Intissar dovette sottoporsi a tre interventi chirurgici per rimuovere le schegge dall’addome e a un intervento di chirurgia plastica ricostruttiva.

Fares non era vicino soltanto al suo fratellastro Muhammed, ma anche a Kariman, la figliastra di Intissar, e alla nipote acquisita Rania, di 13 e 2 anni rispettivamente all’epoca dell’incidente. Entrambe subirono un trauma dall’attacco. “Kariman è diventata estremamente aggressiva a scuola, e su consiglio delle insegnanti, Talat ha deciso di ritirarla”, continua Intissar. “Tre mesi dopo l’incidente tornai a casa con Rania a prendere i suoi giochi e altre cose, ma lei mi chiese di non entrare a casa e di non prendere nulla da lì”.

Intissar ha aggiunto che “dieci giorni fa (1° gennaio, ndr) eravamo nella Città Vecchia per fare degli acquisti e Rania vide un funerale di qualcuno ucciso in un recente attacco israeliano. Il fatto le ricordò Fares e Muhammed e iniziò a piangere, quando le spiegai che i due erano andati in paradiso, mi rispose: “Proprio come Muhammed e Fares”,

Intissar e Talat sono stati entrambi emotivamente colpiti dalla perdita dei loro figli: “Non posso più tenere un altro bambino tra le braccia, ho un nuovo nipote, di sei mesi, ma lo devo ancora prendere in braccio, sento che quel posto appartiene a Fares”, dice Talat. L’anniversario della morte è particolarmente duro per Intissar, che soffre ancora di attacchi di panico cronici per un danno nervoso che è stato il risultato dell’attacco. “Non posso più ascoltare storie di altre donne con esperienze simili alla mia, quindi non accendo la televisione”.

Rispetto al futuro, la coppia sente di non avere più nulla da dare: “Abbiamo perso le cose più vicine a noi, non abbiamo più nulla da perdere”, dice Intissar. “Non mi fanno più paura i bombardamenti”. In Intissar, comunque, resistono alcune speranze di poter avere un altro bambino dopo la morte di Fares, che aveva tentato di concepire per 21 anni. “Ho provato l’inseminazione artificiale, ma non ha funzionato. Spero di provarci ancora”. Allo stesso modo Talat spera in una riconciliazione politica tara la fazioni politiche palestinesi. Riguardo alle prospettive sulla loro denuncia presso la Corte israeliana, Intissar non è molto convinta: “Gli israeliani hanno commesso crimini di guerra contro di noi, distruggono le case sulle teste dei civili, non mi aspetto alcuna giustizia da loro”.

Il PCHR presentò una denuncia penale alle autorità palestinesi per conto della famigli Hamouda il 21 luglio 2009. Ad oggi non è pervenuta alcuna risposta.

Traduzione per InfoPal a cura di Romina Arena

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