Storie da Piombo Fuso: la famiglia Mattar

Storie da Piombo Fuso: la famiglia Mattar

Gaza – Pchr. La famiglia Mattar.

Sarebbe bello se qualcuno mi portasse nel deserto e mi lasciasse lì, così non dovrei vedere nessuno”.

Intorno alle 9:30 del 7 gennaio 2009, le Forze israeliane colpirono la moschea di at-Taqwa, nel quartiere Sheikh Radwan di Gaza. La moschea si trovava a 150 metri dall’abitazione di Mahmoud Mattar, allora quattordicenne. Corso sulla scena dell’attacco, egli era lì quando due successivi bombardamenti colpirono l’area, uccidendo due quindicenni, uno dei quali suo amico di scuola. Mahmoud, scaraventato dalla forza d’urto, privo di coscienza, riportò serie ustioni e ferite da schegge, rimanendo completamente cieco.

Mahmoud parla dei cambiamenti che la sua vita ha subito in seguito agli attacchi: “Ero solito andare al mare per conto mio, ero indipendente. Ora ho bisogno che qualcuno mi accompagni ovunque. Esco forse una volta ogni due o tre mesi, passo quasi sempre le giornate in casa”. Le ferite riportate, e la consapevolezza della loro gravità, gli impediscono di uscire e di stare tra la gente. “Non voglio uscire e sentire i commenti dei bambini. Ogni volta che esco, cerco di coprirmi il viso con i vestiti e indosso degli occhiali scuri, che ieri si sono rotti”, continua Mahmoud.

L’isolamento gli ha fatto sviluppare una visione tetra della vita: “Sarebbe bello se qualcuno mi portasse nel deserto e mi lasciasse lì, così non dovrei vedere nessuno”.

Le ferite emotive e fisiche del 7 gennaio 2009 hanno lasciato il segno. Le conseguenze del trapianto di materia ossea subito al naso lo portano a tenere la testa abbassata sul petto e a interrompersi spesso per prendere il respiro. Mahmoud dice di non sentirsi più il giovane che tre anni fa, nonostante le ferite, parlava con ottimismo del proprio futuro. “Quando mi trovavo in Egitto per cure mediche, e quando poi tornai a Gaza, tutto era tranquillo e le persone mi aiutavano. Ma le cose sono cambiate: le persone ora litigano e fanno confusione, i cambiamenti sono fuori dalle mie possibilità di controllo”.

Mahmoud è ansioso e irascibile: “Dopo gli attacchi sono diventato molto nervoso. Se qualcuno scherza con me, cerco di scagliargli addosso ciò che mi trovo tra le mani”, racconta. Per la rabbia che esprime è stato sospeso dalla scuola per un anno. “A causa delle mie reazioni impetuose agli incidenti, ho problemi a scuola sia con gli insegnanti che con gli altri studenti”.

Mahmoud ha poi dovuto adattarsi alla nuova situazione imparando il sistema braille, che ha richiesto un anno di apprendimento. Al momento degli attacchi, tre anni fa, Mahmoud frequentava la nona classe: oggi frequenta la decima.

L’ansia di cui soffre complica la vita della sua famiglia e dei suoi fratelli, oltre che la propria vita scolastica. “Mahmoud è un bravo ragazzo”, dice suo padre Hani, “ma può essere problematico e violento con me. Io però lo capisco, sono molto paziente con lui”. Sua madre, Randa, 38 anni, aggiunge: “Può essere molto distruttivo, esprimendo la propria rabbia in casa anche prendendosela con suo fratellino”.

Parlando del futuro, Mahmoud dice: “Prima degli attacchi praticavo molto sport e desideravo diventare insegnante di educazione fisica, o aprire un centro sportivo. Tutte queste speranze sono state distrutte. Il mio unico desiderio, ora, è di lasciare la scuola e concentrarmi sulla religione e sul Corano”.

Mahmoud spera di sottoporsi a un intervento chirurgico che gli consenta di respirare senza difficoltà, e di poter ottenere un intervento di plastica ricostruttiva, che, dice, gli è stato promesso da diverse organizzazioni di beneficenza. Promesse ad oggi non mantenute. “Se mi potessi sottoporre all’intervento mi sentirei più a mio agio tra la gente”.

Come ogni giovane, egli sogna anche di sposarsi. Ma secondo la sua famiglia, la casa in cui vivono non è sufficientemente spaziosa per ospitare un’altra giovane famiglia. Mahmoud è sprezzante circa la prospettiva di giustizia davanti al tribunale israeliano. “Non mi aspetto che il caso possa avere successo. Gli israeliani sono dei bugiardi, attaccano i bambini, a loro non interessa chi colpiscono”.

Il Pchr presentò denuncia penale nei confronti delle autorità israeliane, per conto di Mahmoud Mattar, il 30 dicembre 2009. Ad oggi, nessuna risposta è stata ricevuta.

Traduzione per InfoPal a cura di Stefano Di Felice

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