Strangolati dagli aiuti

di Dorien Vanden Boer 

Ramallah – Palestine Monitor. La scorsa settimana, l’Università palestinese di Birzeit ha ospitato una conferenza sulla realtà nei Territori palestinesi occupati (oPt) alla luce degli aiuti provenienti dalla comunità internazionale.

L’esperta Sara Roy spiega come gli aiuti abbiamo depoliticizzato la causa palestinese.

Focalizzandosi esclusivamente sugli aspetti umanitari dell’occupazione, i finanziatori, o “donor” nel gergo tecnico, hanno prodotto una negazione de facto del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese.

I palestinesi, insomma, hanno perso gradualmente la possibilità di far sentire la propria voce.

Ripercorrendo gli effetti deleteri degli aiuti provenienti dall’esterno, ivi compresi gli aspetti della dipendenza, i partecipanti alla conferenza di Birzeit hanno valutato le alternative al sistema degli aiuti, nonostante i generosi budget che caratterizzano i finanziamenti dall’estero.

Gli oPt sono tra i maggiori beneficiari pro capita degli aiuti provenienti dall’esterno.

In base alle statistiche rilasciate dal consolato francese di Gerusalemme, nel 2008, l’Autorità nazionale palestinese (Anp) ha ricevuto 1,8 miliardi di dollari, 700 milioni sono stati allocati a specifici progetti e 500 milioni hanno riguardato aiuti umanitari.

Quanto ne abbia beneficiato direttamente il popolo palestinese negli oPt, resta in certo.

Un recente rapporto della Banca mondiale (Bm), ha rivelato che tra il 1999 e il 2006, il Pil palestinese è diminuito del 40% con 1/3 della popolazione caduta in povertà e, proprio dal canale che avrebbe dovuto rinforzare l’economia palestinese, si è prodotto l’effetto contrario.

Uno dei messaggi lanciati dall’incontro di Birzeit, è stato che gli aiuti hanno minato gravemente l’autorganizzazione del popolo palestinese, hanno distrutto la possibilità di uno sviluppo nel lungo periodo e hanno reso un’intera popolazione dipendente dagli aiuti umanitari.

Pertanto, sviluppo e strategie dovrebbero essere riconsiderate con urgenza.

Tra gli esempi più clamorosi vi è la distribuzione di cibo ai palestinesi.

Nel 2008, il 36% dei palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania ha attraversato un duro periodo di insicurezza alimentare. Samia al-Botmeh, una delle organizzatrici della conferenza di Birzeit, è del parere che l’insicurezza alimentare sia stata una derivazione degli aiuti, pensati ed erogati in maniera disfunzionale da parte della comunità internazionale.

I paesi donatori, infatti, secondo al-Botmeh, tendono a gestire il fenomeno alla stregua di un problema di natura tecnica o come fosse una calamità naturale, piuttosto che un effetto dei problemi alla base del conflitto, tra cui le restrizioni imposte al movimento e all’accesso dei beni.

Proprio tra le questioni politiche volute dall’occupazione, vi è l’adozione di un approccio che vede la valutazione del problema a partire dai suoi sintomi e non dalle cause.

In tal modo si è contribuito a negare la natura di simili restrizioni che invece fanno parte integrante della strategia di contenimento di Israele nei confronti dei palestinesi.

Finora, gli aiuti alimentari hanno avuto la funzione di mitigare gli effetti più devastanti, hanno tenuto la gente in piedi, ma contemporaneamente hanno creato il presupposto di una sostenibilità/normalizzazione dell’occupazione.

L’operato della comunità di donor ha assolto Israele dalla responsabilità di potenza occupante. E’ degno di nota ricordare che la IV Convenzione di Ginevra obbliga l’occupante a provvedere ai bisogni della comunità occupata.

Hassan Jabareen, fondatore del gruppo legale palestinese “Adalah”, ha rivolto forti critiche al mondo degli aiuti umanitari, sostenendo che l’assistenza ha spazzato via ogni diritto politico dei palestinesi, riducendoli a mere vittime, tenute in vita dagli aiuti alimentari e normalizzando la negazione dei diritti di cittadinanza e di quello all’autodeterminazione.

Il sistema degli aiuti dovrebbe essere ripensato in funzione di utilità alla causa palestinese e dovrebbe spezzare la sindrome della dipendenza.

Nora Murad, promotrice della fondazione “Dalia”, realtà popolare che studia una soluzione alternativa al problema della dipendenza dagli aiuti dei palestinesi, ha esposto la strategia del suo gruppo.

Partendo dalle risorse a disposizione del popolo palestinese – da non intendere necessariamente in termini pecuniari – la gente può assumere consapevolezza delle proprie capacità e possibilità. Dalia difende il diritto dei palestinesi di gestire direttamente le risorse finanziarie e di farlo in autonomia piuttosto che continuare a dipendere dalla gestione esterna.

Chiunque può essere un donatore: internazionali o palestinesi.

Le donazioni potrebbero essere indirizzate alle comunità senza porre condizioni sulle modalità di utilizzo del denaro.

In tal modo, anche la distribuzione di aiuti avverrà su base democratica, i beneficiari produrranno sentimenti di affidabilità verso la propria comunità e non verso Ong straniere o istituzioni globali.

La solidarietà sarebbe la chiave di questo progetto: si terrebbe la comunità compatta e si supererebbero gli interessi dei finanziatori esterni.

Di recente, Dalia ha avviato un progetto pilota nel villaggio di Saffa, dando agli abitanti la possibilità di decidere come allocare 12mila dollari attraverso l’azione di comitati locali.

Stessi modelli furono introdotti in Brasile, dove il trasferimento di denaro ridusse i livelli di povertà fino al 10% in tutto il paese.

Pur restando il dubbio sulla fattibilità del progetto su vasta scala, l’alternativa che ha dominato la conferenza di Birzeit è senz’altro fondata su valori umani e democratici.

Riuscirà a diffondersi simile sistema decentrato affinché i palestinesi siano meno dipendenti dai maggiori donor come Usaid, Unione europea (Ue) e Unrwa (Agenzia Onu per la creazione del lavoro e il soccorso ai rifugiati palestinesi in Palestina e in Medio Oriente)?

Può essere la soluzione ai problemi economici che devono affrontare oggi i palestinesi?

I donatori della comunità internazionale dovrebbero adottare dei cambiamenti e ripensare le proprie politiche in Palestina e Israele.

In conclusione, Sara Roy ha chiesto al pubblico internazionale di lavorare per restituire al popolo palestinese la possibilità di esprimere i propri diritti politici e puntare all’autodeterminazione.

Tra i vari dubbi sull’alternativa emersa dall’incontro di Birzeit, resta anche l’interrogativo su quanto la comunità internazionale possa gradire un cambio di rotta in questo senso.

http://palestinemonitor.org/spip/spip.php?article1556  

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