Sud Africa vs. Israele: la Corte internazionale di Giustizia adotta alcune misure cautelari

Gaza-InfoPal. Di Chiara Parisi (*). Venerdì 26 gennaio la Corte internazionale di Giustizia (ICJ) ha dato pubblica lettura della sua decisione in merito alla richiesta di misure cautelari, richiesta dal Sud Africa nell’ambito della controversia che l’oppone ad Israele, accusata di genocidio.

In un articolo precedente, analizziamo le due giornate di udienze: https://www.infopal.it/israele-accusata-di-genocidio-dal-sud-africa-concluse-le-udienze-davanti-alla-corte-internazionale-di-giustizia/.

Accolta tra acclamazioni e qualche rammarico, l’ordinanza deve essere interpretata come un primo passo nella battaglia giuridica, e non certamente politica, per il riconoscimento dei crimini che Israele commette quotidianamente contro la popolazione sotto assedio.

In questa fase della procedura, la Corte non era chiamata a deliberare sull’esistenza o meno di un genocidio da parte dello Stato di Israele per l’efferata campagna militare condotta nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre 2023. In effetti, la decisione finale sul merito della questione necessiterà di qualche anno, secondo i tempi ordinari delle procedure davanti ai giudici dell’Aja. Proprio per questo motivo, lo Statuto della ICJ permette alle parti in causa di richiedere l’adozione di misure cautelari per attenuare i danni che l’oggetto del litigio potrebbe causare: nella fattispecie, queste sono volte alla protezione della popolazione di Gaza, potenziale vittima di atti genocidari, aspettando la sentenza finale. A tal fine, secondo la procedura, alcuni elementi devono essere riuniti per attestare la necessità dell’adozione di misure cautelari, in particolare dell’urgenza e dell’irreversibilità della situazione sul campo. Su questo punto, la Corte ha accertato il “rischio genocidario” in cui incorre la popolazione gazawi, rendendo urgenti e necessarie alcune misure volte alla sua protezione. Per queste ragioni, i giudici hanno accolto alcune delle domande di misure presentate dal Sud Africa. In particolare la Corte ha ordinato a Israele di:

– prendere tutte le misure possibili per prevenire condotte di genocidio (ovvero uccisioni, lesioni gravi fisiche e mentali, inflizione di condizioni di vita distruttive per il gruppo vittima);

– assicurarsi che i membri dell’esercito israeliano non compiano nessuno degli atti precitati, in particolare che non uccidano deliberatamente i civili;

– prevenire e punire le istigazioni al genocidio (in particolare da parte degli esponenti politici israeliani);

– rimuovere le restrizioni ai servizi di base e agli aiuti umanitari;

– evitare la distruzione e preservare gli elementi probatori di condotte di genocidio;

– fornire alla Corte entro un mese un report sulla corretta attuazione di tutte le misure ordinate.

La decisione della Corte è stata arricchita dalle citazioni di esponenti delle alte cariche dello Stato israeliano, al fine di dimostrare i primi elementi dell’intenzione genocidaria, necessaria a caratterizzare la commissione del crimine di genocidio sul piano giuridico. Non solo l’esternazione del ministro Gallant sugli “animali umani” che sarebbero i palestinesi, ma anche quelle del presidente Herzog circa la responsabilità collettiva del popolo palestinese per gli attacchi del 7 ottobre hanno contribuito a convincere la Corte dell’urgenza di arginare le violenze israeliane.

Tuttavia, una punta di amarezza è stata lasciata dall’assenza di un cessate il fuoco tra le misure adottate. Questo ha certamente creato lo scontento di una larga parte della popolazione, in particolare a Gaza. Dal punto di vista giuridico, la dottrina internazionale ha spiegato che quest’assenza potrebbe dipendere da ragioni puramente formali: un cessate il fuoco eccederebbe le competenze della Corte, che non essendo un organo politico, è stata chiamata a esprimersi su una questione precisa, e cioè sull’esistenza di un genocidio nella Striscia di Gaza e non a risolvere il conflitto armato. Inoltre, le misure di prevenzione ordinate necessitano in fin dei conti una cessazione delle ostilità per essere messe in atto.

Di fatto, l’accertamento di un “rischio genocidario” deve essere interpretata come una vittoria legale, permettendo di mettere in luce la realtà della campagna militare israeliana e di sfatare le dichiarazioni propagandistiche dello Stato di Israele. Per questo, l’ordinanza ha una portata per lo più simbolica, poiché la Corte non dispone dei mezzi necessari per indurre Israele a mettere in atto le misure adottate, seppur obbligatorie. Poco dopo la pubblicazione dell’ordinanza, il primo ministro Netanyahu ha prontamente pubblicato un video in cui definisce la decisione della Corte “oltraggiosa” e ribadisce la volontà di portare avanti la guerra.

Il Consiglio di sicurezza dell’ONU potrebbe, dal canto suo, adottare una risoluzione al fine di indurre Israele a conformarsi all’ordinanza della Corte, attraverso l’adozione di sanzioni, ad esempio. Tuttavia, il contesto geopolitico e i vari tentativi recenti di adozione di risoluzioni per un cessate il fuoco allontanano questa possibilità. Ciò nondimeno, l’accertamento di un rischio genocidario si impone a tutta la comunità internazionale, che ha l’obbligo e il dovere di prevenire le condotte di genocidio: pertanto, gli Stati sono tenuti a non supportare la commissione di atti genocidari e indurre Israele ad adeguarsi alla decisione della Corte dell’Aja. Questo potrebbe quindi influire sulle dinamiche internazionali in atto.

Intanto, a Gaza, i bombardamenti e le uccisioni continuano e la grave crisi umanitaria, accentuata dalla decisione di alcuni Stati di sospendere i finanziamenti all’UNRWA (l’Agenzia dell’ONU che si occupa attualmente di 2 milioni di gazawi nella Striscia), minaccia di trasformarsi in una catastrofe senza precedenti.

(*) Chiara Parisi, dottoressa di ricerca in diritto internazionale e teaching assistant in diritto internazionale e europeo.