Terrorismo israeliano. Hebron, il regno del terrore by Tsahal.

Gerusalemme – Seduto ad un tavolo da picnic in un’anomala oasi di
pace da qualche parte in Israele, il ventiduenne, capelli scuri, T-
shirt nera, jeans e Crocs rosse, è comprensibilmente esitante.
Conosciamo il suo nome e se dovessimo usarlo verrebbe sottoposto ad
un’indagine che porterebbe a una probabile condanna penale.

Gli uccelli cantano mentre ci descrive dettagliatamente alcune delle
cose cha ha fatto e visto fare come soldato di leva a Hebron. E si
tratta senza dubbio di azioni criminali: veicoli Palestinesi fermati
senza alcuna buona ragione, finestrini distrutti e gli occupanti
picchiati per aver ribattuto (per aver detto, ad esempio, che erano
diretti all’ospedale); il furto di tabacco subito da un negoziante
palestinese che viene poi picchiato a sangue quando protesta; il
lancio di granate ad urto nelle finestre di Moschee mentre
all’interno si prega. E c’è di peggio.

Il ragazzo ha lasciato l’esercito alla fine dello scorso anno, e la
sua decisione di parlare fa parte di uno sforzo congiunto per rendere
noto il prezzo morale pagato dai giovani israeliani di leva in ciò
che, probabilmente, è l’incarico più problematico nei territori
occupati. E questo anche perchè Hebron è l’unica città palestinese il
cui centro è controllato direttamente dall’esercito, ventiquattro ore
su ventiquattro, per proteggere i noti coloni integralisti che si
trovano nell’area. Ci dice con decisione che adesso prova rimorso per
quello che ripetutamente è accaduto durante il suo mandato.

Ma i suoi continui, anche se nervosi, ghigni e sorrisi ci fanno
intuire, se pur minimamente, la spavalderia con cui avrebbe potuto
descrivere le sue bravate tra amici al bar. Ripetutamente si rivolge
all’ex-soldato più anziano che lo ha convinto a parlarci, dicendo,
quasi per cercare rassicurazioni: "Lo sai come vanno le cose a
Hebron".

Il più anziano è Yehuda Shaul, che di certo "sa come vanno le cose a
Hebron" avendo prestato servizio nella città in un’unità di
combattimento all’apice dell’Intifada. È tra i fondatori di Shovrim
Shtika, o Breaking the Silence (`Rompendo il silenzio’), che
pubblicherà domani le sconvolgenti testimonianze di 39 israeliani-
incluso questo giovane ventiduenne- che hanno prestato servizio
nell’esercito a Hebron tra il 2005 e il 2007. Coprono una moltitudine
d’esperienze, dalla rabbia e un senso d’impotenza di fronte ai
spesso violenti abusi nei confronti della popolazione araba da parte
dei coloni integralisti, fino a le molestie da parte dei soldati, i
residenti palestinesi picchiati senza alcuna provocazione, furti in
case e negozi, e fuoco armato su dimostranti disarmati.

Il maltrattamento dei civili sotto occupazione è comune a molti
eserciti nel mondo – incluso quello inglese, dall’Irlanda del Nord
all’Iraq.

Paradossalmente però, pochi paesi a parte Israele hanno una ong come
Breaking the Silence, che cerca – attraverso le esperienze dei
soldati stessi – come scritto nel loro sito, "di forzare la società
israeliana ad affrontare la realtà che ha creato" nei territori
occupati.

Al pubblico israeliano era stato dato un esempio negativo della vita
militare a Hebron proprio quest’anno quando un giovane luogotenente
della Brigata Kfir di nome Yaakov Gigi è stato condannato a quindici
mesi di prigione per aver – dopo aver portato con sé altri cinque
soldati – dirottato un taxi palestinese per condurre ciò che i media
israeliani hanno descritto come un "raptus di corsa scatenata", in
cui uno dei soldati ha aperto il fuoco ferendo un civile palestinese
che si trovava di passaggio, per poi cercare di mentire e i coprire i
fatti.

In un’intervista-confessione su Uvda, un programma investigativo
della rete israeliana Channel Two, Gigi, che prima d’ora era per
molti versi un soldato modello, parla di come si "perda la condizione
umana" stando a Hebron. Quando gli chiesero che cosa intendesse,
rispose: "perdere la condizione umana vuol dire diventare un animale".
A differenza di Gigi, l’esercito israeliano non ha condannato il
soldato che aveva aperto il fuoco sul civile, insistendo che "gli
eventi avvenuti all’interno della Brigata Kfir sono altamente
inusuali".

Ma come ci conferma il soldato ventiduenne, anche lui nella Brigata
Kfir, nella sua testimonianza a Breaking the Silence, lui è
stato "molte volte" coinvolto in gruppi che dirottavano taxi,
mettendo l’autista nel sedile posteriore e ordinandogli di diriger
loro in posti "dove odiano gli ebrei" in modo da "fare un balagan"
(ebraico per "gran casino").

Esiste inoltre il conflitto tra fazioni palestinesi: "Ci hanno detto
di andare ad investigare l’accaduto. Il comandante del nostro plotone
era un po’ fuori di testa. Comunque, quando individuavamo delle case
lui ci diceva : "Ok, chiunque vedete armato con sassi o altro, non mi
frega cosa – sparate". Tutti penseranno che sia colpa dell’conflitto
tra palestinesi…" E il comandante della compagnia sapeva? "Nessuno
sapeva. Sono iniziative private del plotone, queste azioni."

Li avete colpiti? "Certo, non solo loro. Chiunque venisse vicino…
Particolarmente gambe e braccia. Alcuni hanno anche sostenuto colpi
addominali… Credo che a qualche punto si siano resi conto che
eravamo soldati, ma non ne erano certi… Non potevano credere che
soldati facessero questo".

Oppure l’uso di un bambino di dieci anni per localizzare e punire un
15enne che lanciava sassi: "Allora abbiamo preso un ragazzino
palestinese che stava nelle vicinanze, sapevamo che conosceva chi era
stato. Diciamo che l’abbiamo colpito un pochino, per dirla alla
leggera, finché non si è deciso a parlare. Lo sai come vanno le cose
quando la tua mente è già incasinata, e non hai più pazienza per
Hebron e gli arabi ed ebrei del posto.

"Il ragazzino era molto spaventato, avendo capito che gli stavamo
addosso. Con noi c’era un comandante che era un po’ un fanatico. Gli
abbiamo passato il bambino, e lui lo ha veramente picchiato a
sangue… Si fermava lungo la strada per fargli vedere i buchi nel
terreno, chiedendogli: `è qui che vuoi morire? O qui?’ Il ragazzino
diceva, `No, no!’"

"Ad ogni modo, il bambino non riusciva a stare in piedi da solo.
Stava già piangendo….E il comandante continua, `Non fingere’,
mentre lo calcia ancora. Poi X, che aveva sempre difficoltà con certe
cose, si mise in mezzo dicendo, `Non toccarlo più, basta’. Il
comandante gli dice, "Sei diventato un sinistroide, o cosa?’ e lui
rispondendo, `No, io non voglio vedere certe cose.’"

"Noi stavamo li, vicino a tutto questo, ma non abbiamo fatto nulla.
Eravamo indifferenti, sai. Ok. Solo dopo il fatto inizi a pensare.
Non immediatamente. Facevamo cose simili ogni giorno….Era diventata
un’abitudine…"

"Anche i genitori hanno visto tutto. Il comandante ordinò [alla
madre], `Non ti avvicinare’. E caricò il fucile con il colpo in
canna. Lei era molto spaventata. Poi mise la canna del fucile
letteralmente in bocca al ragazzino. `Se qualcuno si avvicina, lo
uccido. Non datemi fastidio. Io uccido. Non ho pietà.’ Allora il
padre…prese da parte la madre dicendo, "Calmati, lasciali…, così
lo lasceranno stare.’"

Non tutti i soldati che prestano servizio a Hebron
diventano "animali". Iftach Arbel, 23, proveniente da una famiglia di
classe medio-alta e tendenzialmente inclinante a sinistra, ha servito
come comandante a Hebron poco prima del ritiro da Gaza, quando
secondo lui l’esercito voleva dimostrare di poter essere duro anche
nei confronti dei coloni. Molte delle testimonianze, includendo
quella di Arbel, descrivono come i coloni educhino i loro bambini,
partendo anche dai quattro anni, a lanciare pietre contro i
palestinesi, attaccare le loro case e anche al furto delle loro
possessioni. Secondo Arbel, i coloni di Hebron sono "cattiveria pura"
e l’unica soluzione è la "loro rimozione".

Lui sostiene che sarebbe possibile, nonostante questo clima,
migliorare il trattamento dei palestinesi. Aggiungendo: "Facevamo
incursioni di notte. Sceglievamo una casa a caso, dalla foto aerea,
in modo da esercitare le routine di combattimento, perchè è
d’istruzione ai soldati sai, voglio dire, Io sono pienamente
d’accordo. Ma poi a mezzanotte svegli qualcuno e gli metti la casa
sotto sopra con tutti che ancora dormono sui materassi."
Arbel dice che la maggioranza dei soldati si trova in qualche modo
tra il suo esempio ad un estremo e quello dei più violenti
sull’altro. Attraverso anche solo due testimonianze dei suoi
coetanei, possiamo capire cosa intenda.

Uno di loro ci dice: "Facevamo tanti tipi di esperimenti per vedere
chi poteva fare la migliore spaccata a Abu Snena. Mettevamo [i
palestinesi] contro il muro, come per perquisirli, e gli dicevamo di
allargare le gambe. Allarga, allarga, allarga, era un gioco per
vedere chi lo faceva meglio. Oppure facevamo a chi riusciva a
mantenere il respiro più a lungo."

"Soffochiamoli. Uno dei soldati si avvicinava fingendo di
perquisirli, poi d’un tratto iniziava a urlare come se gli avessero
detto qualcosa e li soffocava…bloccandogli il respiro; devi premere
il pomo d’Adamo. Non è piacevole. Guardare l’orologio mentre lo fai,
fino a farlo svenire. Quello che impiega più tempo a svenire è il
vincitore."

Al di là della violenza c’è anche il furto. "C’è questo negozio di
accessori per auto lì. Ogni volta, i soldati si prendevano radio, di
tutto. Questo tipo, se glielo vai a chiedere, ti dirà molte cose che
gli hanno fatto i soldati.

"Un’intera pergamena… facevano irruzione regolarmente. `Senti, se
parli, ti sequestriamo l’intero negozio, distruggiamo tutto.’ Sai,
era spaventato a parlare. Stava già trattando, `Sentite, mi state
danneggiando finanziariamente’. Io personalmente non ho mai preso
nulla, ma ti dico, c’era gente che si prendeva casse, interi sound
system".

"Diceva, `Per favore, datemi 500 shekel, ci sto rimettendo
soldi.’ `Senti, se continui ci prendiamo tutto.’ `Ok, ok, prendilo,
ma sentite, non prendete più di dieci impianti al mese.’ Qualcosa del
genere.

`Sono già in bancarotta.’ Era così disperato. I ragazzi nella nostra
unità si rivendevano tutto al rientro a casa, facevano scambi. La
gente è cosi stupida."

L’esercito dice che i soldati della Israeli Defence Force operano
secondo "determinate e rigide norme di comportamento" e che la loro
richiesta adesione a ciò deve solo "incrementare nell’eventualità che
i soldati della Idf vengono a contatto con civili." Aggiungendo
che "Se vengono scoperte prove in supporto alle dichiarazioni, i
colpevoli subiranno la massima attenzione giuridica." Dice anche
che "Il Military Advocate General ha rilasciato accuse contro una
serie di soldati dovute a dichiarazioni di condotta criminale… I
soldati trovati colpevoli sono stai puniti severamente dal tribunale
militare, in proporzione al crimine commesso". Non hanno finora
quantificato le accuse.

Nella loro introduzione alle testimonianze, Breaking the Silence
dice: "La determinazione dei soldati nel portare a termine la loro
missione crea tragici risultati: Le norme in vigore perdono
significato, l’inconcepibile diventa routine….[Le] testimonianze
servono per dimostrare come i soldati vengano spediti nella brutale
realtà che li circonda, una realtà dove le vite di molte migliaia di
famiglie Palestinesi sono in balia di un gruppo di giovani. Hebron
diviene quindi un esempio della flagrante realtà in cui i figli
d’Israele vengono costantemente spediti.

Una forza per la giustizia

Breaking the Silence è stato fondato quattro anni fa da un gruppo di
ex-soldati, la maggioranza dei quali ha servito nelle unità di
combattimento della Israel Defence Force a Hebron. Molti prestano
ancora servizio ogni anno come riserve. Hanno collezionato intorno
alle 500 testimonianze di ex-soldati che hanno prestato servizio in
Cisgiordania e a Gaza. La loro prima introduzione al pubblico è
avvenuta con un’esposizione di fotografie fatte da soldati arruolati
a Hebron, e la organizzazione mette anche a disposizione visite
guidate della città per studenti israeliani e diplomatici. Riceve
fondi da organizzazioni come la Jewish Philanthropic Moriah Fund, la
New Israel Fund, l’Ambasciata inglese a Tel Aviv e l’Unione Europea.

(Traduzione di Andrea Dessi per Osservatorio Iraq)

http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/our-reign-of-
terror-by-the-israeli-army-811769.html

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