‘The Palestine Papers’: 3° round. Cooperazione Anp-Israele: uccidere Hamas, Stato palestinese smilitarizzato, ruolo Ue

'The Palestine Papers' – al-Jazeera.

Cooperazione Autorità nazionale palestinese (Anp) – Israele nella repressione del popolo palestinese

L'assassinio di al-Madhoun. Nei documenti, redatti in lingua araba, datati 2005, Anp e Israele si accordano sull'assassinio del  combattente palestinese Hassan al-Madhoun, residente nella Striscia di Gaza.

Al-Madhoun è una figura leader delle brigate “al-Aqsa” (gruppo della resistenza affiliato al Movimento di Fatah), il quale, in quel periodo, nella Striscia di Gaza esercitava ancora un certo potere. Il palestinese era accusato da Israele di aver pianificato attentati al porto di Ashdod e al valico di Karni (al-Mintar).

La richiesta di uccidere al-Madhoun viene fatta durante un incontro tra le parti, nel quale si discute della questione dei “ricercati”. E' il 2005 a e Shaul Mofaz, all'epoca ministro della Difesa israeliano, e Nasser Yousef, ministro dell'Interno palestinese, si incontrano a Tel Aviv.

Senza troppi panegirici, Mofaz chiede a Yousef la liquidazione fisica del combattente delle brigate di al-Aqsa e, prontamente, il ministro palestinese dà il proprio assenso assicurando che se ne occuperà Rasheed (Abu Shabak), capo della Sicurezza preventiva (Pss) nella Striscia di Gaza.

Il 1° novembre 2005, al-Madhoun viene ucciso da un missile mentre viaggia sulla sua automobile. Nello stesso attacco muore un attivista di Hamas e altri tre restano feriti.

Come ogni accordo che si rispetti, anche la risposta di Yousef implicava una richiesta in cambio e, dopo quell'incontro, Mofaz muove qualche pedina in materia di “processo di pace”. Rice fa sapere ad 'Abbas di volerlo incontrare.

Stando a quanto rivelano oggi “The Palestine Papers”, le ragioni secondo le quali l'Anp accorda ad Israele la propria cooperazione sembrano essere anzitutto due: raggiungere la supremazia politica e restare i partner di pace di fiducia di Israele, aldilà di quale sia il prezzo da pagare.

Questo sarà chiaro dalle parole che il capo dei negoziatori palestinesi, Sa'eb 'Erekaat, rivolge a David Hale, vice inviato statunitense in Medio Oriente il 17 settembre 2009: “Dobbiamo uccidere palestinesi per guadagnare autorità…armi e principio di legalità. Continueremo ad adempiere ai nostri doveri. Abbiamo investito sforzi e tempo nell'assassinare la nostra gente proprio per garantire ordine e rispetto della legge”.

Forse, quando 'Erekaat pronunciava quelle parole non si riferiva solo alla liquidazione di ad al-Madhoun, ma a tutti i combattenti palestinesi assassinati secondo la stessa logica. Sin dal giorno successivo alla morte di Yasser 'Arafat (2004), la politica della resistenza per l'Anp voleva dire collaborare con Israele.

Ad Annapolis (2008), Ahmed Qurei' e Tzipni Livni discutono ancora di cooperazione-collaborazionismo: da qui, la sopravvivenza politica dell'Anp è strettamente legata alla sorte di Hamas e Qurei' ha premura di ricordare al leader israeliano che le brigate di al-Aqsa sono affiliate a Fatah e che, nei limiti del possibile, preferirebbe vederli impegnati in un confronto proprio con Hamas.

“(…) raggiungere un'intesa è una questione di sopravvivenza per noi”, dirà 'Erekaat. Tutto però doveva essere compreso in un accordo così, il 22 gennaio, Qurei' dice a Livni: “Sconfiggeremo Hamas se raggiungiamo una accordo e questa sarà la nostra risposta a chi rivendica di liberare la terra solo per mezzo della resistenza”.

L'Intelligence britannica si offre di detenere i membri di Hamas: emerge il diretto coinvolgimento europeo nell'equipaggiare e incoraggiare abusi e tortura con un “rendition plan”. Il servizio d'Intelligence britannico “MI-6” propone di detenere i membri di Hamas e del Jihad islamico costringendoli in uno schema – palesemente illegale – finanziato dall'Unione europea (Ue).
Riguardo ad Hamas, nei documenti  “MI-6” si legge: “… rompere le capacità di comunicazione e controllo della leadership, detenere i leader, confiscare arsenale e risorse finanziarie nei Territori palestinesi occupati”.

Usa e Gran Bretagna avrebbero esercitato un ruolo di monitoraggio, riferendo al Quartetto europeo per il Medio Oriente. Questa funzione avrebbe incluso anche quella di fornire rassicurazioni sullo stato dei detenuti: i membri di Hamas catturati e imprigionati secondo questo schema, insomma, “stavano bene”… con i fondi europei.

In un allegato di tale documentazione si espongono i dettagli delle modalità del supporto britannico all'Anp: armi e finanziamenti, lotta al contrabbando dai tunnel al confine.
In “The Palestine Papers”, si vedrà come il coinvolgimento dell'ex premier britannico, Tony Blair, nella faccenda di sicurezza, contribuirà al declino dell'influenza europea nel “processo di pace” in Medio Oriente.

Finanziare l'Anp. Il finanziamento britanno è provato da un documento del ministero degli Esteri nel quale centinaia di migliaia di dollari sonodestinati all'assistenza alla sicurezza. Altri dettagli riguardano budget destinati al “Pss” per 90 mila dollari e ai Servizi d'Intelligence generale (Gss). Si tratta degli apparati della sicurezza palestinese puntualmente sul banco degli imputati quando si affrontano casi di abusi e tortura, ritorsioni e arresti arbitrari.

Ma se Annapolis avrebbe dovuto essere un accordo per risolvere il decennale conflitto israelo-palestinese, perché mai, in quella sede, i negoziatori palestinesi si focalizzarono sulla “repressione del rivale Movimento di resistenza islamica, Hamas”?

Il controllo sulle moschee. “Far cadere Hamas”, sembra un ossessione, quella dell'Anp soprattutto, in seguito alla vittoria elettorale del 2006.

Nell'aprile 2008, Livni conferma quest'idea quando afferma: “La nostra strategia è quella di rafforzare voi per indebolire Hamas”, e si parlerà di Hamas di nuovo il 6 maggio 2008 tra Yoav Mordechai, capo dell'esercito dell'amministrazione civile in Cisgiordania e Hazem 'Atallah, capo della polizia civile. Qui 'Atallah accorda il proprio impegno contro un rifornimento israeliani di gas lacrimogeni dei quali la stampa ha ampiamente riportato gli effetti nocivi quando non letali.

Ma se l'Anp è impegnata a tempo pieno nell'accaparramento dei mezzi militari per affrontare Hamas, ancora non riesce a tenere un confronto in termini di programmi sociali con il Movimento di resistenza islamica. Questa è un'ammissione fatta nel 2007 da 'Erekaat al ministro degli Esteri belga Karel de Gucht.

“Le modalità per sconfiggere Hamas”. Ecco le ragioni per cui, il 17 settembre 2009, di fronte ai dirigenti Usa, 'Erekaat vantava di aver preso il totale controllo sui comitati “zakat” (tassa per beneficenza) in Cisgiordania e sui sermoni del venerdì.

I dirigenti palestinesi, insomma, parevano essere maggiormente preoccupati di non riuscire a tenere il confronto con Hamas anziché alleviare la crisi umanitaria.
Secondo le dichiarazioni di Akram al-Rajoub, capo dei Pss a Nablus, in quelle operazioni non c'era alcuna cooperazione con Israele. Tuttavia, l'11 febbraio 2008, 'Atallah presenterà a Israele una lunga lista di operazioni (di repressione, ndr) condotte contro Hamas a Nablus.

A Livni Qurei' dirà: “Hamas sbaglia a credere di aver guadagnato una qualche vittoria con Israele o con l'Egitto, puntualmente riportata da una compiacente al-Jazeera”, (4 febbraio 2008).
“Spero che Hamas sarà sconfitto, non solo militarmente. Non c'è mai stato un vero confronto e 'Abbas è stato cauto nel rilasciare ai membri di Fatah libertà nell'uso di armi. In caso contrario ci sarebbero stati numerosi incidenti”.

Stando ai “The Palestine Papers” sembra che per Fatah, Annapolis fosse l'espediente per abbattere il Movimento di resistenza islamica e porre fine all'occupazione israeliana con uno Stato sovrano.

Il 18 giugno 2008, torna la questione di sopravvivenza per 'Erekaat quando dirà al rappresentante speciale europeo, Marc Otte, “Raggiungere un accordo è una questione di sopravvivenza per noi ed è l'unico modo per la sconfitta di Hamas”.

Sin da quando Blair fu nominato inviato del quartetto in Medio Oriente nel 2007, si distinse per l'utilizzo di un linguaggio prettamente di natura economica-finanziaria. Contributi finanziati per “aiutare i palestinesi a costruire le infrastrutture economiche statali”.

“The Palestine Papers dimostrano che Blair era esclusivamente impegnato nell'edificazione statale e non al raggiungimento di una pace tra le parti.

Blair lavora direttamente in vari progetti con entrambe le parti: per il riciclaggio dei rifiuti, per la rimozione di alcune restrizioni a favore dei lavoratori agricoli nella Valle del Giordano (al confine tra Cisgiordania e Giordania).

Data la portata del conflitto, il suo contributo sembra anche fin troppo ininfluente e il premier palestinese Salam Fayyad esprimerà quest'insoddisfazione: “Simili interventi – per la costruzione statale – non producono cambiamenti e non apportano alcun contributo sostanziale nella politica israeliana”.

Blair: “il peso del suo ruolo”. Altri progetti promossi da Blair emergono in un rapporto datato novembre 2007: parco agricolo a Gerico, sistema di riciclaggio dei rifiuti a nord di Gaza e un edificio residenziale in Cisgiordania.

E i suoi progetti godono di impopolarità anche tra i palestinesi. In un promemoria del novembre 2007, l'Unita di supporto ai negoziati palestinesi lamenterà l'inadeguatezza dei suoi progetti agricoli e il fatto che l'inviato europeo ignori la priorità quale “fare pressioni perché Israele rispetti l'Accordo su Movimento e Accesso risalente al 2005”.

Stesse osservazioni saranno incluse nella documentazione di cui sarà dotato il presidente 'Abbas incontrando Blair.

“Al contrario, uno dei suoi ruoli chiave sembra essere quello di sottrarre Israele dai propri obblighi. Ad un inviato, non è richiesto promuovere nuovi accordi, e le capacità di persuasione che Blair esercita su Israele sono praticamente nulle”.

Altri progetti industriali proposti da Blair coinvolgeranno compagnie come “Tepav” senza considerare la priorità di uno sviluppo delle realtà industriali palestinesi. Queste due ultime osservazioni sono incluse nel promemoria.

Il ruolo di Blair va sempre diminuendo, si limita a tenere aggiornati i leader palestinesi sul numero di autisti liberi di circolare nella Valle del Giordano, ma puntualmente, tutti gli ricordano che si tratta di questioni effimere.

Sarebbe però un errore pensare che a Blair sfuggano le questioni di sicurezza, per le quali, nel marzo 2008, incontrerà Fayyad.

Blair propone al premier palestinese di dispiegare mille uomini della sicurezza dell'Anp e gli riferisce che, a tal proposito, sta lavorando con gli Usa. Per Hebron però si richiede un pacchetto separato e Israele deve essere tenuto informato di ogni mossa.

Da lì a poco, Israele respingerà la proposta e permetterà lo spiegamento di 200 uomini dell'Anp.
Il pessimismo sui suoi progetti economici emerge dai documenti di un incontro che Blair tiene con un diplomatico russo.

La questione sembra ancora più insormontabile quando viene affrontata direttamente dai negoziatori israeliani e palestinesi: Livni comunica a 'Erekaat che i palestinesi devono accettare la presenza militare in Cisgiordania e le sue obiezioni incontrano uno dei più clamorosi licenziamenti da parte israeliana: “Nessun diritto di scelta. Nessuna sovranità: cielo o terra, niente capacità di difesa sulle frontiere”.

Secondo Livni tutto deve passare attraverso Israele e nessuna libertà di scelta per i palestinesi. Netanyahu dirà lo stesso in un discorso all'Università Bar-Ilan nel giugno 2009: “Non possiamo pensare ad uno Stato palestinese senza essere sicuri che sia smilitarizzato”.

Una presenza a lungo termine. In un promemoria dell'Unità palestinese datato 2006, si chiarisce che la presenza militare israeliana in Cisgiordania è da intendersi con “alto controllo” “installazioni militari” nella Valle del Giordano che funzioni da strada di accesso, quello dei militari israeliani all'interno dello Stato palestinese.

In questo contesto, “smilitarizzare” corrisponde a un “nuovo volto” dell'occupazione. Il 2 luglio 2008, Udi Dekel, consigliere dell'allora premier Olmert, ribadirà: “nessuna scelta a disposizione dei palestinesi”, precisando che Israele rifiutava qualunque presenza  internazionale, mentre il margine di discussione sembrava essere tollerato (da Israele) limitatamente alle modalità da utilizzare per “occultare questa presenza israeliana”.

'Erekaat ammette di preferire l'occupazione e cerca di spiegare a Dekel che i palestinesi in uno Stato libero non avranno alcun interesse ad attaccare le basi israeliane, piuttosto vorranno un posto di lavoro nella base militare britannica (quella nella Valle del Giordano), ma un forte Dekel ribadisce che nessuna presenza di forze europee potrà mai essere effettiva in Palestina.

Dekel fa l'esempio di Unifil, della sua scarsa determinazione e si dice convinto che non saranno gli stranieri a proteggere Israele.

I negoziatori israeliani continuano ad insistere che la motivazione della loro richiesta (una Palestina smilitarizzata) è dettata dai propri timori. Coerente nella propria unilateralità, anche qui Israele non propone solo una presenza militare, ma inserisce pure la presunzione di stabilire i ruoli specifici riconosciuti alle forze di sicurezza dell'Anp. Al riguardo, un nuovo incontro tra Qurei' e Livni si traduce con diktat sull'inesistente libertà di scelta riconosciuta ai palestinesi: “Dignità vuol dire libertà di scelta – dovete porre dei limiti alla vostra libera scelta”.

Israele insiste qui per creare una lista delle forze di sicurezza dell'Anp “bianca” e di una “nera”.
Livni chiarisce: “Per voi nessun esercito (…), non ne avrete bisogno, e una forza per garantire legge e ordine”.

Pur non accettando di buon grado l'idea che Israele mantenga la presenza nello Stato palestinese, i negoziatori palestinesi accettano le premesse della smilitarizzazione. Quando 'Erekaat torna a manifestare i propri dubbi: “Nessun esercito, nessuna Marina, cosa faremo in caso di attacco?”, l'esperto militare israeliano Gilad risponde: “Vi consulterete (con noi, ndr)”, (maggio 2008).

Inoltre, sembra che le parti discutano in maniera armonica sulle possibilità che Israele rioccupi il “corridoio Philadelfia”, tra Gaza e l'Egitto, per mantenere un controllo su Hamas.
Dopo il trattato di pace con l'Egitto (1979), Israele ne ha confiscato il controllo e, nel settembre 2005, nell'ambito del piano unilaterale di evacuazione delle colonie da Gaza, venne liberata anche la strada.

Il corridoio, lungo 14 km, è stato usato come “buffer zone” controllata e pattugliata dai militari per impedire il contrabbando di armi sulla frontiera.

Sin dal 2007, da quando Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza, il corridoio è controllato da Hamas, e dall'imposizione dell'assedio, nel giugno dello stesso anno, è iniziata un'intensa attività di contrabbando, nel corridoio come nei pressi della frontiera all'altezza di Rafah, nella Striscia di Gaza sud.

Il 23 gennaio 2008, alcuni uomini mascherati demoliscono il muro sulla strada del corridoio a Rafah e centinaia di migliaia di cittadini di Gaza entrano in Egitto per procurarsi scorte di cibo e altri beni che mancano nel territorio assediato.

Due settimane dopo, Qurei' chiede a Livni se Israele ha intenzione di rioccupare il corridoio. Livni si dice insoddisfatta dell'azione di Egitto e Giordania e la cosa non può che avvicinare le parti.
In questa discussione, s'inserisce un'altra prova dell'accordato coordinamento in materia di sicurezza degli ufficiali dell'Anp.

Qurei', infatti, dirà: “La Palestina sarà indipendente, ma può essere in grado di un coordinamento. L'accordo potrà contenerlo con un impegno in materia di sicurezza. La sicurezza credo faccia parte della visione regionale (…)”.

Fare pressioni su Hamas. “The Palestine Papers” sulla collusione tra Anp e Israele per reprimere Hamas.

L'Anp aveva tentato di prendere il controllo su Gaza ben prima di allora, grazie al sostegno in armi da parte statunitense, stipulato nel corso di una serie di incontri tra 'Erekaat, altri negoziatori palestinesi e Keith Dayton, allora coordinatore americano per la sicurezza per Israele e Anp, nel maggio 2006.

Quando Hamas ne prende il controllo, automaticamente, si riducono le possibilità di attacco dell'Anp; da qui partirà una lotta alle infrastrutture dell'amministrazione civile del governo di Gaza. Altri episodi confermano questa tesi con l'incontro tra Yoav Mordechai, capo dell'amministrazione civile nei territori palestinesi occupati, e Hazem 'Atallah, capo della polizia palestinese in Cisgiordania, risalente al maggio 2008.

Ma 'Erekaat si spinge ancora oltre, esprimendo a Mitchell la sua disapprovazione perché Egitto e Israele “non starebbero facendo abbastanza per mantenere l'assedio su Gaza e dare una lezione ad Hamas”.

Sono tante le opinioni che hanno provato a spiegare perché l'Europa non sia riuscita a tenersi distinta dalle posizioni statunitensi nella regione mediorientale. Si è parlato della parziale dipendenza dei politici europei dagli Stati Uniti e si è esposta la sua incapacità di intervenire nella decisone Usa di far cader Saddam Hussein. Oggi, “The Palestine Papers” rivelano qualcos'altro.

L'intervento di Blair ha svuotato lo spazio politico d'azione che l'Europa aveva a disposizione e, in una strategia politica segreta risalente al 2003, le politiche di sicurezza di Usa e Ue vedono una predominanza americana in Palestina.

Con le elezioni politiche di Hamas nel 2006 e le varie conferme alle legislative negli anni successivi, hanno fatto in modo che il costo politico a carico dell'Europa salisse ulteriormente.

“Una politica ambigua” quella dell'Ue in Palestina. Da un lato, invoca la “democratizzazione” – mediare per la riconciliazione nazionale palestinese, costruzione statale, pur avallando l'inesistenza di una difesa sui confini -, e dall'altro finanzia la repressione – disfattismo, detenzioni, congelamento finanziamenti con la distruzione delle capacità di entrambe le fazioni.

Inoltre, promuove ingerenze nel sistema di governo palestinese e ostacola il Parlamento nelle proprie funzioni.

Nel 2003 gli Usa lavorano per isolare 'Arafat, mentre l'Europa sembra corteggiarlo. Sarà qui che Bush lamenterà la divergenza di vedute con l'Ue affermando che “l'Europa non avrebbe svolto alcun ruolo nella guerra al terrore”.

Dalla costruzione statale alla sicurezza. Vengono fatti lauti investimenti in addestramento e strutture (basi militari), prigioni per i membri di Hamas e nella creazione del battaglione Dayton, preparato per affrontare Hamas fino alla sua deposizione da Gaza. Allo stesso scopo, con il Quartetto lavoreranno pure le Intelligence dei Paesi arabi.

E ancora: assistenza economica, aiuti e creazione delle infrastrutture; tutto punta al piano di “contro-rivolta”. Solo allora il progetto di uno Stato palestinese avrebbe goduto di una visione unita e conforme.

Poi, la vittoria elettorale di Hamas, nel 2006, porta l'Europa a capire che bisognava creare una bilancia nell'assistenza e, ad 'Erekaat, lo spiegherà l'inviato europeo Marc Otte: “L'Europa deve ammettere l'esistenza di un governo guidato da Hamas e deve prendere una posizione diversa da quella statunitense. Gli Usa ne vogliono la caduta, l'Europa ne chiede un cambiamento – nei limiti del possibile”.
Tuttavia, restano i dubbi sul significato delle disposizioni europee impartite al Quartetto quando si chiedeva di “tenere in considerazione Hamas”…intessere un rapporto oppure prenderne le distanze”?, commenterà un rappresentante Onu.

Schizofrenia e difficoltà nel mantenere una linea pubblica hanno caratterizzato l'intervento europeo in Palestina, mentre le sue politiche in materia di sicurezza andavano in tutt'altra direzione.

Tutto questo ha svuotato il senso di un intervento europeo lasciando gli Stati Uniti gli unici protagonisti internazionali indiscussi nel “processo di pace” e annullando il ruolo europeo nella regione. Il ruolo di Blair ha avuto un alto costo per l'Europa: è questo il parere di Alastair Crooke, esperto dell'Intelligence britannica “Mi-6” e protagonista di importanti episodi sulla sicurezza tra israeliani e palestinesi.

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