Tra golem e vitelli d’oro.

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[Tra golem e vitelli d’oro| venerdì, 04 agosto 2006 | 18:21 ]

Piango per i morti della guerra. E piango solo per i morti libanesi e palestinesi. Davvero, non sento nessuna pena se penso agli israeliani ebrei, mi preoccupo e sono in ansia solo per gli israeliani arabi, cristiani e musulmani che vivono nelle zone che possono essere raggiunte dalle batterie libanesi (gli Hezbollah hanno razzi imprecisi, alla ‘ndo cojo cojo, mica c’hanno il Santa Klaus dell’orrore che li rifornisce di missili teleguidati, raggi laser e razzi fotonici…).

E la cosa grave, ma veramente grave, è che non mi sento nemmeno in colpa per questo, au contraire, mi sento meravigliosamente bene, meravigliosamente libera. E questo mi preoccupa assaje.

Generalmente provo un moto di compassione per chiunque, anche per i serial killer o i pedofili, quando penso alla vita terribile che hanno avuto ed alla violenza che hanno subito, per trasformarsi nei mostri che sono diventati.

Nel caso di Israele, è vero che gli ebrei israeliani – quelli che si nutrono nel trogolo sionista -, così come gli ebrei e cristiani sionisti nel resto del mondo, sono equiparabili ai serial killer, ma non riesco a provare solidarietà per loro. Perché da questo mondo seminuovo (o quanto meno un usato sicuro), quello uscito faticosamente dall’incubo dell’ultima guerra mondiale, hanno avuto il meglio: la simpatia, il sostegno, la solidarietà del mondo intero. Nulla potrebbe giustificare la loro mostrificazione.

Stanno massacrando due paesi, la Palestina e il Libano, e con essi il proprio capitale di credibilità internazionale, costruito sulla monumentale catasta di cadaveri prodotti non solo ad Auschwitz, Dachau, Bergen Belsen, San Sabba, ma anche in tempi meno recenti nei pogrom cristiani in Spagna, Inghilterra, Polonia e nel resto d’Europa.

Per un paese che del senso di colpa altrui ha fatto la sua arma principale, dimostrare di non avere la capacità di provare rimorso di fronte alla morte e distruzione è letteralemente suicida. Questo atteggiamento sprezzante delle regole del vivere civile – ché non siamo mica nelle caverne – logora seriamente la capacità di comprensione e di partecipazione di tutti coloro educati a considerare Israele, anche con tutti i problemi di diritti civili che ha al suo interno, come uno stato democratico, perfettibile, ma sicuramente democratico.

Per la prima volta da anni gli USA sono stati costretti ad esercitare il diritto di veto su una risoluzione del sempre attento e tiepido Palazzo di Vetro, perché questa volta la condanna della crudele ferocia israeliana c’era. Eccome se c’era.

Per la prima volta le immagini dei bambini israeliani, educati nell’odio all’odio per gli arabi, musulmani e cristiani, che firmano sorridenti le bombe che distruggono vite, speranze e strutture, hanno fatto il giro del mondo, senza censure.

Per la prima volta l’Europa dice di NO al diktat americano e rifiuta di inserire Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroriste, come richiesto da Israele e dal suo badante internazionale.

Non è necessario essere Sun Tzu o Chaka Zulu per capire che il metodo di battaglia adottato dai fratelli in Libano è un modello che si è rivelato vincente ogni volta che è stato utilizzato.

In effetti loro la guerra l’hanno già vinta, dal punto di vista mediatico (che nella nostra società dell’immagine è il terreno di scontro che conta) e nei cuori del mondo intero. Il Libano è Qana, e Qana è il Libano. E  perdere in Libano ha un unico, impietoso, inevitabile corollario: perdere la Palestina.

Certo, possono inventarsi che i civili che assassinano ogni giorno siano “scudi umani”, certo possono fare le loro inchieste operetta dalle quali risulta che in realtà le loro vittime sia siano suicidate, certo possono continuare ad abusare del cosiddetto olocausto per giustificare il genocidio in atto della popolazione araba che hanno imprigionato nei lager a cielo aperto nella Palestina occupata, certo possono continuare a trucidare i civili usando droni e missili teleguidati firmati dalle loro orrende e odiose bambine, certo possono continuare a discriminare gli israeliani semiti, neri, arabi, musulmani e cristiani, certo. E lo fanno, pervicacemente e quotidianamente, contando sul credito che ritengono di vantare con l’umanità.

Ma il giochetto è ormai logoro. Il re è nudo, e la sua  vista provoca orrore. E questo debito – infinito come tutti quelli originati dalla violazione della dignità e della vita umana, si può – e si deve – di certo pagare, ma non certo con la nostra, di umanità.

A questo baratto sono disposti solo quelli che non credono in una vita dopo la morte e che desiderano la ricchezza e l’egemonia su questa piccola terra, su questo minuscolo lembo d’universo: cedere la propria anima per pochi o molti denari, per poco o molto potere equivale all’assetato nel deserto che rifiuta la coppa di stagno piena d’acqua fresca per bere dal calice d’oro traboccante liquami.

Prendetene atto, disgustosi difensori dell’indifendibile: di fronte ad un mondo che condanna, a fianco dello stato erede l’orrore del nazismo e che risponde al nome d’Israele, restano solo gli USA, la Gran Bretagna, Germania, la Repubblica Ceca e la Polonia. Tutto lì. Patetico ma vero.

Anche la difesa, snocciolata come un mantra sanguinolento dai vari accattoni alla Magdi Allam e compagni di merende, che addebitano la morte dei civili alla loro testardaggine nel non volere abbandonare tutto, per obbedire al loro ordine: "evacuate, perché noi distruggeremo tutto ciò che avete" è orrenda e mutilante.

Vi prego, provate ad immaginarvi nei panni di quelle donne, uomini e bambini, che vivono sulla loro terra, e provate ad immaginare di avere solo poche ore per decidere cosa salvare, e cosa lasciare.

Cosa posso portare con me, per consentire al mio democratico nemico di non macchiarsi della mia morte? Dovrò abbandonare i vecchi quaderni di scuola dei miei figli che così tanto orgoglio mi hanno fatto provare? Dovrò lasciare le fotografie della nostra vita, quella dove si incidono i momenti belli da non dimenticare? Dovrò abbandonare i centrini ricamati dalla mia mamma che è morta 3 anni fa? Dovrò lasciare il quadro della madonnina di Chestokova? Cosa posso fare per rendere meno arduo il diritto all’esistenza di Israele, meno farraginoso il suo distruggere tutto ciò che ho faticosamente costruito e ricostruito?

Ma davvero… Cosa da il diritto a questi stranieri, a questi crudeli invasori, a questi genocidi, di dirmi di lasciare tutto ciò che ho per mandare degli aerei telecomandati a distruggere tutta la mia vita, dicendomi però che avrò ancora una vita per piangere ciò che ho perso? Cosa mi impedirà di odiarlo ed augurarmi che smetta di esistere, così, di colpo, come se fosse un unico enorme Golem malvagio che abbia esaurito il suo scopo?

Ma davvero… provate a chiedervi: "e se io fossi quella donna, quell’uomo, quella ragazza libanese, e in una giornata di sole pigro e lento, prendessi un foglietto che scende dal cielo come se fosse una farfalla di carta, e sopra ci fosse scritto: "vattene, stiamo venendo a distruggere tutto ciò che possiedi, non puoi combattere contro di noi perché negheresti il nostro diritto a difenderci non da quello che ci fai, ma da ciò che sei, e se resti e muori, sarà solo colpa tua".

Ecco, voi ve ne andreste? Permettereste ai postini della morte e del terrore di usare quel foglietto come alibi per discolparsi della vostra morte e della vostra distruzione?

Ma l’orgia di sangue e dolore nella quale Israele prospera è ormai alla fine, possiamo sentirlo, lo sentiamo dentro. L’uso del veto in seno al Consiglio di Sicurezza delle N.U. e del peso politico (per quanto attiene Germania e Regno Unito) all’interno del Consiglio Europeo, sono il sintomo della malattia terminale che ha colpito l’ormai moribondo simulacro che si continua a presentare come la “posizione del mondo” in difesa dell’indiscusso diritto all’esistenza dello stato d’Israele.

Francamente non ce ne importa se Israele continua ad esistere o meno. Non ci poniamo il problema sul diritto all’esistenza di Vanuatu piuttosto che del Canada, e quindi non comprendiamo per quale motivo dovremmo porcelo per un paese ormai parte della storia del mondo e delle sue istituzioni. Anche se è il più grande violatore di risoluzioni delle Nazioni Unite, anche se non ha firmato il trattato di non proliferazione nucleare, anche se discrimina le donne, anche se discrimina i neri ed i semiti, anche se discrimina le minoranze religiose, anche se rapisce bambini e li incarcera, che imprigiona le persone senza accuse, anche se occupa  e colonizza una terra che non è la sua e va al più presto liberata, anche se pratica sia la tortura sia l’omicidio extragiudiziale.

Israele c’é.

Ma anche la Palestina ha il diritto di esistere, anche il Libano ce l’ha. Pensateci.

Ed invece sui nostri giornali resistono scribacchini prezzolati che scrivono sotto dettatura alla Gianni Riotta, opinionisti alla Nantas Salvalaggio incapaci di dare alle stampe un romanzo decente fin dall’inizio della propria discutibile carriera di “scrittore” e quelli che credono che ancora si possa fare carriera sostenendo il genocidio degli sporchi arabi, degli sporchi musulmani, ad opera dei poveri ebrei armati fino ai denti financo di bomba termonucleare.

Ce n’erano così anche nella giungla delle isole del Pacifico, ed erano i soldati giapponesi ai quali la notizia che la guerra era finita non è mai arrivata, ce ne sono così anche nei bordelli e si chiamano prostitute.

Questa guerra Israele l’ha persa. Non è necessario che le sue armate vengano sconfitte, respinte o annientate. È sufficiente che rimanga in piedi un unico, piccolo e coraggioso Hezbollah, e che il Dio di tutti noi lo protegga, che lancia petardi di capodanno e bombette puzzolenti verso una bancarella di pompelmi Jaffa o ciabatte De Fonseca, per dire che la resistenza ha vinto contro lo stato colonialista e genocida. Vietnam docet.

Non importa quanto potere possano avere gli ebrei all’interno dell’amministrazione Bush, non importa quanti ebrei dirigano giornali e telegiornali, non importa quanti di loro siedano nei governi e nei parlamenti, non importa quanti ebrei siano contro l’occupazione, contro il genocidio, contr l’apartheid, contro il razzismo e la discriminazione: Israele, e ciò che è diventato, li sta distruggendo. Come è successo ai tedeschi, ed al loro nazismo.

I libanesi lo sanno, così come i palestinesi, così come il mondo intero: gli ebrei hanno fatto il loro vitello d’oro e lo hanno chiamato Tsahal. Che Dio li perdoni, perché io davvero non ci riesco.

Dacia Valent

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