Tutti per la libertà d’opinione? Allora difendiamola tutta.

 

Tutti per la libertà d’opinione? Allora difendiamola tutta
di Franco Cardini  

Vicedirettore Battista, vogliamo o no difenderla, questa benedettissima libertà d’opinione? Allora bisogna difenderla tutta. Quella della Fallaci, quella di Piccardo, quella di Irving e quella di De Benoist. Se non si hanno la coerenza e il coraggio di agir così, allora non ci s’impanchi a giudice, non si faccia il Maestrino di Morale. Nemmeno se si dispone di una tribuna come "Il Corriere". Non è né decente, né credibile.

 

Siamo davvero tutti d’accordo sul fatto che il "reato d’opinione"sia un attentato alla libertà di coscienza, quindi alla dignità della persona umana, e una contraddizione in termini in democrazia? E, se lo siamo, come si concilia tutto ciò col fatto che talvolta, dinanzi a idee che ci paiono aberranti o alla violenza di chi espone il proprio parere in termini che ci appaiono gravemente lesivi di valori che sentiamo intangibili, esigiamo che la legge tuteli la dignità e la decenza? Com’è possibile che le stesse persone ora invochino il rigore della giustizia contro espressioni del pensiero altrui che sono loro apparse indecenti e intollerabili, ad esempio contro offese alla morale o alla religione, e ora si scandalizzino invece per il fatto che qualcuno finisca dinanzi ai giudici proprio per essersi espresso in troppa libertà, magari come la sua coscienza gli dettava? Eppure succede. Lo constatavo proprio in questi ultimissimi giorni, con un misto di divertimento e di malinconia. Prendiamo un caso emblematico. Sul Corriere della Sera del 21 maggio scorso, il Vicedirettore Pierluigi Battista – lo chiamo così perché so che ci tiene – se la prendeva con la versione italiana del Corano edita dall’Unione delle Comunità Islamiche in Italia (U.C.O.I.I.) e con l’autore del commento al sacro libro, il presidente di essa Ham.za R. Piccardo, con il quale aveva già mesi or sono polemizzato Magdi Allam. Citando un libro recente del giornalista Carlo Panella, Il Vicedirettore Battista s’indignava per alcune espressioni di Piccardo che riteneva antisemite. E un pò se la prendeva anche con me, che di tale Corano, edito dalla Newton Compton, ho scritto – da cattolico – la prefazione. Gli ho replicato con una lettera, edita sullo stesso giornale il 23, sostenendo che nel lavoro di Piccardo non è rilevabile traccia di antisemitismo, che semmai alcune frasi sono riconducibili alla tradizione controversistica antiebraica – che è cosa riprovevole, ma ben diversa dall’ antisemitismo – e annunziando comunque che Piccardo stava da tempo rivedendo il suo commento (che di fatti uscirà tra breve rinnovato). E lui mi ha ribattuto nella medesima sede, aggrondato, che "spiace" che io "sottovaluti" il problema, anzi che la cosa addirittura "preoccupa". Il che lascia capire che, sotto sotto, egli pensi che sono un po’ antisemita anch’io: e che, insomma, lo decide lui chi è antisemita.

L’antisemitismo è una cosa orribile e l’antigiudaismo è riprovevole, tantopiù che questo può essere alibi di quello. Ma il problema è: quando resti nell’àmbito della idee, il professarlo è "reato d’opinione"? Direi di sì, perché ci sono delle leggi. In deroga al principio generale secondo il quale tale reato fa a pugni con la libertà e la democrazia.

Ma se Battista in questo caso fa pensare di condividere la tesi della legittimità del "reato d’opinione", perché s’indigna poi se il medesimo principio viene applicato nei confronti di altri obiettivi e contesti? Perché scrive, sempre sul giornale di cui è valoroso Vicedirettore, un articolo di fuoco, il 25 maggio, contro la decisione di quel giudice che, dando di nuovo fiato a un’archiviata denunzia dell’ineffabile Adel Smith (quello che butta i crocifissi fuor di finestra), trascina in tribunale nientemeno che Oriana Fallaci per le espressioni che essa, nel suo libro La forza della ragione, usa nei confronti dell’Islam, e che obiettivamente sono molto più forti, dure e offensive di quelle usate da Piccardo nei confronti degli ebrei?

lo sono convinto che il "reato d’opinione" non dovrebbe esistere. Il codice penale è più che sufficiente: ed esso punisce gli atti, non le idee né le intenzioni giudicar le quali va lasciato a Dio (una calunnia, ad esempio, è un fatto: e come tale si persegue). Il punto è che vi sono Idee difficili da difendere, magari perché ci ripugnano. Eppure, se crediamo nella libertà, sono proprio quelle, anche le più aberranti e lontane da noi, che dovremmo difendere. Il Vicedirettor Battista lo fa con la Fallaci; ma non fa lo stesso con Piccardo. Perché?l

Difendere gli ebrei è sacrosanto: lo è in assoluto. e lo è soprattutto dopo Auschwitz. Ma la loro tragedia è, appunto, esemplare della necessità di tutelare tutte le libertà. E la difesa delle libertà si fa a trecentosessanta gradi. Se ci s’accontenta di farla a trecentocinquantanove, crolla tutto. Anche la famosa "Legge Mancino", ad esempio, è illiberale. Anche la XXIII [qui c’è un errore, essendo in realtà la XII, NdR] Disposizione "transitoria e finale" della Costituzione repubblicana lo è.

Mesi fa, allo storico revisionista David Irving fu impedito di venire in Italia a tenere un ciclo di conferenze. Qualche settimana fa un intellettuale che ammiro sconfinatamente, Claudio Magris, dichiarò che non avrebbe mai più messo piede nel "suo" triestino Caffè degli Specchi perché avevano invitato a parlarci l’intellettuale della nuova destra Alain de Benoist. D’accordo: oggi da noi difender gli ebrei è diventato comodo (quando non lo era, nel ’38, stemmo vergognosamente zitti), mentre tutelare i diritti di uno studioso sospetto di esser troppo indulgente con Adolf Hitler può essere impopolare e controproducente per chi lo faccia. Ma, o Vicedirettore Battista, vogliamo o no difenderla, questa benedettissima libertà d’opinione? Allora bisogna difenderla tutta. Quella della Fallaci, quella di Piccardo, quella di Irving e quella di De Benoist. Se non si hanno la coerenza e il coraggio di agir così, allora non ci s’impanchi a giudice, non si faccia il Maestrino di Morale. Nemmeno se si dispone di una tribuna come "Il Corriere". Non è né decente, né credibile.

“Quotidiano Nazionale” del 30 maggio 2005

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