Un medico di Varese ricorda Vik e il suo impegno umanitario e politico

Riceviamo da Filippo Bianchetti e pubblichiamo.

Il mio è un intervento personale, e quindi parlo a titolo individuale (anche un po’ per conto di Fiorella, di cui sono il compagno). 

Mi chiamo Filippo e faccio il medico di famiglia a Varese.

Quando è morto Pier Paolo Pasolini, il 2 novembre 1975, io avevo 22 anni. La TV ha dato l’annuncio mentre lavavo due piatti a casa dei miei nonni, e per me è stata come una fucilata. 

Dopo 36 anni l’sms di Alfredo Tradardi, che alle tre del mattino di venerdì 15 aprile mi annunciava la morte violenta di Vittorio, mi ha fatto lo stesso effetto. 

Forse per questo mi son tornate poi in mente le parole di Pier Paolo, che nel 74 scriveva, sul Corriere, a proposito delle stragi di stato e della strategia della tensione:

“Io so.

Io so i nomi dei responsabili delle stragi …

Io so i nomi di coloro che … hanno dato disposizioni e assicurato la protezione…

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste…

Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti di cui si sono resi colpevoli.

Io so.  Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

Io so perché sono uno che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’ arbitrarietà, la follia e il mistero.

Perché la ricostruzione della verità … non è poi così difficile”.

Pasolini sapeva benissimo che sarebbe stato ucciso, per aver detto queste cose; dopo tanti anni pure noi possiamo dire che anche noi sappiamo chi lo ha ucciso, senza bisogno di prove né di sentenze, che non verranno mai (né per lui né per Vittorio).

Dopo molti anni, nel 2002, sono andato in Palestina per la prima volta, e son tornato segnato da ciò che ho visto. Da allora mi occupo di questo, per gran parte del tempo che ho libero dal lavoro. 

Questo mi ha unito a Vittorio, e questo ora mi spinge a parlare. 

Di Vittorio sono stato un amico degli ultimi anni, e gli ho fatto un po’ anche da medico; gli voglio quindi dedicare  le parole di un grande medico, poi divenuto scrittore, rimasto centrale nella mia formazione perchè nella sua tesi di laurea, a Parigi nel 1924, diceva: 

“Non ha importanza la forma, è la sostanza che conta.

Essa ci mostra il pericolo di voler troppo bene agli uomini.

E’ una vecchia lezione sempre nuova.

Niente è gratuito, in  questo basso mondo.

Tutto si espia, il bene, come il male, si paga prima o poi.

Il bene è molto più caro, per forza”.

Cosa ci lega dunque alla Palestina? Provo a dirlo con un aneddoto.

Nel 2004 un  gruppo di danza formato da ragazze e  ragazzi palestinesi di Bayt Lahm, Betlemme per noi, fece a Varese una tappa della sua tournee; uno dei giovani studenti italiani che assistettero allo spettacolo nel teatro cittadino  alla fine chiese: “Perché siete venuti in Italia, cosa vi aspettate?”

Uno di loro ripose: “Gli italiani hanno lottato e si sono liberati dal nazifascismo; per noi voi siete un esempio”; poi i giovani palestinesi cantarono Bella Ciao, in italiano, per i 1200 coetanei presenti, che non ne ricordavano le parole.

Li accompagnai poi in pullman a Milano e, arrivandoci, mostrai loro la “Montagnetta”, quella collina che sta lì, fra Lampugnano e la vecchia Fiera; “vedete, quella è stata formata con tutte le macerie delle case di Milano, cadute, con tanti che ci abitavano, nei bombardamenti del 1943-45. Oggi  i milanesi, e anche tanti stranieri che vivono qui, ci vanno a correre, a giocare coi figli, a prendere il sole. 60 anni fa anche noi uscivamo da un disastro, e speriamo che fra pochi anni anche voi possiate costruire una collina con le vostre macerie, e vivere liberi”.

Chissà se davvero potranno vedere quel giorno, quei ragazzi. 

Chissà se i palestinesi finiranno annientati o assimilati come gli Indiani d’ America, o i Neri d’ America, che però furono soli contro razzismo e colonialismo? 

Oppure se riusciranno a liberarsi perché non sono soli come furono quelli, perchè come i vietnamiti ed i sudafricani hanno dalla loro parte tante  e tanti nel mondo, e persino qualcuno come Vittorio? 

Ma quando saranno liberi, dopo oltre 60 anni di resistenza, stiamo tranquilli, sapranno ben gestire il loro futuro, anche meglio di noi, che dopotutto di resistenza vivemmo “solo” 2 anni, pur splendidi e fondativi di una nuova convivenza, basata sulla nostra bellissima Costituzione.

Ma come potranno “liberarsi”, i palestinesi? 

Nel 2005 170 associazioni della società civile palestinese hanno chiesto a noi, a tutto il mondo, di aiutarli nella loro lotta per la libertà con lo strumento non violento del boicottaggio contro la politica dei governi israeliani. 

Vittorio ha fatto di più: nel 2008 è andato nella Gaza assediata con la prima nave che riusciva a rompere un embargo che datava da 50 anni. 

E’ arrivato là, ha visto, e non è più riuscito a venir via, con la testa per lo meno. 

Anche quando tornava qui, la sua testa restava là. 

E là è rimasto, a fare interposizione con l’ISM, e sapeva benissimo i rischi che correva sfidando ogni giorno, con la sua pipa, i proiettili di chi lo voleva morto.

Fiorella ed io lo abbiamo conosciuto là, quando ci siamo andati nel marzo 2009; avevamo parlato al telefono diverse volte con lui, e spesso ci scrivevamo in rete, ma non ci eravamo mai visti. E’ venuto a incontrarci sotto casa, e al primo momento ci ha colpito il suo aspetto, per noi inatteso, un mix del Chè e di Corto Maltese. Dopo poco ci siamo accorti del suo carattere schivo e un po’ timido, ed abbiamo iniziato a scorgere le ferite nel suo animo: Piombo Fuso era finito da 40 giorni e Vik era segnato da quello che aveva visto e vissuto: 20 giorni di un massacro tecnologico ed impersonale, condotto deliberatamente e scientificamente contro un popolo disarmato, imprigionato, abbandonato da tutti, sotto gli occhi di tutti.

Di lì a poco sono arrivati a Gaza, nell’ albergo di fronte a noi, un gruppo di americani, e fra loro i genitori di Rachel Corrie, che venivano a ricordare la figlia 23enne morta in quei giorni, 6 anni prima, schiacciata da una ruspa israeliana mentre faceva interposizione a Gaza con ISM.

Fiorella ed io eravamo scesi in strada a cercarli, abbiamo chiesto alla prima signora che  incontravamo…, ma era proprio lei, Cindy Corrie, che con un sorriso ci ha presentato suo marito Craig. Persone meravigliose, lei e lui, fin dalle prime parole e sguardi, per cui, anche se il nostro inglese era poverissimo, si è stabilita immediatamente con loro una comunione profonda. 

Quando poco più tardi è arrivato Vik lo abbiamo subito accompagnato a conoscerli, restando poi in disparte ad osservare quel miracolo di incontro umano che si stava svolgendo sotto i nostri occhi.

E ora che anche Vittorio è morto in modo atroce come Rachel, schiacciato dalla medesima violenza, noi siamo qui a piangerli come nostri figli, nostri fratelli, nostri compagni, con grande dolore. 

Se ci pensiamo un attimo, però, vediamo quanto siamo fortunati a far parte anche noi, almeno un po’, della loro stessa umanità.

Grazie, Rachel; grazie, Vittorio. Siete dentro di noi, adesso, e non vi lasceremo più.

Filippo Bianchetti

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