Una buona vita: testimonianza di una pacifista israeliana.

Dalla Newsletter BoccheScucite n.17
Una donna israeliana, attivista di M.W., si racconta a BoccheScucite
UNA BUONA VITA
di Daniela Yoel
 
Sono stata educata all’osservanza della religione ebraica e la sento profondamente mia. Vedo però tutti i miei amici e non li vedo più al mio fianco, con me. Sono tutti passati nel campo della destra e non capisco perché. Abbiamo imparato gli stessi valori e io sono rimasta sola. Nella Bibbia è detto che tu quando vedi non solo il tuo nemico, ma addirittura l’asino del tuo nemico crollare a terra, tu devi, devi aiutarlo. Non puoi dire io non ho visto niente, continuo la mia strada. Devi fare qualcosa. I palestinesi sono il popolo con cui dobbiamo convivere. E come possiamo spiegare le crudeltà che noi commettiamo contro una popolazione civile: donne, vecchi, bambini? E’ questo che io non posso sopportare. ‘Never again’: ogni israeliano ha questo grido nel cuore, certo. Anche io ho ben presente il dramma della Shoah: tutta la famiglia di mia madre è stata deportata ad Auschwitz. Nessuno è rimasto. Ho un dialogo immaginario con questa mia famiglia che non ho mai conosciuto: e loro mi dicono: “Guardati intorno e se vedi la gente che soffre non puoi mai rimanere indifferente. Devi guardare e ridurre almeno un po’ la sofferenza di queste persone. Siamo andati incontro alla morte e la nostra era una sofferenza anonima. Nessuno ci era vicino. Nessuno sembrava vederci”. Per me è questa l’eredità della Shoah: non rimanere indifferenti al dolore degli altri. E invece tanti ebrei israeliani che alla mattina prendono il caffè e leggono anche il giornale, non vogliono sapere quello che succede a cinque chilometri da casa loro. Qualche giorno fa ho parlato con una mia cara amica e l’ho invitata a venire un giorno con me nei Territori Occupati, mentre con le altre donne israeliane di M.W. aiuto i palestinesi a passare il checkpoint, interponendomi tra loro e i soldati che potrebbero essere miei figli. "Vieni a vedere se quello che facciamo loro è giustificabile". Mi ha risposto di no, perchè la politica è una cosa complicata… ma poi mi ha detto la verità: “Voglio una buona vita- ha detto- non voglio turbarmi, Andare lì mi deprimerebbe…”. Ha espresso esattamente quello che pensa tanta gente. Anch’io voglio una buona vita. Ma per me stare a casa, chiudere gli occhi… non è una vita! Questo è proprio quello che permette ai piccoli tiranni di commettere crimini contro l’umanità. Se la gente tace, loro possono procedere.
 
Da cinque anni e mezzo vado ai checkpoint e posso veramente dire quello che l’esercito fa ai palestinesi. Io non ho un altro Paese, sono nata qui. Israele è la mia patria, e se non dovesse esistere più non saprei dove andare. Abbiamo anche bisogno di un esercito forte, se questo richiede la nostra difesa. Ma se in quarant’anni di occupazione l’esercito fa un’azione non di difesa, bensì di oppressione di una intera popolazione civile, questo indebolisce la sicurezza stessa di Israele. Chi difende questa politica israeliana, non è amico di Israele. Bisogna dire la verità. Il disastro di Israele sono gli insediamenti: si prende terra che non ci appartiene e la si dà ai coloni e poi li si difende militarmente. Ma difendere le colonie non è difendere la sicurezza di Israele. Questa è la degenerazione dell’esercito, che abbiamo visto anche adesso in Libano; ed è la degenerazione della nostra società e dei politici che oggi ci governano. Chi ama Israele deve aiutarlo ad arrivare ad un accordo con i palestinesi. Ci saranno sempre quelli che parlano di distruzione di Israele. Ma noi dobbiamo isolarli. Con questo lavoro di oppressione e occupazione, creiamo sempre più estremisti: quando la gente perde la speranza, vede che non c’è nessuna possibilità di avere una vita normale; quando non si possono raggiungere gli ospedali, le scuole; quando non c’è lavoro, non c’è pane, non c’è niente, cosa si fa? Noi, insieme con i palestinesi, potremmo vivere in questa terra come in un paradiso. Sono molto legata alla figura di Leibovich, un professore molto attento all’osservanza della legge in modo letterale. Ma anche un uomo con una visione aperta della società e della politica. Quando parlava di politica, parlava come un laico. Diceva che dobbiamo condividere la terra e non pensare che per l’eternità ci potremo comportare così nei confronti dei palestinesi.
 
Dio all’inizio ha pensato che Adamo avrebbe fatto del bene. Molto presto ha capito che non era così. La gente si comportava male e faceva del male. E Dio ha mandato il Diluvio. Ma ha visto che neanche questo ha aiutato. E poi il popolo di Israele nel deserto si è dimostrato ‘di dura cervice’ e parlava contro Dio… E piano piano anche Dio ha capito che la sua forza era limitata e che c’è il libero arbitrio e che non poteva cambiare l’idea della gente… La gente deve farlo da sé. E per farlo deve sapere e capire. Al checkpoint io devo essere lì e vedere con i miei occhi. E i palestinesi ci ringraziano. E poi scrivo dei report sulle cose e le ingiustizie di cui sono stata testimone. Così la gente non potrà più dire ‘non sapevo’. Le prossime generazioni devono sapere. E i palestinesi anche devono sapere che c’è un gruppo di israeliani che vuole la pace, che è contro l’occupazione. Siamo una piccola finestra. È nostro dovere essere lì. Cosa facciamo al checkpoint? Siamo e stiamo lì. Al checkpoint le regole cambiano spesso. E i tempi non sono mai certi. È impensabile per la gente vivere così ogni giorno.
 
Anni fa una donna palestinese, dopo anni di cure mediche contro l’infertilità, restò incinta. Aspettava due gemelli. Arrivato il momento del parto, si presentò al checkpoint per andare all’ospedale. Non l’hanno fatta passare. Lì, per terra, ha partorito un bimbo. La famiglia ha avvisato che ne portava in grembo un altro. Ma non l’hanno fatta passare ugualmente. È nato anche il secondo bimbo. Sono morti entrambi. Sulla terra. Così. Hanno poi permesso di trasportare la donna all’ospedale, in condizioni gravissime. Proprio negli stessi giorni mia nuora ha partorito due gemelli maschi. È arrivata all’ospedale di Beer Sheva. E grazie a Dio tutto è andato bene. I bambini hanno oggi dieci anni. Io penso sempre a questa mamma e alla loro nonna che non provano la gioia che abbiamo io e mia nuora. Penso forse, se fossi stata presente al checkpoint in quel momento, forse si sarebbero salvati. È un pensiero sbagliato, lo so. Ma è così. Questa è una storia personale, ma mi ha segnato fortemente. Quando cinque anni fa è nato questo gruppo, è stato naturale per me pensare di farvi parte. Noi non siamo lì per migliorare la situazione: siamo lì per protestare, per dire che siamo contro l’occupazione. E il checkpoint ne è il simbolo. Ma poi ci sono le persone, le loro storie e le nostre. E chi sono questi soldati? Sono ebrei come me. E questa è una vergogna. Malgrado questo, penso anche come ebrea devo protestare. E allora la mia famiglia mai conosciuta, che mi dice di aprire gli occhi e di non essere indifferente, e la mia famiglia di oggi, i miei nipoti che mi ricordano la storia di questa mamma mancata, mi hanno spinto a contribuire così. Essere un uomo, una donna giusti alla fine è solo una decisione personale.
(Gerusalemme Ovest, 17 Agosto 2006)

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