Una nuova era nella gestione della questione palestinese.

Un’analisi.

Malgrado l’opinione israeliana secondo cui in questi giorni Hamas, rompendo l’assedio che gli era stato imposto, avrebbe ottenuto una vittoria su Israele, ciò che è realmente accaduto ha implicazioni più complesse e sfaccettate. Come alcuni osservatori hanno fatto notare, gli eventi di Gaza rappresentano probabilmente l’inizio di un cambiamento di strategia sul lungo periodo, destinato a mutare la situazione che si era affermata con la presa del potere da parte di Hamas all’interno della Striscia.
In questi giorni, all’interno di Israele vengono lanciate diverse accuse contro i responsabili del governo (ed in particolare contro il ministro della difesa Ehud Barak), poiché essi non avrebbero compreso che la politica dell’assedio equivaleva ad imporre una punizione collettiva ai civili in risposta al lancio dei razzi Qassam, cosa che avrebbe inevitabilmente portato alla catastrofe umanitaria che si è poi verificata, la quale a sua volta ha accelerato l’abbattimento della recinzione al confine con l’Egitto. C’è chi prevede che questo errore di valutazione da parte di Israele creerà nuove tensioni nei rapporti con l’Egitto, causando una crisi aggiuntiva al regime egiziano. Quest’ultimo si troverà a fare i conti con una estensione dell’influenza di Hamas in direzione di Rafah, faccia a faccia con il movimento egiziano dei Fratelli Musulmani, da cui Hamas stesso ha avuto origine.
Tutte queste affermazioni sono probabilmente corrette, tuttavia vi sono altri aspetti della questione su cui è bene soffermarsi. Innanzitutto il fatto che l’assedio israeliano era a tutti gli effetti un altro passo – dopo il ritiro portato a termine da Ariel Sharon alla fine del 2005 – in direzione della separazione definitiva di Israele dalla Striscia di Gaza. Nel periodo intercorso fra questi due eventi, lo stato di Israele ha giocato un ruolo ambiguo, rappresentando l’autorità che si incaricava di rifornire Gaza di generi alimentari e di combustibile, ed allo stesso tempo l’autorità che puniva Gaza per qualsiasi violazione della sicurezza al confine con lo stato ebraico. La situazione si era aggravata enormemente dopo che Hamas aveva preso il controllo della Striscia, evento a cui aveva fatto seguito la decisione punitiva del governo israeliano di chiudere tutti i valichi di confine che collegano Gaza ad Israele ed all’Egitto. Le cose non tardarono a peggiorare ulteriormente a causa del contrabbando di armi attraverso i tunnel scavati al confine con l’Egitto. Ultimamente la situazione aveva raggiunto una drammatica fase di stallo, con l’escalation del confronto armato fra Israele e Hamas, sia per le incursioni compiute dall’aviazione israeliana, sia per le minacce del governo israeliano di avviare una operazione militare su vasta scala, sulla falsariga dell’operazione “Scudo Difensivo” lanciata da Sharon nel 2003, che rappresentò l’inizio del crollo del potere di Yasser Arafat.
Da queste considerazioni emerge che, malgrado tutti i timori espressi dagli israeliani per l’abbattimento della recinzione al confine con l’Egitto, ciò che è accaduto risparmierà ad Israele – ed agli abitanti di Gaza – l’eventualità di dover pagare un prezzo esorbitante, nel caso in cui il governo israeliano avesse dato seguito alle sue minacce di dare inizio ad un’operazione militare di terra. Malgrado tutte le cose che sono state dette a proposito di un coinvolgimento dell’Egitto negli eventi di questi giorni, e malgrado ciò che è stato detto riguardo alla difficile situazione in cui si è trovato il governo egiziano – il quale non avrebbe avuto altra alternativa che quella di consentire l’apertura dei valichi al confine con Gaza – è tuttavia difficile credere che gli israeliani non abbiano discusso con i responsabili egiziani di questa eventualità e della decisione dell’Egitto di assumersi la responsabilità di un nuovo compito: prendere il controllo di ciò che sta avvenendo a Gaza, e farsi carico di una nuova mediazione fra i palestinesi al fine di recuperare il rapporto tra Fatah e Hamas, rinnovando la speranza che i palestinesi giungano a ricostituire un governo di unità nazionale. Possiamo ipotizzare che il nuovo ruolo dell’Egitto abbia in qualche modo la benedizione di altri importanti paesi arabi – come ad esempio l’Arabia Saudita, che fu la prima a cercare di ricomporre la frattura consumatasi tra Fatah e Hamas riunendo le fazioni palestinesi alla Mecca, in un incontro che avrebbe portato alla nascita del governo di unità nazionale. All’epoca, la mobilitazione saudita non ebbe il sostegno né degli israeliani né dell’amministrazione americana. Sia Washington che Tel Aviv ritenevano che non fosse necessario dialogare con Hamas, ma al contrario bisognasse isolarlo, scuoterne l’autorità, e distruggerne la struttura militare. Il risultato fu il crollo del governo di unità nazionale, lo scoppio del conflitto armato tra Fatah e Hamas, la caduta di Gaza nelle mani di quest’ultimo, ed un ulteriore indebolimento dell’autorità di Mahmoud Abbas e dell’OLP.
Il ritorno dell’Egitto a Gaza – o il ritorno di Gaza agli egiziani – ha lo scopo di rafforzare l’asse moderato dei paesi arabi sunniti (Arabia Saudita, Egitto, e Giordania), nel tentativo di spezzare il legame esistente tra le organizzazioni palestinesi radicali – con in testa Hamas e la Jihad Islamica – e l’Iran, riavvicinando queste organizzazioni al fronte arabo moderato. L’altro aspetto di non minore importanza è la designazione di un grande paese arabo come l’Egitto a gestire i contrasti interni ai palestinesi. Ciò dovrebbe ridurre la possibilità di ingerenze esterne, soprattutto da parte di Israele, che finora ha sempre pesato negativamente sugli sforzi delle fazioni palestinesi per giungere ad un accordo (il quale poteva non risultare conforme agli interessi israeliani).
Nel caso in cui dovesse essere confermato che non c’è spazio per un ritorno all’amministrazione del confine fra l’Egitto e la Palestina sulla base degli accordi precedentemente in vigore, assisteremmo all’inizio di una nuova era nella gestione araba del problema palestinese e nella politica dei governi arabi nei confronti delle correnti islamiche fondamentaliste che ne minacciano la stabilità. Questa nuova politica potrebbe tradursi nel tentativo di contenere le correnti islamiche, considerandole alla stregua di partner effettivi nella gestione dello stato.
Il ritorno dell’Egitto a Gaza potrebbe non essere altro che la prima manifestazione dei cambiamenti strategici determinati dalla guerra del luglio 2006 in Libano. Questa guerra ha posto l’asse dei paesi arabi moderati faccia a faccia con l’asse dell’Islam radicale guidato dall’Iran, che rappresenta una minaccia diretta per la stabilità dei regimi in numerosi paesi arabi.
Ciò che viene richiesto oggi all’Egitto ed agli altri paesi arabi non è tanto di inviare aiuti alimentari e finanziari agli abitanti di Gaza, né di mettere a punto un piano di sicurezza per impedire che elementi estremisti provenienti da Gaza si infiltrino nelle varie regioni dell’Egitto. Ciò che viene richiesto è, piuttosto, una visione araba per ricomporre le divisioni fra i palestinesi. Non è importante chi ha vinto e chi ha perso oggi a Gaza. La cosa importante è in che modo l’Egitto e gli altri paesi arabi – primi fra tutti la Giordania e l’Arabia Saudita – riusciranno a gestire la situazione politica e militare a Gaza, ed a tirare fuori quest’ultima dal vicolo cieco in cui si trova, essendo ormai chiaro che ad una soluzione pacifica non si giunge attraverso i congressi e le conferenze, ma attraverso l’impegno sul terreno con tutte le fazioni che fanno parte della realtà palestinese, Hamas in testa.
 
 
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