Una settimana di luglio.

 
Una settimana di luglio
Sonja Karkar, The Electronic Intifada, 31 Luglio 2007

Potrebbe essere scusato chi crede che le violazioni dei diritti umani contro i Palestinesi si siano fermate al momento che le fazioni palestinesi hanno cominciato a combattersi tra di loro. Praticamente ogni servizio ed articolo scritto nei media occidentali in queste ultime settimane si è focalizzato sulla spaccatura tra Fatah e Hamas e le aperture USA per mediare un accordo di pace che permetterebbe alla fine una qualche sorta di stato palestinese. Qualunque menzione di Israele riguarda le urbane e diplomatiche conversazioni tra esso e gli altri attori principali, ad eccezione, è chiaro, di Hamas, e con il Primo Ministro Ehud Olmert che mostra una più che rimarchevole disponibilità di arrivare ad una sistemazione pacifica nei cui termini i Palestinesi si vedrebbero restituire circa il 90% della West Bank. Se c’è una ragione per credere che il leopardo ha cambiato le macchie.
 
La verità è che a casa dei Palestinesi niente è cambiato. Israele dilaga nei territori palestinesi occupati con i suoi carri armati e con i suoi autoblindo, tirando razzi con i suoi aeroplani sulla popolazione di Gaza già severamente sotto assedio. Solo la scorsa settimana ci sono state almeno 29 di queste incursioni militari risultanti nell’esecuzione di quattro combattenti della resistenza palestinese ad opera di soldati israeliani, mentre un quinto Palestinese è morto per le granate sparate da un carro armato. I civili palestinesi sono quelli che sostengono sempre il peso maggiore di queste incursioni e undici persone, tra cui cinque bambini e una donna anziana, sono state seriamente ferite. Il quotidiano arresto di civili è stato una routine per decenni, ma certamente i 72 civili arrestati questa settimana sono una beffa di fronte ai 250 prigionieri appena rilasciati come segno di buona volontà da parte di Israele nei confronti del presidente palestinese Mahmoud Abbas.
 
Si tratta qui di specifici attacchi alle persone che verranno registrati come statistiche. Ma non sentiamo niente dell’agonia personale delle famiglie che vedono morire i loro padri, madri, fratelli, sorelle, figli e figlie. Nè sentiamo del dolore di queste famiglie per coloro che sopravvivono ma rimangono fisicamente o emotivamente invalidi per il resto della loro vita. Questi dettagli umani scompaiono nell’insieme omogeneo del conflitto, senza alcuna speranza che domani o la settimana prossima lo stillicidio termini. Questo è il terrore provato per quarant’anni di occupazione incessante. E non parliamo dell’orrenda pulizia etnica che vide impegnato Israele nel ventennio precedente. 
 

A riguardo delle recenti promesse di alleggerire le restrizioni al movimento nella West Bank i Palestinesi hanno visto solo l’aumento dei checkpoint, eretti con severità persino maggiore su chi può andare dove, e se in definitiva si può andare in qualunque luogo. Analogamente, a Gaza, Israele si rifiuta di togliere l’assedio sulla picola striscia di terra per la sua crescente popolazione, e rifiuta di permettere agli osservatori europei di aprire il valico di Rafah. Il risultato è stato l’abbandono di circa 6.000 Palestinesi bloccati per settimane sul versante egiziano incapaci di tornare a casa. Più di una dozzina di Palestinesi sono morti per il deterioramento delle loro condizioni di salute in quella dura situazione. Gli attraversamenti commerciali vengono ammessi solo per quel po’ di cibo in regalo che impedisce ai Palestinesi di morire di fame.

Forse la più tendenziosa delle promesse di Olmert è la formula "terra in cambio di pace", che non è stata mai mantenuta. Ne vediamo una riedizione. Sharon era un mago in questa tattica di confusione — assecondando formalmente la Road Map del Quartetto ed impegnandosi nella tumultuosa costruzione di insediamenti ebraici illegali nella West Bank. I coloni da lui evacuati da Gaza nel suo tanto laudato progetto di disimpegno unilaterale vengono ora risistemati illegalmente nella West Bank. La stessa propensione di Olmert per questo inganno sul progetto di insediamenti fu denunciata il mese scorso dal Jerusalem Post che in un articolo citava un diplomatico di alto livello che diceva: "Ci mandano all’estero semplicemente per mentire", e il segretario di Peace Now, Yariv Oppenheimer ha detto che il governo di Olmert "ha costruito più insediamenti di qualunque altro predecessore".

 
E’ la gente normale che sta soffrendo praticamente ogni violazione di diritti umani immaginabile alle mani dell’esercito israeliano, dei fanatici coloni ebraici,  dei legislatori israeliani, e degli addetti alla propaganda che non hanno mai visto i Palestinesi come esseri umani. Il sistema dei media non riferisce sui crimini israeliani, sebbene sia assolutamente chiaro che Israele ha abbia violato e continui a violare il diritto internazionale. Per i Palestinesi che vivono questa gelida e brutale realtà, le vere intenzioni di Israele sono evidenti. Se Olmert ha avuto dei ripensamenti, allora un modo sincero di dimostrarlo sarebbe impegnarsi su un calendario ed iniziare ad alleggerire le restrizioni al movimento, come ha promesso ad Abbas, e mettere fine alla costruzione e all’espansione degli insediamenti, come ha falsamente dichiarato di aver fatto. C’è poco da sperare, in ogni caso, se dobbiamo giudicare in base ai giochi fatti negli ultimi quattordici anni. Senza alcun frutto per i Palestinesi questi giochi di pace hanno dato come risultato solo ulteriore perdita di terra a favore di Israele, e più violenza e povertà ad opera degli scherani di Israele. Dato il silenzio sulle violazioni di Israele nell’ultima settimana di Luglio da parte di quelli che parlano di pace, c’è davvero di che preoccuparsi della posizione degli interessi dei Palestinesi nell’elenco di priorità di quelli che negoziano la cosiddetta pace.

Sonja Karkar è la fondatrice e la presidentessa di Women for Palestine a Melbourne, Australia.

Tradotto dall’inglese da Gianluca Bifolchi, un membro di  Tlaxcala  (www.tlaxcala.es), la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale : è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l’integrità e di menzionarne l’autore e la fonte.

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