Un'angoscia chiamata Israele

Da www.ilmanifesto.it del 20 aprile

Un’angoscia chiamata Israele
Occupazione israeliana e discriminazione dei palestinesi dentro Israele: dire no è rifarsi alla nostra identità ebraica L’obbligo di protestare contro le ingiustizie subite dai palestinesi viene anche da quello che ci insegna la nostra storia

Brian Klug
Se c’è una cosa su cui gli ebrei possono trovarsi d’accordo, è questa: discutere è bene. La cultura ebraica è fiorita grazie alla discussione – un franco, sincero dissenso – sin da quando Mosè discuteva con Dio. Ma oggi un’atmosfera opprimente e malsana sta rendendo molti ebrei dubbiosi sull’opportunità di pronunciarsi su Israele e il sionismo. Essi temono di contravvenire a una legge non scritta su cosa può o non può essere oggetto di discussione, su cosa si può o non si può dire. Questo clima suscita interrogativi di fondo: sulla libertà d’espressione, sull’identità e sulla rappresentanza degli ebrei, sul ruolo che possono svolgere gli ebrei britannici per aiutare Israele e i palestinesi a costruire un futuro migliore.
Mentre la situazione in Medio Oriente si deteriora di anno in anno, sono sempre di più gli ebrei che, sconcertati, vi assistono da lontano. Lo sconcerto si trasforma in angoscia quando civili innocenti – palestinesi e israeliani – sono feriti o uccisi per il perdurare del conflitto. L’angoscia si trasforma in sdegno quando i diritti umani di un popolo sotto occupazione vengono violati ripetutamente in nome del popolo ebraico.
Nessuno può parlare in nome del popolo ebraico. Eppure l’estate scorsa, durante la guerra tra Israele e Libano, il primo ministro Ehud Olmert, rivolgendosi a un’audience americana, ha detto: «Ritengo che questa guerra sia combattuta da tutti gli ebrei». La sua convinzione non poggia su evidenze: è un articolo di fede, un corollario della dottrina per cui Israele rappresenterebbe tutti gli ebrei, inclusi quelli britannici e del mondo.
Questo presupposto è falso. Ed è pericoloso, perché fa apparire gli ebrei tutti uguali. Eppure questo equivoco è rafforzato nel nostro paese da quanti, sostenendo di parlare collettivamente a nome degli ebrei britannici, riflettono solo una posizione sul Medio Oriente. Dal canto suo, il Board of Deputies of British Jews (che si autodefinisce «la voce degli ebrei britannici») dedica molto tempo e molte risorse della sua sezione internazionale alla «difesa di Israele».
Tutto ciò dà l’impressione che gli ebrei britannici, parlando all’unisono, appoggino compattamente il governo israeliano e le sue operazioni militari. Questo messaggio ha due cose che non vanno. Primo, è falso. Gli ebrei sono profondamente divisi sulle campagne del 2006 a Gaza e nel Libano. Certo, alcuni hanno condiviso il sentimento del rabbino capo sir Jonathan Sacks che, parlando alla manifestazione, ha detto: «Israele, tu ci rendi orgogliosi». Ma altre persone hanno provato un’emozione più o meno opposta.
Secondo, non spetta al Board schierarsi sul Medio Oriente. Lasciamo che siano gruppi come la Federazione sionista o magari l’ambasciata israeliana a organizzare manifestazioni di solidarietà. Compito del Board è promuovere il benessere degli ebrei britannici in tutta la loro diversità, e non difendere Israele. Allo stesso modo, al rabbino capo spetta di diritto portare una prospettiva religiosa nelle materie politiche, ma comportarsi come un portavoce politico della sua comunità non è consono al suo ruolo.
Messi di fronte a questa situazione, alcuni ebrei britannici si sono riuniti in gruppo per lanciare Independent Jewish Voices (Ijv). Proveniamo da una varietà di background e ceti sociali diversi. Alcuni tra noi sono religiosi, altri no. Molti provano un forte attaccamento nei confronti di Israele in quanto ebrei, altri no. Sul Medio Oriente non abbiamo tutti le stesse idee. Siamo una rete di persone, non un movimento o un partito politico.
Ma siamo uniti da alcuni principi fondamentali. Questi sono fissati dalla nostra dichiarazione di intenti, pubblicata il 5 febbraio sul sito web del Guardian e mediante annunci a pagamento sul Jewish Chronicle e sul Times. Tra questi principi vi sono: dare la precedenza ai diritti umani; attribuire la stessa priorità ai palestinesi e agli israeliani nella loro ricerca di un futuro di pace e di sicurezza; ripudiare tutte le forme di razzismo contro ebrei, arabi, musulmani o chicchessia.
Noi crediamo che questi principi – non adesioni su base etnica o di gruppo – definiscano i limiti di un dibattito legittimo.
Anche in altri paesi, gli ebrei costretti a misurarsi con questo tipo di clima stanno compiendo passi analoghi per far sentire la propria voce. L’organizzazione canadese Alliance of Concerned Jewish Canadians è nata per promuovere «una voce pubblica ebraica alternativa» sulle politiche di Israele. Lo scorso luglio Concerned South African Jews si è rivolta a «tutti coloro che condividono il nostro impegno per un’umanità comune» per chiedere che Israele fermasse i bombardamenti in Libano. Negli ultimi anni sono proliferati i gruppi ebraici che si sono espressi contro le violazioni dei diritti umani da parte di Israele, anche negli Stati uniti, ma soprattutto nello stesso Stato di Israele.
Non intendiamo proporci come alternativa al Board of Deputies o ad altri organismi, ma sottoponiamo a critica il concetto corrente di «comunità ebraica» come soggetto collettivo di cui il Board rappresenterebbe la voce secolare, e il rabbino capo la voce religiosa. Sebbene oggi venga preso a modello da altre minoranze, questo sistema è nato in un’altra epoca. Esso dipinge «la comunità ebraica» come un unico blocco che, per quanto complesso al suo interno, presenterebbe al mondo esterno un fronte compatto per mezzo dei suoi ambasciatori.
C’è una certa affinità tra la nostra iniziativa e la rete New Generation Network, lanciata sul Guardian lo scorso novembre, in cui un gruppo eterogeneo di cittadini britannici ha messo in discussione l’idea che la torta della società britannica (o quella porzione costituita dalle «minoranze») possa essere suddivisa in fette ben distinte dal punto di vista etnico o religioso: «comunità» separate con «leader» autorevoli. Per molti di noi quel modello è limitante.
Tra l’altro, esso incoraggia a fare in modo che il dissenso resti «in famiglia». Per gli ebrei questo atteggiamento è particolarmente soffocante se l’oggetto è il sionismo o Israele. Alcune persone, condannando giustamente la demonizzazione dello Stato ebraico, non esitano a demonizzare quegli ebrei che, esprimendo pubblicamente le loro idee su questi argomenti, attraversano la linea invisibile dell’accettabilità. Noi respingiamo qualsiasi tentativo di sopprimere il legittimo dibattito pubblico e deploriamo la cultura del vilipendio.
L’etichetta di «traditore» o di «ebreo che odia se stesso» è particolarmente perniciosa. Se ci sentiamo obbligati a protestare contro le ingiustizie subite dai palestinesi, ciò è anche per quello che ci insegna la nostra storia: l’esperienza ebraica della marginalizzazione e della persecuzione. Quando sentono parlare la lingua dei diritti umani, molti di noi (religiosi e no) riconoscono la voce di quei profeti, rabbini, scrittori e attivisti ebrei, e di altre figure succedutesi nel corso dei secoli, per i quali il giudaismo non significa niente se non significa giustizia sociale.
Così, quando esprimiamo il nostro dissenso verso l’occupazione da parte di Israele d
ella Cisgiordania e di Gaza, o verso i bombardamenti in Libano, o verso la discriminazione dei palestinesi all’interno dello stesso Stato di Israele, non stiamo contraddicendo la nostra identità ebraica. Al contrario, ci stiamo rifacendo ad essa.
Alcuni di noi, ricordando che sono passati quasi 40 anni dall’inizio dell’occupazione israeliana, sentono risuonare qualcosa: è lo stesso lasso di tempo che gli ebrei trascorsero nel deserto. Verso la fine, Mosè li esorta: «Giustizia, giustizia tu cercherai» (Deuteronomio 16:20). Questa indicazione è valida per tutta l’umanità, specialmente quando cerchiamo di trovare la strada per costruire un futuro migliore.

* Brian Klug è senior reserch fellow & tutor in philisophy a St.Benet’s Hall di Oxford e membro della Facoltà di filosofia alla Oxford University.

Traduzione Marina Impallomeni

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