Viaggio tra i campi profughi palestinesi nel Libano: cittadini di serie zero (2ª parte)

Di Angela Lano, da Beirut.

Proseguiamo il nostro
viaggio tra i campi profughi palestinesi nel Libano.
Il campo di Burj el-Barajneh è un luogo inquietante: una gabbia di un kmq per 25 mila esseri umani che vivono sotto un vasto reticolato di fili elettrici e tubi per l’acqua pericolosamente intrecciati sopra le loro teste.

Le associazioni caritatevoli. Visitiamo la “Al Ghawth – Humanitarian Relief for development society”, che si occupa del sostegno agli orfani, di adozioni a distanza, assistenza medico – sanitaria attraverso diversi ambulatori e centri per disabili, e di formazione professionale. Al campo di Nahr el-Bared fornisce acqua, pacchi viveri e altri aiuti economici, mentre nella valle della Bekaa, dove d’inverno il termometro scende considerevolmente, garantiscono alle famiglie 40 litri di gasolio da riscaldamento.

Parallelamente all’erogazione dei tanti servizi che il governo libanese e l’Olp non garantiscono, il centro ha promosso un progetto di micro-credito per sviluppare piccole attività commerciali, in modo da rendere la gente più autonoma e meno dipendente dall’assistenzialismo.

La scuola materna. I nostri ospiti ci portano nell’asilo da loro gestito: sono diverse classi di bambini in età tra i tre e i cinque anni. I piccoli ci accolgono sorridenti, intonando teneri cori di benvenuto.

Proseguiamo il nostro giro per i vicoli del campo, attraversando vere e proprie foreste di cavi e tubi, che ogni mese, ci spiegano gli abitanti, provocano la morte per folgorazione di ragazzini e adulti.

Fango, immondizia e l’assenza di una qualsiasi forma di raccolta dei rifiuti contribuiscono a creare un clima insalubre in tutta l’area. 

Entriamo nella sede del Comitato popolare: è un’istituzione attiva in tutti i campi profughi e rappresenta tutte le forze politiche palestinesi. Essa ha lo scopo di tutelare la sicurezza, arrestando i criminali e consegnandoli alla polizia libanese, e di mediare i conflitti interni.

“I nostri diritti civili e di proprietà non esistono – ci spiega uno dei responsabili -. Non possiamo comprare immobili e la costruzione delle abitazioni si sviluppa in verticale, con finestre che si specchiano in altre, negando ogni privacy e creando tensioni tra vicini di casa. Non abbiamo il permesso neanche di allacciare la corrente e l’acqua, ed è per questo che ci sono ragnatele di fili dovunque. La quantità di kilowatt concessa dal governo libanese è rimasta invariata rispetto a decenni fa, quando l’area era meno popolata. Ogni 48 ore le famiglie hanno diritto a mezz’ora per riempire serbatoi da 200 litri. Questo avviene in condizioni normali, ma quando manca la corrente per le pompe, si rimane a secco. Inoltre, l’acqua contiene il 60% di sale e per essere bevuta necessita di filtri, che non sono forniti dalle autorità libanesi, ma devono essere comprati da privati. Pochi, dunque, possono permetterseli.

Discriminazione professionale “Noi palestinesi siamo autorizzati dallo stato libanese a svolgere soltanto alcune professioni, prevalentemente umili. Ben 72 ci sono proibite – tra cui quelle del medico, ingegnere, architetto… La maggior parte di lavora nei campi, occupandosi di piccole attività di commercio, o come manovale, in nero e mal pagato. Non ci sono contributi previdenziali e assicurativi. 

“Per ciò che riguarda l’educazione scolastica, l’Unrwa garantisce le elementari, le medie e le superiori. Le aule sono poche e sovraffollate, e spesso il livello di preparazione non è adeguato. Qui a Beirut ci sono 65 mila studenti e una sola scuola superiore.

“L’università è a pagamento e chi non ottiene le borse di studio, non può accedervi: su 500 che passano l’esame di maturità, soltanto 100 trovano posto. La maggioranza è costretta ad abbandonare gli studi.

“Prima del 1982 (l’invasione israeliana del Libano, ndr), il 90% dei palestinesi si iscriveva all’università. Dall’83 in poi, a causa delle continue e prolungate chiusure delle scuole, sono iniziati i problemi, e la mancanza delle rimesse dall’estero, soprattutto dai Paesi del Golfo, dopo il 1990 (prima guerra del Golfo, ndr), ha notevolmente impoverito i profughi.

Per tutti noi questa è una vita piena di rinunce. Una vita durissima”.

La sanità. Lasciamo l'associazione umanitaria e dopo poco entriamo nell'ospedale “Haifa”, uno dei cinque istituiti nei campi profughi in Libano. E' una struttura della Mezzaluna Rossa palestinese, appartenente all'Olp e finanziata dall'Unione Europea, con 42 posti letto destinati a circa 50 mila palestinesi.

Patologie più diffuse. Il direttore dell'ospedale ci spiega che i bambini soffrono di problemi gastro-intestinali causati dall'alta concentrazione di sale nell'acqua, di allergie e malattie polmonari provocate dall'umidità e dall'aria malsana. Molto alta è la percentuale di persone affetti da diabete da eccesso di zuccheri.

Molto diffusi sono anche lo stress e problemi psicologici dovuti alla drammatica condizione in cui le persone del campo sono costrette a vivere.

Per gravi malattie tipo il cancro, l'ospedale Haifa garantisce solo la diagnostica e non le cure, e ai pazienti che non possono permettersi di andare in un ospedale libanese, a pagamento, non restano molte possibilità di sopravvivenza.

(segue…)

 

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