Vicenza: l’Italia dice no alle guerre e alle basi militari.

Ieri ho preso parte alla manifestazione di Vicenza.

E’ stata una giornata bellissima, pacifica, nazionale. Un popolo variegato – bambini, scout, famiglie, anziani, gruppi, formazioni sindacali e di partito, gente comune apartitica o di vari schieramenti politici, attori, intellettuali, religiosi, e qualche sostenitore della Palestina, centri sociali, ecc. – ha sfilato per i sei chilometri che ruotano intorno al centro storico dell’affascinante Vicenza, città d’arte palladiana.

Non era un corteo "anti-americano", come destra e centro-sinistra l’hanno voluto descrivere dalle pagine di quotidiani nazionali, non avendo obiettivamente modo di screditarlo sotto altre vesti.

Era a favore di una "democrazia partecipativa" dove i cittadini possano decidere del proprio futuro. Era contro l’utilizzo di capitali in investimenti di morte. Era contro le decisioni prese "sulla testa della gente". Era contro le guerre dell’amministrazione Usa e appoggiate, supportate dalle basi militari americane che da sessant’anni invadono, occupano, deturpano e mettono in grave pericolo (sanitario, come prima cosa) il nostro suolo sovrano.

Non c’era alcun odio verso la popolazione degli Stati Uniti: una bella delegazione di "cittadini statunitensi contro la guerra e le basi americane" ha sfilato con noi e ha parlato sul palco incoraggiando gli italiani ad andare avanti in questa lotta giusta e pacifica contro la politica militarista e aggressiva del loro Paese. "Non siete anti-americani – ha dichiarato dal palco una signora statunitense – voi siete per il popolo americano che ha sfiduciato l’amministrazione guerrafondaia di Bush e che vuole il ritiro dall’Iraq, dall’Afghanistan e dagli altri fronti". Scrosci di applausi hanno seguito il suo intervento e altri simili.

Il premio Nobel Dario Fo ci ha raccontato delle tante basi militari statunitensi che occupano il nostro territorio, usano i nostri soldi (i governi italiani partecipano al mantenimento di tali costosissime strutture di morte) e ci rendono servi e non sovrani (per gli approfondimenti su questo argomento, riporto gli articoli apparsi ieri, sabato, sul Manifesto).

E’ stata davvero un’entusiasmante giornata di orgoglio pacifista e nazionale, che ha detto basta allo spreco di denaro pubblico destinato alle guerre (era presente anche una delegazione di Cameri, Novara, dove dovranno essere assemblati micidiali aerei militari statunitensi "Fighter Distructor", acquistati dal nostro governo per una cifra stratosferica), alle servitù militari che ci rendono territorio e popolo non sovrano ma soggiogato, ai conflitti per l’esportazione della "democrazia" (menzogna a cui solo più gli stolti e quelli in malafede riescono ancora a credere).

Una manifestazione che ha evidenziato un desiderio profondo di "cambiamento", di "partecipazione alle decisioni politiche", di "democrazia reale". Insomma, una ventata d’aria fresca e di speranza in un’Italia asfissiata da partiti e poteri forti che ambiscono solo al proprio tornaconto e a quello del proprio gruppo o famiglia.

Uno spaccato di Italia sana, nuova e coraggiosa. Davvero incoraggiante.

Angela Lano

Da www.ilmanifesto.it del 17 febbraio.

«Sotto il Vesuvio, il nucleare»
La Campania succursale degli Usa. Gli impianti militari, i costi e i pericoli in un dossier della Rete Lilliput. Zanotelli: anche per questo oggi in piazza

Francesca Pilla
Napoli
Napoli come Vicenza e Napoli è con Vicenza. Un allarme lanciato da padre Alex Zanotelli e dagli attivisti della Rete Lilliput per spiegare, con un libretto autoprodotto, alla cittadinanza quello che tutti sanno, ma che in pochi hanno il coraggio di denunciare: la città di Napoli è il quartier generale di tutte le operazioni militari Usa via mare in Europa, Asia, Africa. Da qui controlla 89 paesi, da Capo Nord a Capo di Buona Speranza e a est fino al Mar Nero. «Vicenza ha finalmente rotto il cliché leghista del nordest – dice Zanotelli – con il suo rifiuto coraggioso all’ampliamento della base militare, ma Napoli, dopo lo smantellamento della Maddalena, è già il comando supremo navale degli Stati Uniti e nessuno ha il coraggio di fiatare». Per questo oggi a Vicenza il padre comboniano sfilerà con le centinaia di pacifisti in trasferta dalla Campania con una t-shirt «Napoli come Vicenza». Per questo si è impegnato in prima persona, con l’aiuto di associazioni, studenti e del comitato civico Smilitarizziamo la Campania, a presentare un fascicoletto che scotta.
Cinquantacinque pagine dove sono elencate le basi, i costi e i pericoli delle installazioni militari Nato e Usa in Campania: Ischia e Licola (antenne di telecomunicazioni, Usa), Lago Patria (Comando Statcom), Capodichino (base Us Navy – Comando Us naval forces Europe), Camaldoli (due radio della marina Usa), Bagnoli (Comando Nrf), Nisida (Allied marittime component command Naples), Agnano (Us naval support activity), Carinaro (base Nato di Caserta), Grazzanise (aeronautica Usa) Mondragone (centro di comando Usa e Nato, nonché sotterraneo antiatomico dove sarebbero spostati i comandi in caso di guerra), Montevergine (stazioni di comunicazione Usa nell’avellinese).
Un capitolo a sé riguarda le servitù militari del porto civile di Napoli, da cui passano tutte le navi impiegate nelle operazioni militari, sottomarini nucleari, portaerei, natanti da guerra. Proprio da questo Golfo lo scorso ottobre è partita la Eisenhower, una delle portaerei più grandi della marina statunitense che attualmente, nel Golfo Persico, avrebbe il compito di puntare sull’Iran. Ma a destare maggiori preoccupazioni sono i sommergibili che sostano periodicamente nel porto, possono misurare 110 metri, pesare 7 mila tonnellate e sono dotati di reattori nucleari simili a quelli delle centrali, solo che non hanno a disposizione le pesanti schermature di cemento e calcestruzzo e non sono dotate delle stesse misure di sicurezza di quest’ultime. Ultimo incidente in ordine di tempo quello nella base della Maddalena, venuto alla luce grazie alle rilevazioni di un istituto indipendente corso e a un’inchiesta del manifesto. «Nei porti civili Usa – continua la Romano – secondo una legge del 2001 non possono attraccare, da noi vanno e vengono come voglio. Cosa succederebbe in caso di esplosione?». Secondo una legge del 1995, adeguata alle norme comunitarie, per la città dovrebbe essere già pronto un Ppe (piano di emergenza ed evacuazione), ma i prefetti che si sono succeduti negli anni non hanno mai voluto fornire i termini e i documenti relativi. «La "gestione" del porto – spiega Sandro Fucito, consigliere comunale del Prc – è sottoposta agli accordi bilaterali del ’54, in parte ancora secretati e in cui ritengo siano previsti anche i transiti nucleari. In realtà io temo che un piano di emergenza non esista, anche perché sarebbe impossibile evacuare una metropoli come Napoli in breve tempo così come richiederebbe un incidente nucleare. Non sappiamo, inoltre, nulla della giurisdizione statunitense sul sottosuolo». E Angelica Romano aggiunge: «L’eruzione del Vesuvio sarebbe un petardo in confronto a un’esplosione nucleare nel porto. E’ assurdo per un paese che ha rifiutato con un referendum le centrali». Martedì Giuseppe De Cristofaro, deputato del Prc, presenterà in parlamento un’interrogazione urgente al ministro della difesa e a quello dell’interno.
Un ampio capitolo del libretto «Allarme Napoli» è, infatti, dedicato all’industria della guerra: in Campania ci sono 18 fabbriche che producono materiale bellico. Tra queste, oltre alle più note Alenia Aeronautica (che progetta e realizza, da sola o in collaborazione l’Eurofighter/Typhoon, l’Amx, il Tornado e lo Sky-X primo velivolo senza pilota) e l’Agusta Westland (elicotteri militari) a Bacoli c’è la Mbda, definita da Le Monde il primo fabbricante al mondo di missili. «In Campania siamo talmente competenti nel produrre armi – spiega ancora Angelica Romano – che abbiamo una collaborazione diretta tra l’Università Federico II e la Dema, impegnata nella progettazione e nella ricerca bellica. I migliori ingegneri sono selezionati e offerti direttamente dai professori all’impresa. Nel 2005 le esportazioni di armi in Italia sono aumentate del 72% e il nostro primo cliente è Israele». «Domani (oggi, ndr) a Vicenza andremo per dire no anche a tutto questo», conclude Zanotelli, «gireremo per la città molto spontaneamente e in maniera tranquilla». E i lillipuziani precisano: «Non siamo antiamericani, ma siamo contro la politica di guerra del governo Usa».

La base Italia, da Vicenza a Sigonella
Il ruolo chiave per gli States delle postazioni militari nel nostro paese. Un filo nero che collega Aviano a Ederle e Camp Darby. E a Napoli è stato spostato il comando delle forze navali Nato

Manlio Dinucci
Il progettato raddoppio della base Usa di Vicenza rientra in un quadro che va ben al di là dell’ambito locale: il Pentagono sta infatti ridislocando truppe e basi dall’Europa centrale e settentrionale a quella meridionale e orientale, per proiettare più rapidamente ed efficacemente le proprie forze sia in Medio Oriente e Africa, che in Asia centrale. In questo riorientamento strategico, i comandi e le basi Usa in Italia svolgono un ruolo chiave. Ciò comporta il potenziamento dell’intero sistema militare statunitense nel nostro paese.
La 173a brigata aviotrasportata, di stanza a Vicenza, è stata trasformata in una «unità modulare»: la Squadra di combattimento, formata attualmente da sei battaglioni, cui in futuro se ne aggiungeranno altri. Essa è infatti «l’unica unità aviotrasportata e forza di risposta rapida» del Comando europeo degli Stati uniti, la cui missione è «promuovere gli interessi statunitensi in Europa, Africa e Medio Oriente», in un’area di 55 milioni di km2, comprendente 90 paesi. La Squadra di combattimento, acquartierata a Vicenza, è una delle maggiori unità che effettuano la rotazione di truppe in Iraq e Afghanistan. Contemporaneamente, inviando truppe anche nelle basi Usa in Romania e Bulgaria, partecipa ai preparativi di guerra contro l’Iran.
Il comando Setaf da cui dipende la Squadra di combattimento, il cui quartier generale è anch’esso a Vicenza, è stato trasformato da comando di appoggio logistico in comando di teatro, con il compito di ricevere e preparare al combattimento le forze che arrivano da basi esterne per essere proiettate dal territorio italiano nei vari teatri bellici. Gli armamenti di cui hanno bisogno sono già «preposizionati» in Italia. Ad Aviano vi sono quelli delle forze aeree, comprese almeno 50 bombe nucleari tattiche B-61 con una potenza, ciascuna, equivalente a 13 bombe di Hiroshima. Sono tenute in speciali hangar insieme ai caccia F-15 e F-16 pronti per l’attacco nucleare. A Ghedi (Brescia) ve ne sono almeno altre 40, il cui uso è consentito (naturalmente sotto comando Usa) anche all’aeronautica italiana, violando così il Trattato di non proliferazione nucleare. A Camp Darby, tra Pisa e Livorno, si trova un’enorme quantità di armamenti per le forze terrestri: è l’unico sito dell’esercito Usa in cui il materiale preposizionato (carri armati M1, Bradleys, Humvees, etc.) è collocato insieme alle munizioni, comprese quelle a uranio impoverito e al fosforo usate in Iraq. A Sigonella (Catania), presso la base aeronavale statunitense, si trova il Fleet and industrial supply center (Fisc), uno dei due soli centri di rifornimento della marina fuori dal territorio statunitense. Non è escluso che anche a Camp Darby e a Sigonella vi siano armi nucleari.
A Napoli si trova il quartier generale delle forze navali Usa in Europa (che prima era a Londra), comandato da un ammiraglio il quale allo stesso tempo è a capo del Joint Force Command della Nato, situato anch’esso a Napoli. Da esso dipende la Sesta flotta dislocata a Gaeta, cui si è appena unito un gruppo navale da attacco composto di 7 navi da guerra, con a bordo 6mila marines, guidato dalla nave da assalto anfibio Uss Bataan. Il 30 gennaio, il gruppo navale da attacco ha attraversato il canale di Suez per condurre «operazioni di sicurezza marittima» nel Golfo e nell’Oceano Indiano, restando però collegato al comando Usa di Napoli e alle basi in Italia, soprattutto Sigonella.
Oltre che delle basi statunitensi, il Pentagono dispone in Italia di quelle della Nato, la cui catena di comando fa capo al Pentagono: «Comandante supremo alleato in Europa» è infatti, per una sorta di diritto ereditario, sempre un generale Usa nominato dal presidente degli Stati uniti. Vi sono, inoltre, in territorio italiano strutture militari statunitensi segrete, come il centro di comando e spionaggio del Pentagono C4I (comando, controllo, comunicazioni, computer e intelligence), l’unico nell’area mediterranea, che collega la base di Taranto al Centro della marina Usa per la «interoperabilità dei sistemi tattici» situato a San Diego in California. Così l’Italia, secondo il presidente del consiglio Romano Prodi, effettua «un percorso verso la pace, un percorso per spegnere, uno ad uno, i troppi focolai di guerra che negli ultimi anni sono andati moltiplicandosi».

Gli studenti dell’Uds
«Nuova partenza per il movimento pacifista»
L’Unione degli studenti ha annunciato la sua partecipazione alla manifestazione di oggi contro l’ampliamento della base Usa. «Noi, studentesse e studenti – annuncia una nota dell’Uds – da tutta Italia, raggiungeremo Vicenza domani per esprimere la nostra solidarietà alla comunità locale vicentina. Crediamo che la manifestazione a Vicenza renda evidente un grave scollamento tra il governo e la società civile, una crisi che riguarda la nostra democrazia». «Siamo anche convinti – aggiungono gli studenti – che il 17 febbraio rappresenti una nuova tappa del movimento per la pace, contro tutte le guerre. Pretendiamo che Vicenza e l’Italia, quanto l’Europa intera, siano cantieri permanenti di pace e non di guerra. Non solo chiediamo che il governo riveda la scelta di tener fede all’ampliamento della base, ma chiediamo che siano riviste le concessioni per le basi militari americane». «La base militare di Vicenza – concludono – è una di quelle famose zone no-limits in cui vorremmo che non si insegnasse a combattere ma ad amare. Violeremo i recinti della guerra per costruire scuole e università di pace».

Da assembleapermanente@notav.info

VICENZA PARLA SOLO LA PACE

Dopo una settimana caricata di tensione fino all’inverosimile è arrivato finalmente il momento della grande manifestazione di Vicenza.

di 

Marco Cedolin

 

 

Proprio a Vicenza è accaduto qualcosa di profondamente nuovo, qualcosa in grado di sovvertire il condizionamento imposto dalla cattiva informazione.

I cittadini italiani hanno smesso di credere alle menzogne propinate inopinatamente dagli uomini politici e dai giornalisti, scegliendo di riappropriarsi della realtà.

La grottesca farsa incentrata sull’improbabile “rinascita” del terrorismo brigatista e la conseguente campagna mediatica mirante a criminalizzare ogni movimento antagonista hanno fatto da prologo ad un intenso lavorio finalizzato a dissuadere dalla partecipazione alla manifestazione di Vicenza buona parte di coloro che contestavano la creazione della nuova base militare americana Dal Molin.

Rutelli, Amato, il sindaco vicentino Hüllweck e molti altri rappresentanti del mondo politico tanto di governo quanto di opposizione, coadiuvati da pennivendoli e opinionisti di ogni risma e colore, hanno fatto a gara nel corso della settimana nel vaticinare ogni genere di sventura ed accadimento luttuoso.

Hanno pronosticato improbabili quanto fantasiose colleganze fra i manifestanti pacifisti e le frange di un terrorismo solo immaginato.

Hanno affermato di ritenere probabile il ricorso alla violenza da parte di chi aveva deciso di recarsi a Vicenza per contestare pacificamente una base di guerra.

Hanno diffuso l’immagine di una città in stato di assedio, presidiata da migliaia di poliziotti, con i tombini saldati, i cestini della spazzatura rimossi, gli abitanti in fuga, nel palese tentativo di riproporre nell’immaginario collettivo l’incubo della tragedia del G8 di Genova.

Hanno riempito teleschermi e pagine di giornali con deliri isterici privi di senso, producendosi in un vero e proprio esercizio di terrorismo psicologico.

Ma gli italiani, ed è questa la novità, non li hanno tenuti nella minima considerazione.

I Vicentini anziché fuggire, come era stato loro suggerito, hanno preferito scendere in piazza a manifestare, trascinando con il loro entusiasmo tutti i manifestanti che nonostante gli squallidi appelli a “stare a casa” sono accorsi ancora più numerosi del previsto da ogni angolo d’Italia.

Vicenza si è svegliata con i tombini sigillati ma le strade ripiene di una moltitudine pacifica e colorata e si è così riscoperta città che rifiuta non solo la guerra ma anche le strumentalizzazioni.

Almeno 150.000 persone hanno sfilato come un fiume senza fine e lo hanno fatto fianco a fianco, i giovani dei centri sociali e le mamme con i passeggini, i NO TAV della Valle di Susa che hanno raccolto il commosso applauso dei cittadini di Vicenza, gli anziani, i ragazzi delle scuole e soprattutto i vicentini di ogni età e di ogni ceto sociale.

A Vicenza tutti, ma proprio tutti, hanno voltato le spalle alle cassandre, ribadendo il diritto sacrosanto di ciascuno a decidere del proprio futuro.

A Vicenza si è costruito un momento di pace mentre la classe politica inneggiava alla guerra, facendo perdere a questo modo di fare politica ogni residua credibilità.

Vicenza si è imposta oggi come “una storia nuova” che potrà insegnare molto a qualunque governo intenda rapportarsi in maniera diversa ed orizzontale con i propri cittadini.

Purtroppo Romano Prodi dall’alto del suo scranno si è affrettato a precisare che la lezione subita non modificherà le sue decisioni, dimostrando in questo modo quanto sia difficile imparare quando ci si rivela incapaci di leggere la realtà.

 

 

 

 

 

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