Voci dalla Palestina occupata.

 

voci dalla Palestina occupata

BoccheScucite

quindicinale di controinformazione – n. 8 – 15 maggio 2006

 

Libertà (di stampa), libertà per un popolo stremato dall’occupazione

Intervista a Mahamoud Darwish, 3 maggio 2006
“Nei paesi arabi in generale si soffre la mancanza di libertà di stampa, mentre per noi palestinesi il primo problema resta l’occupazione israeliana”: lo dice alla MISNA Mahmoud Darwish, 65 anni, considerato una delle voci palestinesi più limpide nella battaglia per la libertà di espressione e per la lotta del suo popolo. Poeta, scrittore e giornalista, Darwish – in occasione della Giornata internazionale per la liberta di stampa del 3 maggio – prova a mettere in chiaro che cosa rappresenti oggi questo valore: “È qualcosa di sacro, che ciascun intellettuale dovrebbe adoperarsi per difendere. Anzi, non solo gli intellettuali ma tutti i cittadini”. Libertà di manifestare il proprio pensiero, a qualsiasi costo. Darwish, per il patriottismo delle sue poesie, venne imprigionato cinque volte nelle carceri israeliane tra il 1961 e il 1967, e poi ancor ripetutamente incarcerato. “Da giovane finii dietro le sbarre non solo per le poesie ma anche per alcuni articoli. Adesso mi sento libero di potermi esprimere”, quasi sembra minimizzare Darwish, al telefono con la MISNA da Amman. “Ora però vivo in Palestina” precisa. Vi ha fatto ritorno nel 1996 dopo oltre 26 anni di esilio, trascorsi tra Mosca e il Cairo, Beirut e Parigi. Responsabile del centro di ricerca palestinese, direttore dell’Associazione degli scrittori e giornalisti palestinesi, componente dell’esecutive dell’Olp (l’Organizzazione per la liberazione della Palestina fondata da Yasser Arafat), oggi non ritiene che nello scenario israelo-palestinese via siano limitazioni alla libera espressione o alla stampa: “Non è questa che ci viene negata. Soffriamo invece per la mancanza di libertà in senso ampio” scandisce lento. “La possibilità di potersi esprimere liberamente è un diritto inalienabile che appartiene a ciascun individuo e a ogni uomo” dice ancora Darwish alla MISNA. E aggiunge: “Non possiamo non impegnarci contro chi limita le possibilità di libera espressione. Nei paesi arabi purtroppo questo diritto viene violato in modo abbastanza sistematico”. Una battaglia ancora difficile da vincere. Darwish, a suo modo, ha individuato gli strumenti per affrontarla: “La poesia – ha scritto – è fragile. È questo che la rende potente. Se tentasse di affrontare i carri armati, sarebbe schiacciata. La poesia ha la fragilità dell’erba. L’erba sembra così vulnerabile, ma basta un po’ d’acqua e un raggio di sole perché essa spunti di nuovo”.
 

PER QUESTO NUMERO DI BOCCHESCUCITE avevamo già raccolto le ultime, angoscianti testimonianze di queste settimane dai Territori Occupati. Stavamo già sistemando il ‘solito’ ‘materiale’ per un nuovo numero di BoccheScucite, purtroppo ancora drammaticamente misurato sul "disastro umanitario" in atto per il blocco degli aiuti internazionali, sulle continue vessazioni dell’esercito, sulla tensione sempre più alta… Ma poi, nell’occasione della Giornata internazionale per la libertà di stampa, abbiamo letto questa testimonianza di uno dei più grandi poeti palestinesi, MAHAMOUD DARWISH. Ecco, allora che per questo numero 8 abbiamo ‘cambiato registro’: Abbiamo provato a raccogliere qualcuno di questi fili d’erba di cui parla Darwish, esili, fragili, ma pronti a rigenerarsi ad ogni acquazzone. Ci piace pensare che nel ‘campo’ della poesia parole e pensieri israeliani e palestinesi possano intrecciarsi indissolubilmente, dando origine ad una pianta nuova e strabiliante.
Le parole anelanti alla pace nella giustizia hanno patria nella pace e nella giustizia.
Ecco voci forti e sussurrate, struggenti e arrabbiate.
Voci di poeti stanchi di soffrire e di veder soffrire.
Nella convinzione che, scritte sulla sabbia o tramandate a fior di labbra,
queste parole si radicheranno nella mente di tanti… per fiorire all’improvviso.
 
 
Inciderò il numero di ogni particella
Della nostra terra rubata
E i confini del mio villaggio
E le sue case polverizzate
E i miei alberi sradicati
E ogni fiore di campo schiacciato
Per non dimenticare.
Continuerò ad incidere
Tutte le stagioni della mia tragedia
Tutte le tappe della catastrofe
Dal chicco
Alla cupola
Sul tronco di un ulivo
Nel cortile di casa.
 
(Tawfiq Zayyad, poeta palestinese)
 
 
La mia patria? Io mi sento come un profugo
In un paese straniero.
Voi sognate il ritorno
E vivete di questo sogno.
Ma io
Dove ritorno?
 
(Emil Habibi, poeta arabo-israeliano, in “La sestina dei sei giorni”)
 
 
 
Il mio cuore
 
Le mie labbra bisbigliano: Palestina! Non morire su di me!
Il mio cuore è con le siringhe nelle tue mani, Moustafa Barghouti!
È alla Muqata, con il corpo al margine della strada che il soccorso non potè raggiungere
Con la matita sul tuo tavolo, Mahmoud Darwish.
Con i serbatoi vuoti di ossigeno all’ospedale di Nablus.
Maha Abu Shareef, i soldati che hanno invaso la tua casa
Hanno pisciato anche sui muri del mio cuore.
E ora, per le ruote di un’ambulanza della Mezzaluna Rossa, quel cuore è diventato
Uno sgabello per i piedi,
anche per te, Manaal Sufyaan, ad Ayn Masbach,
che giaci in una pozza di sangue, colpito da criminali all’ingresso di casa.
Il nostro paese, una nuova nascita è in corso a Betlemme,
la placenta sanguinosa sarà gettata in un secchio, e dall’utero
una creatura nata dall’amore delle nostre genti irromperà nell’azzurro.
Ascolta, il suo cuore batte nel mio.
Sono un ebreo di Palestina.
 
 
Guerra
 
Ho dichia
rato anch’io guerra:
voi dovrete deviare parte della forza
spiegata per ripulire dagli arabi,
caccciarli dalle loro case,
espropriarli della loro terra,
contro di me la dovrete usare.
Avete carri armati, aeroplani
E soldati a battaglioni;
il corno dei caproni avete nelle vostre mani
per eccitare le masse;
avete uomini per interrogare e torturare;
per imprigionare avete celle.
Per dare rifugio ad un bimbo arabo
Non ho che questo cuore, io.
Prendete la mira:
anche se esplode in pezzi
sempre
sempre si farà beffe di voi.
 
(Aharon Shabtai, poeta israeliano, in “Frammenti”)
 
 
Passaporto
 
Non mi hanno riconosciuto nelle ombre che
Risucchiano via il colore dal mio passaporto
E la mia ferita era per loro una mostra
Per un turista amante di foto.
Non mi hanno riconosciuto.
Non lasciare le mie mani senza sole,
perché gli alberi mi conoscono
tutte le canzoni della pioggia mi riconoscono,
non lasciarmi come pallida luna!
Tutti gli uccelli che hanno seguito la mia mano
Sulla porta del lontano aeroporto,
tutti i campi di grano,
tutte le prigioni…
tutte le tombe bianche,
tutte le frontiere…
tutti i fazzoletti sventolati,
tutti gli occhi erano con me
ma loro li hanno cancellati dal passaporto!
Privato del nome, dell’identità
Sulla terra impastata con le mie mani?
Oggi Giobbe ha gridato riempiendo il cielo:
non fare che io sia di nuovo da esempio!
O miei signori, oh profeti
Non chiedete agli alberi il loro nome
Non chiedete alle valli di chi sono figlie.
Dalla mia fronte sgorgò la spada della luce
E dalla mia mano l’acqua del fiume;
tutti i cuori della gente… sono la mia identità.
Allora ritiratemi questo passaporto!
 
(Mahmud Darwish, poeta palestinese)
 
 
 

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