Volete giudicare? Allora venite a Ramallah.

MALATEMPORA

L’Unità, sabato 9 settembre 2006

 

 

 

MONI OVADIA

 

 

Volete giudicare?

Allora venite a Ramallah

 

 

Guido Barbieri, Oscar Pizzo ed io il 4 settembre siamo partiti con destinazione Ramallah, per avviare il progetto di un’opera di teatro musicale ispirata ad una storia palestinese. L’atterraggio all’aeroporto David Ben Gurion di Tel Aviv per me è stato uno shock. L’ultima volta che ero stato in Israele,era il 2000, l’aerostazione appariva come quelle nostre di una media città del sud nei primi anni sessanta;a distanza di soli sei anni, come se il tempo fosse imploso, mi sono trovato di colpo nell’ipermodernità di un aeroporto da capitale orientale. Allora l’emozione che provavo era quella della familiarità, Israele era governata da Barak, e Arafat era ancora vivo. Molti si crogiolavano nella falsa promessa di una pace a buon mercato. Questa volta guardo l’edificio con ammirazione architettonica ma con un senso di indifferenza, al momento di ripartire per l’Italia andrà meglio.

Il viaggio in macchina verso Ramallah per noi scorre senza soste forzate al checkpoint, siamo fortunati. All’arrivo a Ramallah, appena il tempo di appoggiare i bagagli e ci rechiamo al nostro primo incontro con la gente di Al Kamandjati. Al Kamandjati è una scuola di musica per bambini. Non è una di quelle scuole o conservatori privati per ricchi o privilegiati, ma per i bambini normali, che in Palestina significa poveri. II suo fondatore è Ramzi, un violista di grande talento che suona nelle grandi orchestre dell’Occidente. La storia di Ramzi è il fil rouge del nostro progetto e per sommi capi questa è la sua storia: Ramzi vede morire, ucciso dall’esercito israeliano il suo compagno di giochi, sconvolto, per istinto afferra una pietra e la scaglia contro un tank di Tsahal. Un fotografo presente riprende il gesto,quella foto farà il giro del mondo,sarà il simbolo della prima Intifada,la rivolta delle pietre contro i carrarmati, le mitragliatrici e gli elicotteri. Ramzi bambino non saprà mai di essere un’icona, lo scoprirà da adulto. La sorte e il talento tracceranno per lui un altro cammino grazie ad uno zio violinista e ad un’insegnante di violino francese che ne coglierà l’estro musicale, gli darà la possibilità di studiare in Francia e farà di lui un musicista di prim’ordine. Ma Ramzi non può dimenticare la sua gente e così nasce Al Kamandjati.

I maestri di musica di Al Kamandjati portano l’insegnamento anche nei campi profughi e il giorno seguente al nostro arrivo li seguiamo a Qalandiya, un campo a ridosso di Ramallah. La nostra guida è Nicola Perugini un giovane antropologo italiano che collabora con la scuola e parla bene l’arabo. Prima di entrare nel campo andiamo a guardare il muro che è a poche decine di metri da lì. Questo è il mio commento: chiunque voglia parlare della questione israelo-palestinese venga qui a dare un’occhiata, e questo è anche quello che ho da dire del campo profughi.

Per raccontare la storia di Ramzi nella trama di altre storie palestinesi ci affidiamo allo sguardo di una testimone, Amira Hass; del resto i suoi scritti pubblicati in Italia da Internazionale, uno dei più importanti osservatori di stampa del nostro paese, sono all’origine del progetto ideato da Guido Barbieri e Oscar Pizzo. Amira Hass è una scrittrice e giornalista di altissima caratura ed è un essere umano di grande statura morale. E nata in Israele da genitori sopravvissuti alla Shoà. Da oltre dieci anni vive nei territori occupati, prima a Gaza oggi a Ramallah. La sua visione è adamantina, mai ideologica, racconta il dramma palestinese attraverso storie e fatti. Amira non fa sconti a nessuno, non è diplomatica perché non ha bisogno di esserlo in quanto parla di ciò che vede e vive: «il muro è osceno e perverso e l’occupazione e la colonizzazione espropriano i palestinesi della loro identità, delle tradizioni, delle topografie esistenziali, del futuro». Per la nostra ultima sera Amira ci regala un «occupation tour» condito di spunti umoristici e sarcastici e ci mostra il delirio del tracciato del muro che spunta da ogni parte per rendere la vita dei palestinesi un incubo insieme alle mille vessazioni come il contingentamento indiretto dell’acqua che arriva attraverso condutture di 1/3 del diametro di quelle che la portano alle colonie insediate a pochi metri di distanza. II nostro ultimo incontro è all’aeroporto Ben Gurion con Mohammed Bakri e con suo figlio. Mohammed è il più celebre attore palestinese ed è cittadino israeliano per questo può stare li. L’intensità dell’incontro con loro ha bisogno di altro tempo per essere tradotto in parole, il progetto a cui abbiamo dato avvio parlerà per noi.

 

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