Forum internazionale di Al-Quds: Stanley Cohen, un avvocato ebreo americano a fianco dei palestinesi.

Istanbul, 18 novembre

Al-Quds international Forum

Intervista a Stanley Cohen

Saturday 17 November 2007, 03:26 PM

Dopo il un duro discorso, durante la sessione del mattino di Al-Quds International Forum, dove ha attaccato l’amministrazione americana, e ha dipinto Israele come uno Stato illegale, Stanley Cohen, un avvocato di New York e attivista dei diritti umani, ha parlato con i giornalisti della relazione tra media occidentali, Gerusalemme e della causa palestinese.
Cosa si aspetta da questa conferenza?
"Spero che, da questa conferenza, la gente da tutto il mondo farà ritorno in patria, a casa, con un rinnovato spirito di solidarietà, e lavorerà nella propria comunità per costruire un movimento più forte per affrontare una questione che richiede molta resistenza da parte di molti. La conferenza ha messo insieme le persone, ha presentato e creato nuovi amici e identificato questioni e problemi. E questo è buono. E’ stata una buona conferenza".
Ci sono stati molti discorsi sui media statunitensi e degli altri Paesi occidentali, e la mancanza di copertura su ciò che sta succedendo in Palestina. Come può essere cambiato o contrastato tutto ciò?
"Non sono sicuro che possa essere contrastato. Penso che i media occidentali abbiano un’agenda. Penso che siano guidati da lobby politiche, economiche, e in parte, religiose. Il problema principale, credo, è la perdita di tempo nel tentativo di cambiare le basi dei media occidentali".
Sta dicendo che si tratta di un caso disperato?
"No, non penso che sia del tutto senza speranza. Ciò che sto dicendo è che la Storia scorre con il trascorrere del tempo. I media saranno obbligati a trattare con realismo e verità quando si avvicinerà la realtà dello Stato palestinese. I media hanno davanti una prospettiva: presto o tardi possono essere trascinati di fronte alla realtà e alla verità. Non sono sicuro se sia necessario cercare di ridirezionare i media occidentali: la realtà è che la storia farà cambiare loro la rotta. Non c’è altra scelta".
Premesso ciò, quale ruolo devono ricoprire i sostenitori o i simpatizzanti della Causa palestinese per cambiare la percezione di quanto sta accadendo?
"Lottare, lavorare, resistere e costruire. Gli occidentali non devono dire ai palestinesi come resistere. Gli occidentali non devono educare i palestinesi su come combattere. Gli occidentali non devono offrire insegnamenti sul bisogno di costruire movimenti e resistere in vari modi. I palestinesi stanno resistendo da 60 anni in una varietà di modi, e continuano a farlo; prima o poi avranno successo".
A causa dell’attuale sistema internazionale non polarizzato che gira intorno agli Stati Uniti, noi ci sentiamo obbligati ad agire secondo le regole degli Usa…
"Io non so se il ragazzino di 10 anni che tira le pietre contro un tank sente che è obbligato a giocare il ruolo impostogli dagli Usa. Gli Stati Uniti, come impero, e come superpotenza monolitica, si stanno offuscando. Sono convinto di ciò. Poiché il mondo diventa più piccolo, la gente diventa più educata; e poiché la gente sviluppa nuove tecnologie, l’abilità degli Usa come entità monolitica in grado di controllare le aspirazioni, le politiche e le direzioni del resto del mondo sta scomparendo. E’ un dato di fatto. Abbiamo una forza militare che ha una media di 35 anni. Abbiamo guardie nazionali che hanno ginocchia e gambe cattive. Abbiamo 40 milioni di americani a casa senza assicurazione sanitaria. Abbiamo un sistema scolastico al collasso. Come superpotenza, i giorni degli Stati Uniti sono contati. Come americano, per me è una cosa problematica. Non vedo questo con senso di orgoglio, ma nello stesso tempo non riconosco il diritto di ogni nazione a essere una superpotenza. Siamo membri di una comunità mondiale. Ogni comunità ha forza e debolezza, i suoi aspetti buoni e quelli cattivi, e noi dobbiamo avere a che fare con tutti, come popolo. Così, ecco la risposta: gli Stati Uniti non continueranno a lungo in questo modo".
Lei consiglia ai palestinesi di continuare a lottare?
"C’è una varietà di movimenti palestinesi e di mezzi di resistenza. A dispetto di quanto sta accadendo con la comunità palestinese, non penso che la divisione sia la parola giusta. Non penso che il popolo sia affatto diviso. Penso che esso sia molto determinato su ciò che vuole, ciò che vuole ottenere e ciò di cui ha bisogno. Penso che gli Usa e Israele a questo punto possano comprare soltanto un piccolo segmento della comunità palestinese e siano in grado di distrarre solo temporaneamente il movimento palestinese dall’indipendenza e dalla liberazione. Penso che il tentativo abbia vita breve e che fallirà. Annapolis avrà il suo piccolo spettacolo e ognuno, con grandi baci, dirà belle cose e si farà fotografare. E quando sarà ora, Abu Mazen tornerà al suo quartier generale, a Ramallah, e avrà potere. Gli Usa e Israele continueranno disperatamente a cercare di controllare ciò che accade nei territori, ma la gente continuerà ad andare avanti. Non voglio che suoni romantico: i sacrifici sono tremendi. Ma la realtà è quella che è: il tempo creerà il cambiamento. E io rimango convinto che, fra una settimana, un mese o un anno, ci sarà uno Stato palestinese".
Che significato vede per Gerusalemme e la lotta contro l’occupazione nel contesto della causa palestinese?
"C’è un grande dibattito: Gerusalemme deve essere una città divisa? Deve essere una città internazionale? La parte Ovest deve essere la capitale di Israele e quella Est la capitale della Palestina? Io non credo nella soluzione di due Stati. Non penso che funzionerà. Ma credo che la separazione dei due Stati come passo verso l’unico Stato sia importante e necessaria. Penso che richiederà del tempo per dei cugini che si sono combattuti l’un l’altro iniziare a imparare a lavorare insieme di nuovo. Alla fine, Gerusalemme sarà la capitale di uno Stato. Sarà la capitale di tutte le religioni, musulmana, cristiana e ebrea; i cittadini saranno liberi di praticare il credo che desiderano. Sarà uno Stato in cui ci sarà ‘una persona per un voto’. Sarà uno Stato in cui la gente deciderà come meglio tirar su la propria famiglia, tratta
re con i vicini: la strada percorsa dal Sudafrica. Non sono naïve; non sarà facile. Richiederà molto tempo. Sarà una lotta difficile, ma si realizzerà".
Quindi lei sta richiedendo la soluzione democratica…
"Alla fine, l’unica soluzione è quella democratica. Richiederà del tempo. Il diritto al ritorno è un concetto interessante. Ci sono 5 o 6 milioni di palestinesi che vivono in campi profughi in tutta la regione. Se credo che domani, con il diritto al ritorno, i 5 o 6 milioni di palestinesi torneranno a casa? No. Devono avere il diritto di stare dove essi si sentono pienamente cittadini: quei palestinesi che vogliono tornare a casa devono avere il diritto di farlo. A coloro che non vogliono tornare a casa devono essere corrisposti indennizzi, non diversi da quelli che gli ebrei in Germania hanno richiesto dopo la II Guerra mondiale. Per i palestinesi che vogliono restaurare le loro case, affari, proprietà, per quanto possibile, la questione va risolta. La rivolta armata è una fase della rivoluzione, della crescita. Gli Stati Uniti ci sono passati. Gli Usa hanno combattuto una guerra civile sanguinosa, e milioni di persone sono morte, fratelli e sorelle".
Come avvocato, vede dei mezzi legali affinché alla popolazione di Gerusalemme vengano garantiti i propri diritti?
"Credo fermamente che le azioni possano essere portate davanti all’Aia e alla Corte Europea dei Diritti Umani, e che i palestinesi che vivono in altri Paesi possano denunciarle. Penso sia importante lottare in tutti i modi, compreso quello delle cause legali, delle sfide, dei boicottaggi. La lotta ha molte facce. C’è un famoso americano, Fredrik Douglas—uno schiavo liberato – che diceva: ‘Il potere non può fare nulla senza la lotta, non può e non potrà avere nulla’. La lotta può essere armata, morale, o entrambe le cose. Devi usare tutti i mezzi a disposizione, in ogni maniera".
da http://www.alquds-forum.org/en/index.php?s=home

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