Hebron, la Città Vecchia lotta per l’esistenza nonostante le violazioni israeliane

Hebron-WAFA. Di Salah Tmezi. Le case e i quartieri di una zona di Hebron necessitano del coordinamento con la sicurezza israeliana e i residenti hanno bisogno di permessi speciali per entrare e uscire. Le strade sono bloccate da posti di blocco militari, cancellate di ferro, recinzioni e cubi di cemento che soffocano la popolazione.

Il funzionario per gli Affari legali del Comitato di riabilitazione della Città Vecchia di Hebron, Tawfiq Jashan, descrive così il livello di sofferenze: “Le forze di occupazione hanno raggiunto l’apice della tirannia e della negazione della libertà dei popoli, a Hebron, con le loro misure estremamente severe, specialmente nella Città Vecchia, dove gli occupanti vogliono trasformare la moschea sacra, la moschea Ibrahimi, in un luogo sacro ebraico e confiscare terre e strade per espandere gli insediamenti”.

Ha affermato che le chiusure, i posti di blocco e la limitazione alla mobilità della popolazione nella Città Vecchia di Hebron sono manovre effettuate con il pretesto di garantire sicurezza e con l’obiettivo di fornire sicurezza ai quasi 400 coloni che hanno diffuso il caos in città sotto la protezione dell’esercito israeliano, a spese dei 40.000 palestinesi residenti.

Nei pressi della moschea Ibrahimi e delle strade che conducono a essa, le forze israeliane hanno installato sei metal detector, due dei quali a Tel Rumeida, dove le persone possono entrare e uscire tramite impronte digitali o con numeri dati loro dai militari israeliani.

I posti di blocco militari nei vari quartieri palestinesi, denominati con nomi come Rajabi, Salaymeh e Jaber, isolano tali quartieri rendendo la vita dei residenti molto difficile.

Ci sono quattro barriere elettriche innalzate su Shuhada Street, l’area di Abu Rish e al-Ras, e una vicino all’insediamento di Kiryat Arba che isola i quartieri Wadi al-Nasara, al-Hassin e Jaber permettendo l’accesso soltanto tramite strade alternative.

Nella città vecchia ci sono 110 posti di blocco mobili, 23 località a Tel Rumeida, Wadi al-Nasara, al-Hassin, Qab al-Qadi e Abu Haikal sono state chiuse con ordini militari come anche le moschee della zona.

“L’istruzione e l’arrivo di insegnanti e studenti a scuola è una sfida all’occupazione”, ha detto Rula Hirbawi, preside della scuola femminile al-Fhya, situata nella città vecchia.

“Raggiungere la scuola è uno sforzo pericoloso ogni giorno dato che i nostri bambini devono attraversare cinque diversi posti di blocco, alcuni permanenti altri mobili, passare i metal detector e le stazioni dell’esercito prima di arrivarci. In molti casi, gli studenti devono prendere strade alternative più lunghe per arrivare a scuola se l’esercito ha chiuso i cancelli metallici nei loro quartieri”.

Hirbawi ha sottolineato l’effetto negativo dei posti di blocco militari in tutti i settori, specialmente l’istruzione, il che porta a risultati accademici deludenti nelle scuole della città, per non parlare dell’impatto psicologico e dei disturbi comportamentali che colpiscono gli studenti, vittime di continui tormenti ai posti di blocco, che spesso li costringono ad assistere alla morte di altri palestinesi”.

Jamila Salayme, una donna anziana, rappresenta perfettamente la sofferenza degli abitanti di Shuhada Street.

“I check-point sono qui per umiliarci giorno per giorno”, ha affermato, riferendosi ai metal detector e ai posti di blocco situati all’ingresso di Shuhada Street e Tel Rumeida, da lei definiti “i posti di blocco della morte” dopo che vi sono stati uccisi 22 palestinesi.

Salayme ha parlato della sua personale storia di sofferenza al posto di blocco, a fine gennaio, dopo essere tornata a casa da una visita medica. “I soldati israeliani che presidiavano il posto di blocco e i bambini dei coloni mi hanno presa in giro mentre, di ritorno da una visita medica, sono passata ai metal detector, dove sono stata trattenuta per mezz’ora, malata e in condizioni atmosferiche difficili”.

Ha aggiunto: “non tornerò dal dottore. Rimarrò a casa a Shuhada Street, a combattere la malattia da sola. L’occupazione vuole farci lasciare le nostre case in tutti i modi, ma noi siamo qui per restare saldamente sulle nostre terre e nelle nostre case, nonostante l’occupazione”.

Traduzione per InfoPal di Giovanna Niro

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