I Palestinesi chiedono protezione legale dopo il delitto d’onore di Israa Gharib

MEMO. “No alla violenza contro le donne!” hanno urlato donne e uomini palestinesi di tutte le età, in marcia dalla Piazza della Mangiatoia di Betlemme giù verso Beit Sahur.

“Da Beit Sahur ai leader di governo, abbiamo bisogno di leggi che proteggano le donne!”

Sabato pomeriggio, 31 agosto, un gruppo di quasi 100 persone si è riunito nel centro della città di Beit Sahour, nel distretto di Betlemme, chiedendo giustizia per la ventunenne Israa Gharib, che è stata presumibilmente uccisa dalla sua famiglia per una questione d’onore.

Anche se i dettagli dell’accaduto non sono ancora stati confermati, The New Arab riferisce che Gharib è stata uccisa nel suo letto d’ospedale dopo aver ricevuto le cure per una lesione alla colonna vertebrale, subita cadendo dal secondo piano della sua abitazione. Apparentemente stava cercando di sfuggire all’aggressione dei componenti maschili della sua famiglia, quando è saltata giù dal balcone.

Dopo che la notizia si è diffusa attraverso i social media – tra cui un video virale, con hashtag che afferma “Noi siamo Israa”, che ha registrato le urla strazianti dalla sua stanza d’ospedale – sono seguite pubbliche proteste contro i delitti d’onore. Queste hanno provocato una vasta discussione a proposito dell’ormai antiquato sistema legale dell’Autorità Palestinese per quanto riguarda la violenza di genere.

“Stiamo qui protestando e chiediamo la fine della violenza contro le donne”, ha dichiarato a MEMO Lucy Talgieh, membro del dipartimento femminile del Centro Palestinese per la Risoluzione del Conflitto, durante le proteste di sabato scorso. “Stiamo inviando il messaggio al nostro Presidente perché abbiamo bisogno di una legge attuativa che metta fine all’uccisione e alla violenza domestica in Palestina”.

Un sistema sorpassato ed inefficiente.

Il problema principale sotto gli occhi di tutti è un codice penale adottato dall’ordinamento giordano nel periodo in cui la Giordania controllava Gerusalemme Est e la Cisgiordania, attualmente occupate da Israele, prima della guerra del 1967. L’articolo 99 di questa legge del codice penale “garantisce ai giudici la possibilità di ridurre drasticamente le sentenze” quando siano presenti “circostanze attenuanti”.

Secondo un rapporto dell’ONU sui diritti umani pubblicato nel 2014 e redatto dal giudice palestinese Ahmad Al-Ashqar, “L’attuale legislazione contribuisce, in gran parte, a creare una consapevolezza sociale in base alla quale il delitto d’onore è accettabile”. “Da 100 anni a questa parte non è realmente cambiato niente nelle leggi”, ha spiegato Amira Khader, avvocato e co-direttrice del negozio femminista BabyFist di Ramallah. Ha sottolineato inoltre che la Palestina si trova sotto occupazione dal periodo dell’Impero Ottomano, quindi dalla Gran Bretagna e per ultimo dagli israeliani, lasciando quindi poche opportunità allo sviluppo di un proprio sistema legislativo indipendente.

E con l’occupazione, ha aggiunto Khader, il sistema politico non è stabile. “E’ veramente difficile cambiare qualcosa mentre gli israeliani controllano ogni singolo dettaglio della tua vita”.

“Ed il parlamento [palestinese] non lavora dal 2000 e dall’Intifada”, continua. “Non si è svolta nessuna reale discussione o nessuna reale votazione fin dal 2006”, quando l’Autorità Palestinese si è divisa nei due partiti politici di Hamas, che controlla Gaza, e di Fatah, che controlla la Cisgiordania.

Senza un parlamento attivo, nessun articolo può essere cambiato senza una firma del presidente Mahmoud Abbas. Varie organizzazioni per i diritti delle donne hanno presentato una petizione con quasi 12.000 firme allo stesso presidente, alcuni anni fa, che chiedeva il cambiamento dell’Articolo 99, ma attende ancora di essere firmato.

Secondo Khader, “se lo firmasse dovrebbe affrontare la società patriarcale… e questo è qualcosa che egli non intende fare”.

Una serie di riforme legislative iniziate nel 2011 hanno soltanto concesso maggiore protezione agli uomini condannati per aver ucciso delle donne. Più recentemente, nel marzo del 2018, un decreto presidenziale ha ufficialmente cambiato gli Articoli 98 e 99, anche se non prevedono alcuna protezione legale per i casi precedenti al 2018. Le proteste sono continuate dal momento dell’omicidio di Israa ed esigono giustizia legale che vada oltre gli emendamenti. Nel 2004 il Centro per l’Assistenza Legale e la Consulenza femminile aveva promosso un disegno di legge sulla protezione della famiglia che avrebbe offerto una maggiore protezione direttamente contro la violenza di genere, ma il presidente Abbas quel giorno non l’ha inserita nella sua agenda.

“Basta col silenzio, non serve a nessuno”.

Mentre si chiede al governo un cambio strutturale, sabato i manifestanti chiedevano anche giustizia immediata per Israa Al-Gharib con la consapevolezza che ciò potrebbe influenzare la violenza nella vita futura delle donne.

“Nel 2019, e fino ad oggi, sono state uccise 14 donne in Cisgiordania e quattro a Gaza” per delitti d’onore, ha spiegato Lucy Talgieh. “Alcuni [casi] sono finiti in tribunale, ma nessuno ha ancora ottenuto una sentenza. E nella maggior parte dei casi, i processi verranno archiviati”.

“Devono continuare”, dice la manifestante diciannovenne Rima Nael, di Hebron, mentre spiega le ragioni delle sue proteste di sabato a Betlemme. “La polizia non dovrebbe chiudere questo caso… devono trovare i criminali e punirli in modo che altri uomini non facciano la stessa cosa”, ha dichiarato enfaticamente a MEMO.

Ahlam Wahsh, 57 anni, presidente dell’Assemblea Generale delle Donne Palestinesi dell’OLP, ha parlato con MEMO durante le proteste, spiegando che nonostante fosse ancora presente il senso di gravità della tragedia, vi era una luce di speranza: “Centinaia di episodi come questi sono accaduti e nessuno ha mai osato parlarne così ad alta voce”.

La morte di Al-Gharib è stata per molti versi la goccia che ha fatto traboccare il vaso. “Basta col silenzio”, ha detto Wahsh, “non serve a nessuno”.

La giustizia non esclude tutto il resto.

La protesta è stata ideata e guidata dalla diciannovenne Manar Raje, residente di Betlemme, con una pagina di Facebook dedicata all’evento. La motivazione principale è stata la sua posizione contro ogni forma di violenza, in particolare contro la violenza che devono affrontare i Palestinesi avendo a che fare con l’occupazione.

“Oggi ci stiamo riunendo e ci comportiamo bene l’un l’altro”, ha dichiarato a MEMO Raje. “Subiamo l’occupazione e noi siamo contro l’occupazione”.

“Ma dobbiamo cominciare da noi stessi – per renderci migliori in un modo o nell’altro”.

“Viviamo in una situazione di occupazione ed oppressione”, ha spiegato Wahsh, egli stesso prigioniero politico in un carcere israeliano nel 1979. “Le nostre donne vengono uccise [dall’esercito israeliano] nelle demolizioni delle case, ai posti di blocco”.

Ma “Oggi [è] per Israa”, ha ribadito Wahsh. “Vogliamo annunciare a tutti… che è arrivato il momento di porre fine allo spargimento di sangue – almeno da una parte, per il quale siamo responsabili”.

On-line sono apparse molte critiche contro il silenzio sull’omicidio di Al-Gharib che esprimono un sentimento per cui le questioni di giustizia sociale in Palestina troppo spesso vengono nascoste sotto il tappeto di fronte alla lotta per la liberazione.

In un post apparso su Instagram, l’avvocato ed atrice palestinese Noura Erakat ha scritto: “Protestiamo contro la tortura, la violenza, la superiorità legalizzata di Israele… [ma] la nostra protesta è incompleta ed insincera quando quella lotta cade come un mattone nelle nostre case”. Erakat ha sottolineato le recenti violenze che la polizia dell’Autorità Palestinese ha istigato contro l’organizzazione LGBTQ Al-Qaws come ulteriore esempio delle intricate forme di patriarcato che permeano la società ed inibiscono la capacità di “trasformarsi e svilupparsi anche se ci uniamo contro l’oppressione degli insediamenti coloniali”.

“Portare la pace sia alle donne sia alla Palestina è possibile, non si escludono a vicenda”, ha scritto in un blog la fondatrice di BabyFist, Yasmin Mjalli. “La giustizia per qualcuno non può e non deve diminuire le possibilità di giustizia dell’altro”.

“Infatti, la Palestina non verrà mai veramente liberata fino a quando TUTTI noi saremo liberati”.

Traduzione per InfoPal di Aisha T. Bravi

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