Il sospetto è una buona memoria: origine del Covid-19, debunking e questione geopolitica

Di L.P – 27 marzo 2020. Sull’origine del Covid-19 la prima ipotesi era la bioingegnerizzazione in laboratorio, ma gli scienziati hanno però rassicurato sul fatto che, seppur sia un virus simile a quello creato in laboratorio nel 2015, quel ramo di coronavirus è diverso dall’attuale Covid-19, che è appunto denominato “Nuovo Coronavirus”.

Ciò che ancora non si sa è la sua origine e francamente passeranno mesi prima che si capisca da dove venga. Ilaria Capua, virologa italiana che dal 2016 dirige un dipartimento dell’Emerging Pathogens Institute dell’Università della Florida, ha dichiarato che molto probabilmente il Covid-19 è derivante da un ceppo selvaggio come confermato dagli studi pubblicati pochi giorni fa su Nature sull’origine prossimale del virus. Fortunatamente adesso stiamo scoprendo la verità su questo virus, il quale si diffonde molto velocemente con un altissimo rischio di contagio, colpisce in gran parte le persone pluri-patologiche ed è provato scientificamente come virus e agenti patogeni si agglomerano al particolato nell’aria e lo spargono, motivo per cui la Pianura Padana è così colpita.

Ad oggi sappiamo con certezza che anche la condizione ambientale ha permesso la diffusione del coronavirus anche se non conosciamo la sua origine e il ceppo. Detto ciò vorrei fare una premessa. Stiamo scoprendo pian piano la verità, ma fino ad un mese fa le probabilità erano infinite e una delle ipotesi, come raccontato da Paolo Liguori a SkyTg24, era anche l’ingegnerizzazione del virus. Ciò che mi ha spaventato è stata l’immediata reazione schizofrenica che ha additato questa ipotesi come “complottista”, come se fosse una cosa irrealizzabile, surreale, impensabile e che nel passato non si è mai avverata. Questa etichettatura banalizza fortemente il discorso e crea quella struttura moralistica per la quale chi esplicita dubbi, al contempo non viene ascoltato o preso in considerazione perché additato come “complottista” e senza che i suoi dubbi vengano analizzati, studiati o smontati razionalmente.

Dopo quello che è successo con la vicenda delle “bombe chimiche” di Saddam Hussein ho capito che è giusto sospettare delle posizioni ufficiali e il mio scetticismo è in realtà l’esercizio della filosofia del sospetto, marxianamente parlando, inteso come dubbio delle fenomenicità degli eventi, ovvero dubitare di come gli avvenimenti appaiono.

Anche all’epoca, quando molti sostenevano che le bombe di Saddam non esistevano e che erano bufale, si svolgevano servizi mediatici di debunking per affermare che era vero, che erano presenti e che mietevano morti partendo dalla dichiarazione di quel politico americano all’ONU che, mostrando una fiala di antrace (o qualcosa di simile), sosteneva che Saddam possedesse armi di distruzione di massa su base chimica.

Per anni ci han detto che esistevano, quando in realtà non solo non sono mai esistite, ma mai armi chimiche sono state usate sui civili da parte di Saddam per il semplice fatto che non le aveva. Bisognerà aspettare esattamente dieci anni dopo con il Rapporto Chilcot, nel 2016, per affermare con certezza che erano tesi infondate e solo lì sono stati dichiarati, Blair e altri, colpevoli di crimini di guerra.

Tornando a noi, a livello mediatico l’ipotesi di guerra batteriologica è subito stata scartata come bufala, paragonandola ad altre bufale veramente assurde che girano sul web, quando in verità pensare qualcosa di simile è una delle prime ipotesi di procedura scientifica di fronte ad Unusual Epidemic Event, ovvero quando avvengono epidemie da virus sconosciuti. Parlare di fake news quando si tratta di possibile ipotesi è intellettualmente disonesto perché altrimenti anche tutte quelle che prima erano ipotesi, che ora sono conferme, sarebbero dovuto essere considerate fake news.

Analizzando anche il fenomeno a livello mediatico, mi sono accorto che per smontare l’ipotesi di “guerre batteriologiche” o di ingegnerizzazione in laboratorio veniva data parola ai virologi, visti come auctoritas nel settore, i quali, quando non avevano ancora dati scientifici, paventavano ipotesi sull’origine dei virus entrando in un campo scientifico che non era di loro competenza. I virologi sono studiosi, scienziati, ma non studiano le guerre batteriologiche e non sono titolati a parlarne in quanto “esperti”, poiché l’origine dei virus ed eventuale certificazione di guerre batteriologiche spetta ai centri studi di medicina militare. Dato il periodo storico in cui viviamo, della Società della Tecnica e delle competenze specialistiche, può darsi che molti virologi non sappiano neanche dell’esistenza di questi campi di ricerca.

Anche a livello culturale siamo ancora vittime di forti distorsioni morali, credendo che solo il fatto di pensare che qualcuno possa usare virus in modo inappropriato sia una “bufala” e quindi non un’ipotesi plausibile. Ciò però non ha nulla di razionale dal momento che le armi batteriologiche in passato sono state usate e non è inverosimile che questo evento si possa ipotizzare e che possa avverarsi. Ci siamo per caso dimenticati il napalm, il gas mostarda, l’Agent Orange, gas venefico usato sulla popolazione vietnamita e che oggi ci troviamo nei pesticidi venduti dalle grandi multinazionali del settore agro-chimico-alimentare. Ci siamo dimenticati le bombe batteriologiche e chimiche create durante il regime fascista ed usate sulle popolazioni colonizzate d’Etiopia? Abbiamo per caso scordato le bombe al fosforo che l’esercito israeliano sganciava sulla popolazione palestinese colpendo per la maggior parte bambini? Tutto ciò è stata realtà, può darsi che si ripresenti nella realtà esistente e non bisogna dare per scontato che queste cose non succedano.

A livello scientifico è giusto applicare il metodo di differenziazione che ci permette di capire quando un’ipotesi è verosimile, come ci insegna il metodo Gruno-Finke.

Molti hanno risposto al video virale in questi giorni risalente al 2015, dicendo che era un fake news con la motivazione che era stato postato sui social da Matteo Salvini. Si tratta di una riflessione priva di ragionamento dal momento che se questa notizia l’ha diffusa Salvini non vuol dire che non sia vera. Il fatto che un politico avversario posti una notizia non per forza deve essere falsa, poiché de facto è una registrazione di 5 anni fa appartenente ad un programma rispettabilissimo e di grande rilevanza scientifica. La mancanza di razionalità è il segnale di un senso critico che sta svanendo ed è segno che la gente si accontenta di informazione sfornate, impacchettate e consegnate a cui si deve credere per forza. Ripeto che ad oggi sappiamo che il supervirus polmonare, derivante da una proteina presa dai pipistrelli e innescata nel virus della Sars ricavata da topi, progettato in laboratorio nel 2015, è diverso dal Sars-Cov-2 del 2019 e ad oggi si è smentito il collegamento. Ma prima di questo la possibilità che si trattasse di una mutazione non era così impossibile. I virus mutano, sono mutanti di natura e le malattie che passano dagli animali agli uomini per mutazioni genetiche sono molteplici. Nulla toglie al fatto che un soggetto abbia mangiato un pipistrello infetto, o che il virus fosse uscito da un laboratorio e che sia sfuggito di mano, che fosse quel pipistrello infetto mangiato uno dei pipistrelli che sono stati oggetto di sperimentazione in laboratorio. Non lo sapremo mai, ma erano delle ipotesi e declassarle come “dicerie da complottisti” è scorretto.

I debunkers, i cosiddetti “cacciatori di bufale”, oltre a smentire tutte le sciocchezze e stupidaggini che circolano, allo stesso tempo annichiliscono il dibattito, minano la controinformazione alternativa e creano degli “specialisti della verità”. Personalmente non credo che esistano detentori della verità, almeno tra gli umani, e credo che la verità si affermi quando è in grado di negare tutte le sue negazioni. Articoli scientifici, informazioni, certezza delle fonti, dibattito pubblico e dichiarazioni rilasciate con cognizione di causa sono il vero modo per abbattere tutte le bufale e le fake news che girano. È troppo facile e disonesto escludere dal dibattito un soggetto, che avanza certe ipotesi, etichettandolo fin da subito come “complottista”, senza però, nel frattempo, essere in grado di soddisfare i suoi dubbi o di dare risposte credibili alle sue perplessità.

La figura del debunker ha iniziato a mettermi paura da quando, con il Decreto Minniti, si è potenziato il suo ruolo anche a livello di polizia postale. Ha iniziato a inquietarmi quando è stato iscritto in disposizioni legislative, quando è diventato a tutti gli effetti un “debunker di Stato”. E mi mette sempre più paura nel momento in cui viene vista come figura istituzionale e degna di autorità anche se, trattando di temi scientifici, ha un h-index pari a 0 e quindi, oltre una bassissima credibilità, una bassissima qualità delle sue pubblicazioni scientifiche.

La nascita di gruppi di monitoraggio delle fake news sul coronavirus sono amenità indicibili. Ciò che studenti di medicina possono fare, per esempio, sono diffondere studi medici sul virus e sulle medicine, diffondere articoli, cercando di spiegare il coronavirus in un linguaggio adattato a chi non è esperto di medicina. Monitorare in modo poliziesco le informazioni vuol dire arrogarsi il potere di controllo delle informazioni e vuol dire entrare nella logica di potere che può avere derive autoritarie. Non dimentichiamo che alcuni debunker usano questa retorica per far fuori chiunque si opponga, per esempio, alle politiche colonialiste di Israele, chiunque si opponga all’embargo Usa contro il Venezuela addirittura chiamandola “fandonia complottista” e negando l’embargo, o chiunque, per esempio, sostenga la solidità del welfare state di Cuba. È vero che circolano un sacco di cose inverosimili, ma si devono de-costruire con articoli scientifici, con la razionalità e con fonti accertate.

Nessuno per esempio potrà togliermi il sospetto che il coronavirus è diventato uno strumento politico e geopolitico di guerra per ridefinire gli assetti internazionali, come dimostra anche la chiamata di Pompeo a Di Maio. In Italia abbiamo versanti politici che rispecchiano quelli internazionali: chi difende gli interessi europei, chi l’interesse cinese e chi quelli americani. Il coronavirus è sicuramente una questione medico-scientifica, ma ha una ripercussione in materia politica e geopolitica non indifferente. Con l’epidemia di Covid-19 la Cina è stata messa a dura prova e gli unici a tifare per una sua crisi economica potevano essere solo gli USA, con i quali la Cina sta gestendo una guerra commerciale in atto. Credo fermamente che si debba ragionare in questi tempi di hard power statunitense e soft power cinese, ma nulla allo stato delle cose esistente può togliere il sospetto che la crisi sanitaria è stata usata politicamente in chiave anti-cinese. In questa epidemia la Cina, che per prima è stata infettata dal virus, ha dimostrato una capacità di organizzazione efficacie in grado di superare la crisi sanitaria e di bloccare la diffusione del contagio, a differenza degli Stati Uniti, la patria dell’american view of life e del “sogno americano”, che non hanno alcun diritto sociale garantito. La Cina, insieme alle repubbliche socialiste di Cuba e Vietnam, è stata in grado di fornire solidarietà materiale anche ad altri paesi afflitti dalla pandemia, dando un duro colpo a tutte le democrazie liberali europee che negli anni hanno fatto tagli alla sanità e piuttosto hanno negato aiuti ad altri Paesi.

Questo è un sospetto che genera un’interpretazione, che genera un’analisi, che genera un’ipotesi, ma chi può confermarla o negarla? Nessuno. La cultura nasce dal dubbio, problematizzando le questioni senza cedere a dati preconfezionati, e il sospetto è l’anima creatrice del senso critico.

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