L’ex presidente americano e l’ex presidente del Consiglio per i diritti umani dell’Onu chiedono l’intervento della CCI sul conflitto di Gaza

Herald Globe. L’ex presidente americano e l’ex presidente del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite chiedono l’intervento della Corte penale internazionale nel conflitto di Gaza

(Op-ed) Jimmy Carter, Mary Robinson – politiche estere mercoledì 6 agosto 2014.

  • Mary Robinson, ex presidente dell’Irlanda ed ex Alto Commissario dell’ONU per i diritti umani
  • Jimmy Carter, trentanovesimo presedente degli Stati Uniti e premio Nobel per la Pace
  • Entrambi chiedono il riconoscimento di Hamas, indagini riguardanti la guerra a Gaza e la ripresa della missione UE di assistenza alle frontiere

Gli israeliani e i palestinesi stanno ancora seppellendo i propri cari, mentre a Gaza continua la terza guerra in sei anni. Dall’inizio della guerra, cominciata l’8 luglio, oltre 1.800 palestinesi e 67 israeliani hanno perso la vita. Questa situazione spezza il cuore a molte persone in tutto il mondo, impotenti di fronte alla certezza che altri moriranno e che altri saranno uccisi ogni ora.

Lo scorso aprile è stato annunciato un accordo di riconciliazione tra le fazioni palestinesi; tuttavia a questo promettente passo verso la pace nella regione è stata contrapposta un’intenzionale opposizione, da cui deriva la tragedia attuale. Hamas, in via esclusiva, avrebbe acconsentito al controllo congiunto di Gaza, sotto la guida di un governo tecnocratico, con l’esclusione di qualunque membro di Hamas. Il nuovo governo aveva inoltre garantito l’adozione dei tre principi fondamentali richiesti dal Quartetto del Medio Oriente, (ONU, USA, UE e Russia): la nonviolenza, il riconoscimento di Israele e il rispetto degli accordi precedenti. Purtroppo Israele ha rifiutato quest’ opportunità per portare la pace nel paese ed è riuscito a prevenire l’insediamento del nuovo governo a Gaza.

Due sono i fattori necessari all’unità palestinese. Prima di tutto occorre una parziale riduzione del blocco e delle sanzioni risalenti a sette anni fa, a causa dei quali 1,8 milioni di persone sono in isolamento a Gaza. Inoltre insegnanti, forze dell’ordine e operatori sanitari di Hamas devono essere retribuiti. Questi requisiti, necessari a uno standard di vita civile, sono continuamente negati. Israele ha persino rifiutato l’offerta del Qatar, che proponeva lo stanziamento di fondi destinati a pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici, e inoltre insieme all’Egitto, ha ristretto ulteriormente l’accesso a Gaza.

Non vi è alcuna giustificazione umana o legale al modo in cui le forze di difesa israeliane stanno gestendo questa guerra. Bombe, missile e artiglieria israeliani hanno distrutto vaste zone di Gaza, case, scuole e ospedali compresi. Oltre 250,000 persone hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni a Gaza e centinaia di civili palestinesi sono stati uccisi. La maggior parte di Gaza non ha più accesso ad acqua ed elettricità: si tratta di una catastrofe umanitaria.

Non ci sono scuse per attacchi intenzionali ai civili durante un conflitto. Questi sono crimini di guerra.

Non ci sono scuse per gli attacchi intenzionali ai civili durante un conflitto. Si tratta di crimini di guerra e questo vale per entrambe le fazioni. Gli attacchi indiscriminati di Hamas ai civili israeliani sono in ugual modo inaccettabili. Tuttavia, tre civili israeliani sono stati uccisi da missili palestinesi, mentre il numero sconcertante di civili palestinesi, vittime del conflitto, sale a 1,800, tra cui 400 bambini. Vanno intraprese al più presto possibile azioni legali internazionali per far luce e porre fine alle violazioni del diritto internazionale.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe concentrarsi su ciò che può essere fatto per limitare l’uso della forza da entrambe le parti. Il Consiglio dovrebbe inoltre votare a favore di una risoluzione che riconosca le condizioni disumane a Gaza e ponga fine all’assedio. Tale risoluzione potrebbe anche affermare la necessità di controlli internazionali che possano fare rapporto sui movimenti in entrata e in uscita da Gaza e sulle violazioni del cessate il fuoco. Inoltre, sono necessarie misure severe per prevenire l‘introduzione illegale di armi a Gaza. Sono già cominciate le prime riunioni, e i Saggi (Elders), gruppo internazionale composto da ex capi di stato di cui facciamo parte, si augura che le negoziazioni proseguano e portino a soluzioni efficaci.

In seguito alla richiesta palestinese, il governo svizzero sta considerando di indire una conferenza internazionale degli stati firmatari delle Convenzioni di Ginevra, che sanciscono diritti umani in tempi di guerra. In tal modo si potrebbe fare pressione su Israele e Hamas, affinché rispettino i propri doveri in materia di diritto internazionale per la protezione dei civili. Speriamo sinceramente che tutti gli stati, in particolare i paesi occidentali, con più potere, partecipino e che siano all’altezza dei propri obblighi per onorare la Quarta Convenzione di Ginevra, che regola il trattamento delle popolazioni in territori assediati.

Fatah e Hamas sono ora più uniti che mai, e noi, in qualità di Saggi crediamo che questo sia uno degli sviluppi più importanti degli ultimi anni, e lo accogliamo caldamente. Le autorità palestinesi hanno l’opportunità di riprendere il controllo di Gaza, passo fondamentale verso la riduzione dell’isolamento di Israele e dell’Egitto.

Le autorità palestinesi non sono in grado di gestire Gaza da soli. Sarà necessario il ritorno della missione UE di assistenza alle frontiere, progetto lanciato nel 2005 e sospeso poi nel 2007, che unisce lo sforzo internazionale per sorvegliare i valichi di confine. L’alto rappresentate della UE Catherine Ashton ha già proposto il ripristino del programma, estendendo la copertura non solo a Rafah, ma a tutti i confini di Gaza. In cambio l’Egitto e Israele offriranno la propria cooperazione sorvegliando Gaza lungo tutte le sue frontiere, supportati da un mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per proteggere i civili. La forza internazionale per il mantenimento della pace operativa nel Sinai – ordinata dal trattato di pace firmato dall’Egitto e da Israele nel 1979 – costituisce un precedente significativo per costruire la fiducia tra i due paesi.

L’obiettivo principale della comunità internazionale dovrebbe essere il pieno ripristino della libertà di circolazione delle persone e delle merci da e verso Gaza, attraverso Israele, Egitto e via mare. Allo stesso tempo gli Stati Uniti e l’UE dovrebbero riconoscere Hamas come forza politica oltre che militare. Hamas non sparirà nel nulla, né contribuirà alla propria caduta. Solamente attraverso il riconoscimento della sua legittimità politica – in rappresentanza di una larga parte della popolazione palestinese – l’Occidente potrà fornire i giusti incentivi ad Hamas, affinché siano deposte le armi. Dalle elezioni del 2006 -monitorate a livello internazionale- che hanno portato Hamas al potere in Palestina, l’approccio dell’Occidente non ha fatto altro che contribuire a ottenere l’effetto opposto.

In definitiva, il raggiungimento di una pace duratura dipende dalla creazione di uno stato palestinese vicino ad Israele.

I leader israeliani, palestinesi e dei paesi potenti dovrebbero essere convinti che i cambiamenti politici sono raggiungibili e che porterebbero gli israeliani e i palestinesi più vicini al giorno in cui regnerà il silenzio eterno sui cieli della Terra Santa.

3 gennaio 2015

Traduzione di Elena Ferrara

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