Libano, via alla seconda Gaza.

Da www.lettera22.it

Israele apre il fronte nord in reazione alla cattura di due soldati di Tsahal. E a Gaza continua la pressione militare

P. C.

Giovedi’ 13 Luglio 2006

Non è ancora l’invasione del Libano. Ma quella che ci si aspetta, nelle prossime ore, è una seconda Gaza. A dirlo, sono i primi segnali che hanno fatto seguito al sanguinoso attacco condotto da hezbollah, la milizia sciita libanese, attorno alla zona eternamente contesa delle Sheeba Farms. La reazione di Israele al rapimento di due soldati di Tsahal e all’uccisione di altri dtre militari nelle prime ore della mattina lungo il confine con il Libano è stata la stessa scelta due settimane fa, dopo la cattura del caporale Gilad Shalit da parte di un commando emanazione di tre gruppi armati palestinesi che operano dentro Gaza. Bombardamenti alle infrastrutture, incursioni terrestri: l’esercito israeliano ha reagito in modo incredibilmente simile. E i ponti del sud del Libano, che rendono molto più difficili le comunicazioni tra Beirut e la fascia che fu occupata da Israele per 18 lunghi anni (fino al ritiro del 2000), sono tragicamente simili – ora – a quelli distrutti nella Striscia all’indomani della cattura del caporale Shalit.
In una fase in cui guerra e simbologia si mischiano in una danza macabra, non sono solo i ponti a rassomigliarsi. Lo sono anche i sequestri. Dopo la cattura del giovanissimo Gilad Shalit, hezbollah ha rincarato la dose, lanciando non solo ai palestinesi, ma anche alla strada araba, un messaggio chiarissimo, che serve anche a rinverdire l’immagine della milizia sciita libanese, premuta in questi ultimi mesi dai tentativi di legare la transizione politica di Beirut al disarmo di hezbollah. Gli israeliani – questo il messaggio – non sono invincibili. Lo dimostra il sequestro Shalit a Gaza. Lo dimostra quest’altro rapimento. Per gli arabi, Israele è l’esercito meglio equipaggiato e più forte della regione, quello che ha inflitto a tutti i paesi della cintura sonore sconfitte. Le due azioni di queste ultime settimane sono dunque la rottura di un simbolo. E la reazione tutta militare di Israele, peraltro, ne è la conferma.
C’è, però, altro, oltre ai simboli. E l’altro si chiama “fascicolo dei prigionieri”, considerato ora centrale non più soltanto dai palestinesi, ma anche da hezbollah, protagonista oltre due anni fa di una trattativa molto particolare in cui erano stati coinvolti non solo la milizia sciita libanese e il governo israeliano guidato da Ariel Sharon, ma anche la Germania e persino l’Iran. Hassan Nasrallah, lo sceicco leader della “partito di Dio” libanese, ha detto di non voler infuocare la regione, ma di voler risolvere la questione attraverso lo “scambio dei prigionieri”. Il dossier del popolo delle carceri passa, dunque, in prima linea. Anche in Israele. Non solo nelle parole stizzite del padre di Gilad Shalit, che ha ricordato negli scorsi giorni come il suo paese abbia deciso di trattare anche per liberare un businessman di dubbia fama. Ma anche, e involontariamente, nelle parole del ministro della giustizia Haim Ramon, che ieri ha detto che Israele era disposta a liberare un congruo numero di detenuti palestinesi nelle carceri israeliane prima che venisse sequestrato il caporale Shalit.
A sovrastare il parlottio sui prigionieri è, però, a tutt’oggi il frastuono delle bombe. A dimostrazione che Israele non riesce a mettere ancora in parallelo una risposta militare e una politica. E l’inasprimento della reazione delle armi si fa, almeno a Gaza, decisamente alto. Andando ben oltre il caso Shalit. La bomba sganciata ieri notte sul palazzo in cui si trovava Mohammed Deif, numero uno della lista dei dead man walking stilata da Israele, dimostra quanto la pratica degli omicidi mirati non sia stata messa per niente nel cassetto sia da Tsahal sia dai vertici politici di Tel Aviv. Anzi. Per uccidere Deif, capo delle brigate di Hamas Ezzedin al Qassam, l’esercito è stato disposto ad alzare il tiro, a usare non più missili ma una bomba che ha disintegrato un edificio di tre piani, ferendo Deif, sterminando una famiglia di nove persone e provocando oltre una ventina di feriti.
Nove morti civili in un solo attacco, a cui si devono aggiungere altrettanti morti nella conta della giornata di guerra di ieri. Mentre a nord, sul fronte aperto verso il Libano, l’esercito israeliano ha perso sette dei suoi militari in due differenti situazioni.
La politica palestinese, di fronte a questo ennesimo attacco, risponde in due modi. Tutti, però, politici. Da un lato, con il presidente Mahmoud Abbas, che rende noto al mondo che il re è nudo, e che l’Anp è ormai soltanto una foglia di fico della comunità internazionale: meglio, dunque, scioglierla, rassegnare le dimissioni da presidente (queste le voci che circolavano con insistenza ieri) e mettere il mondo (e anche Hamas, certo) di fronte a tutte le sue responsabilità. Seconda reazione, quella del premier Ismail Haniyeh, sempre più debole, eppure sempre più protagonista attraverso la presenza sul Washington Post, con un articolo di suo pugno sul giornale più importante d’America. Per dire agli americani che quello che chiedono i palestinesi è quello che hanno chiesto loro, più di due secoli fa. Libertà dall’occupazione. Il Post ha ospitato, sulle sue colonne, l’esponente di una organizzazione che l’amministrazione Bush (e l’Europa) considerano terroristica.

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