Agenda Biden nelle parole di Antony Blinken ignorate dal mainstream

Di Lorenzo Poli. Si è da tempo delineata la squadra che affiancherà Joe Biden, che un mese fa ha prestato giuramento insieme alla sua vicepresidente Kamala Harris. Con loro anche Antony Blinken che è stato scelto dal nuovo Presidente come prossimo segretario di Stato al posto di Mike Pompeo. Si tratta di uno dei ruoli più importanti all’interno dell’amministrazione di governo, visto che va a ricoprire delle mansioni che noi paragoneremmo a quelle del ministro degli Esteri. Gestire la diplomazia e la politica estera di un Paese come gli Usa è quasi più importante delle questioni interne.

Nato a New York nell’aprile del 1962, dopo una laurea in legge ad Harvard e le prime esperienze lavorative come avvocato, entrò nel dipartimento di Stato durante l’amministrazione Clinton.

Il suo rapporto con Joe Biden ufficialmente è iniziato nel 2009, quando per quattro anni fu il Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’allora vicepresidente. Nei successivi due anni fu Vice Consigliere per la sicurezza nazionale, mentre dal 2015 al 2017 ricoprì l’incarico di Vicesegretario di Stato, il tutto sempre durante le amministrazioni Obama.

Tony Blinken è quindi tutto meno che un novellino al Dipartimento di Stato dove conosce molto bene i vari dossier sul tavolo, lavorando negli ultimi mesi fianco a fianco con Joe Biden nella lunga campagna elettorale così pesantemente condizionata negli Stati Uniti dall’emergenza Covid e dalle tensioni sociali interne.

Antony Blinken era un convinto sostenitore dell’intervento militare americano contro Bashar al-Assad in Siria. Nel 2013, secondo il Financial Times, Blinken ha sostenuto un’azione militare contro la Siria dopo il presunto uso di armi chimiche da parte del regime siriano. Il prossimo Segretario di Stato ha inoltre apprezzato pubblicamente la decisione di Donald Trump di colpire la Siria nel 2017 con un’azione dimostrativa.

Secondo Michael McFaul, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Russia, Blinken e altri democratici fondarono, in tempi non sospetti, un gruppo chiamato “Iniziativa Phoenix”, sostenendo che il Partito Democratico americano avesse bisogno di un approccio di sicurezza nazionale più “duro” dopo che John Kerry perse le elezioni del 2004 contro George W. Bush. Insomma un’interventista perfettamente in linea, con gli ultra-conservatori del Partito Repubblicano.

Per i media americani, la nomina di Blinken a segretario di Stato servirà a cercare di dare una certa stabilità internazionale dopo lo tsunami Trump, con Biden che ha più volte manifestato l’intenzione di cancellare quelle che sono state le politiche nazionali ed estere del suo predecessore, parlando già di 17 decreti pronti per essere applicati.

Non si è ancora capito però se, con la sua nomina, si vorrà invertire la rotta rispetto a quelle che sono state negli ultimi quattro anni le scelte in politica internazionale di Donald Trump.

Le prime parole di Antony Blinken, dopo l’inizio della nuova amministrazione sono state, anche un po’ a sorpresa, non particolarmente dure nei confronti del tycoon.

Nel giorno dell’insediamento infatti si sono potute sentire le dichiarazioni di Blinken:

  • Contenere la Russia come priorità assoluta, facendo tutto il possibile per impedire il completamento del Nord Stream 2, il gasdotto russo-tedesco, anche attraverso sanzioni a partner europei.
  • Trattare con Mosca l’estensione del trattato di New Start che limita i missili nucleari strategici
  • Armare Kiev
  • Rivedere “l’intero approccio alla Corea del Nord”. Secondo lui, il problema rappresentato dal programma nucleare nordcoreano “è peggiorato” durante i quattro anni appena trascorsi: “Penso sia necessario rivedere, e intendiamo rivedere per intero l’approccio e la politica nei confronti della Corea del Nord, perché si tratta di un problema che ha segnato amministrazione dopo amministrazione”. Il neo-segretario ha risposto così all’ipotesi di sostenere un “accordo progressivo” per la revoca di alcune sanzioni a carico di Pyongyang in cambio di un congelamento verificabile del programma di armamenti nordcoreano. Blinken ha evidenziato che tale processo includerà i principali alleati regionali degli Stati Uniti, a cominciare da Corea del Sud e Giappone.
  • Gli Stati Uniti continueranno a riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e l’ambasciata statunitense nello Stato ebraico resterà pertanto nella città “tre volte santa”, ha spiegato Blinken, confermando dunque lo spostamento della rappresentanza diplomatica statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, e il conseguente riconoscimento di quest’ultima come capitale d’Israele, deciso dall’amministrazione Trump a dicembre del 2017 e ufficializzato a maggio dell’anno successivo. Strada in salita, invece, per la soluzione dei due Stati per la pace tra Israele e palestinesi: la soluzione è al momento “contestata” ed è “difficile intravedere prospettive a breve per raggiungerla”, ha dichiarato.
  • L’acquisto da parte della Turchia dello scudo anti-missile russo S-400 è considerato “inaccettabile”, poiché è inaccettabile che un alleato Nato come la Turchia abbia acquistato i sistemi anti-aerei di Mosca. Ciò apre alla possibilità di imporre nuove sanzioni.
  • Cina diventa avversario numero 1, dichiarando che “Sulla Cina, Donald Trump ha avuto spesso ragione”, facendo intendere che anche Joe Biden non ha intenzione di essere troppo tenero nei rapporti con Pechino.
  • La nuova amministrazione e la sua squadra diplomatica sono pronte a lavorare assieme al Congresso per rafforzare e migliorare l’Accordo sul Nucleare Iraniano (Jcpoa) firmato dalla presidenza di Barack Obama nel 2015.
  • Stop alla costruzione dell’ampiamento del Muro a confine con il Messico.
  • Continuare a riconoscere come Presidente del Venezuela ad interim Juan Guaidò, il leader dell’opposizione golpista di destra (Voluntad Popular) che non si è presentato alle elezioni parlamentari del 6 dicembre 2020. Tony Blinken ha precisato: “Abbiamo bisogno di una politica efficace che possa portare il Venezuela alla democrazia a partire da elezioni libere ed eque”. Ha anche sottolineato la necessità di “maggiore coordinamento” per esercitare una maggiore pressione contro la “brutale dittatura” di Nicolàs Maduro. Alla cerimonia di inaugurazione del mandato di Biden era presente anche il rappresentante diplomatico di Guaidò negli Stati Uniti, Carlos Vecchio.

Ora bisognerà aspettare cosa quali provvedimenti si prenderanno in futuro.

 

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