Gli EAU stanno per investire negli insediamenti israeliani?

E.I. Gli Emirati Arabi Uniti hanno lanciato sul mercato il loro trattato di “pace” con Israele come se fosse un modo per fermare l’ulteriore annessione israeliana di Territori palestinesi occupati.

Invece, al contrario, l’ha incoraggiata, ed in maniera molto esplicita.

La scorsa settimana una delegazione di coloni israeliani ha visitato Dubai e Sharjah e ha incontrato uomini d’affari degli Emirati.

La delegazione era guidata da Yossi Dagan, capo del Consiglio Regionale della Samaria, un organismo composto da coloni che si trova nella Cisgiordania occupata.

Hanno incontrato una ventina di persone e aziende per valutare eventuali accordi da realizzare su agricoltura, controllo dei parassiti, materie plastiche e desalinizzazione dell’acqua.

“Gli Emirati Arabi Uniti sono un paese avanzato, in prima linea nello sviluppo e negli investimenti”, ha dichiarato Dagan alla Associated Press.

“E’ un grande onore per noi stringere legami commerciali ed industriali con loro”.

In un post pubblicato su Facebook in occasione della visita, Dagan ha chiesto al primo ministro Benjamin Netanyahu di “attuare la piena sovranità sulla Giudea e sulla Samaria”, in altre parole, di procedere all’annessione ufficiale della Cisgiordania occupata.

Ha affermato di essere “felice di poter annunciare” che gli Emirati Arabi Uniti cominceranno ben presto ad importare prodotti dagli insediamenti.

Il rappresentante dei coloni ha sostenuto che non esiste “alcuna contraddizione” tra il rafforzamento dell’economia negli insediamenti ed il lavoro svolto a favore dell’annessione.

“Una economia forte e ben consolidata equivale ad un accordo forte e ben consolidato”, ha scritto su Facebook.

Dagan ha ringraziato anche gli Emirati Arabi Uniti, Netanyahu e gli Stati Uniti per l’accordo di normalizzazione, che “dimostra che la pace senza ritiro” e senza far spostare i coloni dalla terra palestinese occupata è possibile.

Dagan sembra essersi reso conto soltanto ora che i cosiddetti Accordi di Abraham non costituiscono assolutamente un ostacolo alla colonizzazione israeliana. Non era, invece, altrettanto contento quando l’accordo Israele-Emirati venne siglato alcuni mesi fa.

Aveva infatti definito il presunto accordo di Netanyahu, per fermare l’annessione in cambio della normalizzazione, “una pugnalata alle spalle”.

Dagan aveva detto di essere rimasto “deluso, ferito e arrabbiato” nel vedere Netanyahu rinunciare alle promesse fatte, cancellando con un colpo di spugna ciò che Israele aveva continuato a fare per decenni, cioè furti di terre, sfollamento forzato di Palestinesi e costruzione di colonie in flagrante violazione del diritto internazionale.

Ma subito dopo l’annuncio dell’accordo Emirati-Israele del 13 agosto, Netanyahu ha riconfermato il suo impegno a favore dell’annessione.

All’inizio di quest’anno Israele stava chiedendo l’annessione formale di gran parte della Cisgiordania occupata, ma gli Stati Uniti avevano messo in sospeso quel piano.

Gli Emirati hanno cercato di far passare il congelamento imposto dagli Stati Uniti come un risultato positivo per i Palestinesi, grazie al suo accordo sottoscritto con Israele.

Ma, al contrario, è stato chiaro fin dal primo giorno che questo non era altro che un messaggio di pubbliche relazioni per consentire agli Emirati Arabi Uniti di poter affermare che la loro mossa aveva aiutato i Palestinesi, quando è stato esattamente l’opposto.

Ora gli Emirati si stanno spingendo ben oltre la normalizzazione dei legami con lo stato dell’apartheid, accogliendo favorevolmente la sua colonizzazione della Cisgiordania.

Gli accordi degli Emirati Arabi Uniti con i produttori di armi israeliani, le banche israeliane che finanziano il furto di territori palestinesi, ed ora il caloroso benvenuto dato ai coloni israeliani più intransigenti, mostrano che lo stato del Golfo non è assolutamente un oppositore degli insediamenti, anzi li sostiene attivamente.

Premi.

Intanto gli Emirati stanno già usufruendo delle ricompense concesse loro dagli americani in contropartita. 

La scorsa settimana l’amministrazione Trump ha approvato la vendita di 50 caccia F-35 agli Emirati Arabi Uniti nell’ambito di un accordo di vendita di armi del valore di 23 miliardi di dollari.

“Questo è il riconoscimento del nostro rafforzamento nelle relazioni e della necessità degli Emirati Arabi Uniti di avere a disposizione possibilità di difesa avanzate per dissuadere e potersi difendere dalle crescenti minacce provenienti dall’Iran”, ha annunciato il 10 novembre il segretario di stato Mike Pompeo.

Pompeo ha ricordato gli Accordi di Abraham come occasione per la vendita di armi, senza però dichiarare esplicitamente che si trattava di un risultato diretto dell’accordo.

L’accordo Emirati-Israele e la vendita di armi fanno parte dell’impegno americano di costruire un’alleanza tra Israele e gli stati del Golfo in funzione anti-Iran, sotto la supervisione degli Stati Uniti.

Il rifiuto iniziale di Israele di dare il suo benestare alla vendita degli F-35 statunitensi agli Emirati Arabi Uniti era stato soltanto un incidente di percorso. Ma in ottobre, Israele aveva ceduto e dato agli americani il via libera per vendere gli aerei da guerra con tecnologia avanzata ad Abu Dhabi.

Gli F-35 sono prodotti dal gigante americano delle armi Lockheed Martin, uno dei maggiori beneficiari degli aiuti militari statunitensi ad Israele ed uno dei principali obiettivi del movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni guidato dai Palestinesi.

Il furto non si è mai fermato.

Intanto Israele sta accelerando il furto dei territori palestinesi, durante gli ultimi giorni dell’amministrazione Trump.

Domenica il governo israeliano ha pubblicato offerte per la costruzione di centinaia di unità abitative nell’insediamento di Givat Hamatos, a sud di Gerusalemme. 

Israele ha fissato la scadenza per la gara al 18 gennaio 2021, due giorni prima che Joe Biden venga insediato presidente.

L’osservatorio sugli insediamenti israeliani Peace Now ha dichiarato che questo fa “parte del tentativo di realizzare quante più azioni concrete possibili sul campo” prima che la nuova amministrazione presti giuramento.

Nel 2014 l’espansione di Givat Hamatos era stata interrotta a causa dell’opposizione dell’amministrazione Obama.

Se attuata, isolerebbe il quartiere palestinese di Beit Safafa ed impedirebbe la contiguità territoriale tra Gerusalemme Est e Betlemme, erodendo ulteriormente la possibilità di uno stato palestinese contiguo.

Proteste inefficaci.

Nickolay Mladenov, l’inviato ONU per il Medio Oriente, ha affermato lunedì di essere “molto preoccupato” per la prevista espansione di Givat Hamatos ed ha invitato “le autorità a tornare indietro sui loro passi”.

Anche i diplomatici europei hanno fatto affermazioni altrettanto inutili.

Soltanto un diplomatico europeo ha chiesto ad Israele di attendersi delle conseguenze per le sue azioni. 

“Nuovi insediamenti illegali in Cisgiordania non devono essere ignorati dalla comunità internazionale”, ha twittato il ministro degli Esteri irlandese Simon Coveney. “Dobbiamo prendere in considerazioni quali opzioni sono possibili per riuscire a scoraggiare queste azioni”.

Una opzione sul tavolo potrebbe essere che l’Irlanda approvi il disegno di legge sui territori occupati, che vieterebbe la compravendita di merci provenienti dagli insediamenti israeliani.

Nonostante l’ampio sostegno politico che questa opzione avrebbe in Irlanda, lo stesso Coveney è stato l’ostacolo principale all’introduzione di questo divieto.

Lunedì Sven Kuhn von Burgsdorff, l’inviato dell’Unione Europea in Cisgiordania e Gaza, ha condotto una dozzina di diplomatici europei nell’area di Givat Hamatos per protestare contro la prevista espansione di Israele.

I membri del gruppo estremista anti-palestinese Im Tirzu hanno cacciato von Burgsdorff e altri diplomatici dal sito, dicendo loro di “tornare in Europa” e accusandoli di antisemitismo.

Secondo quanto riferito, la delegazione è tornata alle proprie auto e si è trasferita in un’area diversa prima di rivolgersi nuovamente ai manifestanti.

“Quello a cui stiamo assistendo proprio ora qui è un tentativo di annessione di fatto. E questo non può continuare”, ha detto von Burgsdorff.

Al fine di mettere a tacere i sostenitori dei diritti dei Palestinesi, l’UE promuove in modo massiccio la cosiddetta definizione IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) di antisemitismo, che fonde le critiche alle politiche anti-palestinesi di Israele con il fanatismo contro gli ebrei.

Pertanto l’attacco di Im Tirzu ai diplomatici europei, definendoli antisemiti per aver protestato contro un crimine di guerra, è stato solo un esempio delle tattiche proprie dell’UE che si rivoltano sulla UE stessa.

“Io personalmente non mi sento minacciato”, ha detto più tardi von Burgsdorff al The Times of Israel.

“E’ stato un peccato non aver potuto avere un dialogo ragionevole con queste persone, è un peccato, perché mi sarebbe piaciuto interagire con loro”.

Questa dichiarazione ha immortalato ancora una volta l’indulgenza senza limiti dell’UE nei confronti di Israele, qualunque cosa faccia.

Traduzione per InfoPal di Aisha T. Bravi

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