Nessuna speranza per Gaza.

Riceviamo da al-Awda-Italia e pubblichiamo.

In questi giorni in cui il mondo assiste attonito al massacro in atto
nella Striscia di Gaza, il sito di Arabnews ha scelto di offrire,
quasi in tempo reale, una panoramica delle reazioni della stampa
araba ed internazionale a fronte della criminale operazione “Piombo
Fuso” messa in atto dall’esercito israeliano.

Tra i tanti, abbiamo deciso di riportare l’articolo che segue,
pubblicato il 29 dicembre dal direttore del Palestine Chronicle Ramzy
Baroud, noto giornalista palestinese di nazionalità americana.

Nell’articolo Baroud mette in rilievo come – a fronte di un attacco
militare senza precedenti che sempre più si caratterizza come un
crimine contro l’umanità commesso ai danni di una popolazione inerme –
la comunità internazionale non riesca ad andare oltre agli sterili
inviti al cessate il fuoco o alle dichiarazioni ufficiali che
esprimono “preoccupazione”

.

Ivi inclusi gli stessi Paesi arabi che, in molti casi, e ciò in
primis vale per l’Egitto, si trovano ad affrontare la marea montante
della rabbia delle popolazioni che protestano sia contro i crimini
israeliani sia anche contro l’inazione – ai limiti della connivenza –
dei loro governanti.

La storia recente della Striscia di Gaza non è che un susseguirsi di
stragi e di sofferenza per un milione e mezzo di persone la cui unica
colpa è stata quella di votare per le liste di Hamas nel corso di
elezioni libere e democratiche (fortemente volute e sponsorizzate,
peraltro, soprattutto dagli Usa): siamo passati
dall’operazione “Inverno Caldo” (27febbraio – 2 marzo 2008), che è
costata la vita a 107 Palestinesi, di cui oltre il 60% civili inermi
e, tra essi, 5 donne e 27 bambini, all’attuale operazione “Piombo
Fuso”, in cui il tragico bilancio di morte è più che triplicato (e
non è ancora finita…).

In mezzo, una guerra strisciante seguita da periodi di tregua
precaria, con un copione che si svolge immutabile, senza che la
comunità internazionale faccia nulla per interrompere questa tragica
spirale di morte e distruzione.

L’unico modo per invertire il corso degli eventi – ce lo ricordava
Karen AbuZayd – sarebbe quello di porre la questione della tutela dei
diritti dei Palestinesi, a 60 anni dall’adozione della Dichiarazione
Universale dei Diritti dell’Uomo, come il comune denominatore degli
interventi di ogni nazione che si reputi civile.

Ma questa rischia di restare una vana speranza.

Gaza e il mondo: cambieranno mai le cose?

29.12.2008

In tempi di crisi, gran parte degli arabi si sintonizza su `al-
Jazeera’. A volte è confortante che la verità venga affermata per
come è, con tutti i suoi dettagli sanguinosi e sconvolgenti, senza
veli e senza censure. Quando Israele ha scatenato un massiccio
attacco aereo contro Gaza, sabato 27 dicembre, terrorizzando una
popolazione già prigioniera e malnutrita, anch’io mi sono
sintonizzato su al-Jazeera.

In pochi secondi ho conosciuto il bilancio: 290 morti (destinati ad
aumentare) ed oltre 700 feriti in un solo giorno. Ma, per quanto
drammatico possa essere apparso questo bilancio – il più alto
bilancio di vittime inflitto in un giorno da Israele in Palestina dai
tempi della fondazione dello stato ebraico nel 1948 – non vi era
nulla di nuovo da apprendere. Ovunque le tragedie – naturali o
prodotte dall’uomo – tendono a portare a sconvolgimenti sociali,
culturali, economici, e politici, anche a rivoluzioni, che in qualche
modo alterano il panorama sociale, culturale, economico ed infine
politico delle regioni colpite, tranne che in Palestina.

Sono rimasto inutilmente incollato allo schermo. Venire a conoscenza
delle conseguenze di simili tragedie sembra più un rituale che
un’abitudine che abbia un significato. Le reazioni arabe ed
internazionali alle uccisioni possono solo servire a ricordare quanto
inefficaci ed irrilevanti, se non addirittura compiacenti, siano i
loro timidi borbottii.

Ancora una volta gli Stati Uniti hanno accusato i palestinesi, e
i “delinquenti” di Hamas, usando parole che sfidano la logica, come
ad esempio “Israele ha il diritto all’autodifesa”. Questa
affermazione appare ridicola come sempre, perché un paese come
Israele, con un esercito che possiede le armi più letali del mondo,
incluse le armi nucleari, non può sentirsi minacciato da una
popolazione imprigionata il cui unico meccanismo di difesa sono razzi
artigianali a base di fertilizzante! Mentre Israele ha ucciso e
ferito migliaia di palestinesi a Gaza (ne ha ferito un migliaio solo
sabato), appena un manipolo di israeliani sono morti in conseguenza
del lancio dei razzi palestinesi nel corso di anni. I numeri hanno
ancora una qualche importanza?

I governi europei hanno scelto attentamente le parole, “esprimendo
preoccupazione”, “invitando Israele a contenersi”, e così via. I
governi arabi erano, come al solito, distratti da cose futili,
protocolli e norme di comportamento, ed hanno facilmente perso di
vista la crisi imminente.

Poi, la solita – e come sempre prevedibile – esplosione ha avuto
inizio. Chiamate appassionate da tutto il mondo sono giunte alle
stazioni televisive e radiofoniche del Medio Oriente, urlando,
gridando, piangendo, sfogandosi, lanciando appelli a Dio, ai leader
arabi, a tutti quelli “che hanno ancora una coscienza”, affinché
facciano qualcosa.

La collera è presto sfociata in manifestazioni di piazza nelle
capitali arabe, ovviamente sotto l’occhio sempre vigile della polizia
e dei servizi segreti arabi. Bandiere di Israele e degli Stati Uniti,
ed in alcuni casi dell’Egitto, sono state date alle fiamme insieme
alle effigi di Bush e dei leader israeliani.

“Cogliendo l’occasione”, alcuni governi arabi hanno dichiarato con
grande enfasi la loro intenzione di inviare un aereo o due con
medicine e cibo per Gaza, e le immagini di qualche cassa su cui
spiccava la bandiera del paese donatore sono state proposte e
riproposte sui mezzi di informazione locali. Nel frattempo, i
notiziari parlavano dei palestinesi che tentavano di fuggire dalla
prigione di Gaza verso il deserto del Sinai. Ad essi si sono opposte
con fermezza le forze di sicurezza egiziane al confine.

Abbastanza stranamente, il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas è
rimasto fedele al copione, malgrado la tragedia senza precedenti di
Gaza. Domenica scorsa, egli ha incolpato Hamas per il bagno di
sangue. “Abbiamo parlato con loro (con Hamas) e gli abbiamo
detto, `ve lo chiediamo per favore, non mettete fine alla tregua,
fate in modo che la tregua continui e non cessi’, in modo da evitare
quello che è accaduto”.

Abbas è stato informato del fatto che Hamas non ha compiuto un solo
attacco suicida dal 2005? O del fatto che la “tregua” non ha mai
spinto Israele a consentire ai palestinesi di Gaza di avere accesso
ai medicinali ed ai generi di prima necessità? O del fatto che è
stato Israele che ha attaccato per primo Gaza lo scorso novembre
(vedi qui), uccidendo diverse persone, perché sosteneva di avere
avuto informazioni su un piano segreto di Hamas?

E’ ancora più strano il fatto che, mentre Abbas ha scelto di adottare
una simile posizione, molti israeliani non sono per niente convinti
del fatto che la guerra contro Gaza sia del tutto legata ai razzi di
Hamas, e non sia piuttosto una manovra elettorale compiuta da
politici disperati che fanno a gara per ottenere il voto della
dominante destra israeliana alle prossime elezioni di febbraio. In
effetti, il piano israeliano contro Gaza ha poco a che fare con
l’ “escalation” dei lanci di razzi a metà dicembre.

“Una preparazione di lungo periodo, un’attenta raccolta delle
informazioni, discussioni segrete, tecniche di disinformazione ed
operazioni volte a sviare l’opinione pubblica – tutto questo sta
dietro l’operazione `Piombo Fuso’ delle Forze di Difesa Israeliane
contro gli obiettivi di Hamas nella Striscia di Gaza”, ha scritto il
28 dicembre il quotidiano israeliano Haaretz, che ha anche rivelato
che il piano è stato portato avanti per sei mesi.

“Come nel caso dell’aggressione militare americana all’Iraq, e della
risposta israeliana al rapimento dei riservisti Eldad Regev e Ehud
Goldwasser all’inizio della Seconda Guerra Libanese, ben poco peso è
stato dato all’eventualità di colpire civili innocenti”, ha scritto
Haaretz (si veda l’articolo di Amos Harel).

Ma perché Israele dovrebbe preoccuparsi per un momento
dell’eventualità di colpire i civili o di violare la legalità
internazionale, o di qualche altro di questi concetti (a quanto
sembra) irrilevanti – quando si tratta di Israele – se i
loro “partner palestinesi”, la Lega Araba, e la comunità
internazionale continuano ad oscillare fra il silenzio, la
compiacenza, la retorica e l’inazione?

Un medico di una clinica di Khan Younis, nella Striscia di Gaza, mi
ha detto per telefono: “Decine di feriti sono clinicamente morti.
Altri sono sfigurati orribilmente. Ho avuto la sensazione che la
morte sarebbe più pietosa per loro che non continuare a vivere. Non
abbiamo più posti nella clinica. Parti di corpi ingombrano i
corridoi. Vi erano persone che gridavano in un’agonia interminabile,
e noi non avevamo abbastanza medicine e farmaci contro il dolore.
Così abbiamo dovuto decidere a chi dare i farmaci e a chi no. In quel
momento ho sinceramente pensato che avrei preferito rimanere ucciso
io stesso negli attacchi israeliani, ma ho continuato a correre
cercando di fare qualcosa, qualsiasi cosa”.

Prima che i paesi arabi e le altre nazioni traducano i loro cori di
condanna in un’azione politica pratica ed efficace che possa mettere
fine ai furiosi assalti israeliani contro i palestinesi, tutto quello
che potrà cambiare è il numero dei morti e dei feriti. Ma ancora
rimane da chiedersi: se Israele ucciderà altri 1.000, 10.000
palestinesi, o la metà della popolazione di Gaza, gli Stati Uniti
continueranno a dare la colpa ai palestinesi? L’Egitto aprirà il
confine con Gaza? L’Europa continuerà ad esprimere la
stessa “profonda preoccupazione”? Gli arabi continueranno a fare le
loro ridondanti affermazioni? Le cose potranno mai cambiare? Potranno
mai?

Ramzy Baroud è un giornalista palestinese di nazionalità americana; è
direttore del Palestine Chronicle

Titolo originale:
Gaza and the World: Will Things Ever Change?

(http://palestinanews.blogspot.com/2008/12/nessuna-speranza-per-
gaza.html)

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